Y era più piccolo di me ma portava negli occhi la stessa domanda che mi porto dentro da sempre.
Quella fame di posto.
Di direzione.
Di appartenenza.
Non la ricerca di successo.
La ricerca di senso.
Lo guardavo e mi riconoscevo.
Nel bisogno quasi urgente di dimostrare,prima di tutto a se stessi, di non essere un errore.
Di non essere un tentativo venuto male.
Di avere almeno una cosa, una soltanto, che sappiamo fare davvero e davvero bene.
C’era un momento preciso in cui smetteva di cercare.
In cui tutto si allineava.
In cui il rumore diventava silenzio e il silenzio diventava casa.
Era il vento addosso.
Era il battito accelerato che non faceva paura.
Era quel modo di sentirsi vivi senza dover chiedere il permesso.
Aveva trovato qualcosa che lo faceva sentire vivo e libero, come diceva lui.
Eppure è stato un secondo e tutto è andato in fratumi, come una crepa improvvisa nella realtà.
Quel secondo in cui l’aria cambia densità e capisci che niente sarà più esattamente come prima.
"Y è morto"
E se lo è portato via ciò che lo faceva sentire più vivo.
Ciò che gli faceva sentire di avere un posto nel mondo.
Mi ha fatto male non solo la perdita.
Mi ha fatto male lo specchio.
Perché quella corsa verso qualcosa che ti faccia sentire intero la conosco.
La capisco.
La temo.
È crudele che ciò che ti fa sentire più vivo possa essere anche il punto in cui la vita si spezza.
E adesso mi resta questa cosa sospesa.
Questa frase che non gli potrò più dire.
E dentro ho un silenzio strano.
Come dopo un’esplosione lontana.
Come se davvero, per un attimo, il mondo avesse smesso di girare.










