Guerra di piattaforme
E’ notizia di due settimane fa che Spotify ha denunciato Apple alla Commissione Europea con l’accusa di concorrenza sleale. L’azienda svedese sostiene che la Mela giochi sporco e cerchi di favorire il proprio servizio Apple Music senza garantire ai rivali la possibilità di combattere ad armi pari. Se volete capire qualcosa in più della vicenda, destinata a protrarsi ancora per molto, sono qui per fare chiarezza. L’evoluzione del rapporto Spotify-Apple, secondo l’accusa, è il seguente.
2008 - Spotify diventa disponibile nell‘App Store.
2010-2011 - Apple inizia a cambiare le linee guida dell’App Store: qui non ci vengono date ulteriori spiegazioni su quali cambiamenti siano avvenuti.
Febbraio 2011 - Apple elimina la possibilità di scegliere il sistema di pagamento e impone una tassa del 30%, ma allo stesso tempo impedisce di mostrare metodi alternativi per pagare: Apple permette di usare il proprio sistema di pagamento in-app, ma per usufruirne, gli sviluppatori devono versare una “tassa” del 30% su ogni ricavo ottenuto da questo tipo di pagamenti. Inoltre, Apple non permette di inserire nell’app alcun link che rimandi a siti esterni o sistemi di pagamento alternativi.
2011 - Spotify ritiene la quota del 30% troppo elevata: non potendosi permettere di rinunciare al 30% dei ricavi, Spotify decide di non usufruire del pagamento in-app della Apple. Tuttavia, questo vuol dire che non è più possibile passare all’account Premium direttamente dall’app.
Ottobre 2011 - Siri debutta sull’iPhone, ma non dialoga con Spotify: e a quanto pare era vero allora come lo è oggi. Non ho un dispositivo Apple, ma su internet le persone che evidenziano il problema non mancano.
2011-2014 - Per tre anni, Spotify continua a ricevere pressioni da Apple per adottare il loro sistema di pagamento: non ci viene specificato di che pressioni si tratta né di come sono state esercitate.
Giugno 2014 - Spotify decide di adottare il sistema di pagamento Apple, con il conseguente versamento della tassa e con un forzato aumento del prezzo per passare all’account Premium: gli utenti possono finalmente passare a Premium dall’interno dell’app, ma il prezzo sale dai precedenti 9,99€ al mese a 12,99€ al mese.
Aprile 2015 - Spotify chiede di poter sviluppare una versione dell’app per Apple Watch, ma le viene negato: Spotify accusa i rivali di non averle dato la possibilità e il supporto tecnico necessario per sviluppare Spotify per Apple Watch; possibilità invece concessa ad altri sviluppatori. Ritengo che qui la polemica di Spotify sia giustificata a metà: avrebbero dovuto avere il diritto di sviluppare la propria app come hanno potuto fare altri, ma (a meno che non sia la prassi), non penso che Apple sarebbe stata costretta a collaborare in fase di sviluppo, se non per garantire la compatibilità.
Giugno 2015 - Viene lanciato Apple Music ad un prezzo fin troppo familiare per Spotify: Apple Music include il sistema di pagamento in-app Apple ma non viene applicata la tassa del 30%. Il costo dell’abbonamento? 9,99€ al mese, lo stesso prezzo di Spotify prima che fosse costretta ad alzarlo per limitare i danni imposti dalla tassa. Qui inizia il problema vero: fino a questo momento Apple si era limitata ad imporre delle proprie regole relative allo store, ma adesso è entrata in diretta competizione con un’app, beneficiando in maniera rilevante delle condizioni a cui gli altri devono sottostare. Una metafora che l’accusa ha usato spesso in questa vicenda è che Apple si comporta “sia da arbitro che da giocatore”. Il momento in cui questa metafora si realizza è questo. Finora era stato solo un arbitro antipatico, ma ora scende in campo e, comprensibilmente, arbitra a proprio favore. Ma attenzione: un comportamento comprensibile non è per forza giustificato. In questo caso, non lo è. E’ scorretto.
Maggio 2016 - Spotify rinuncia al sistema di pagamento Apple e quindi al rialzo forzato del prezzo: lo sgambetto della casa di Cupertino, che si trova adesso in una posizione di vantaggio vantando un abbonamento più economico, costringe Spotify a correre ai ripari: tornano al prezzo originale di 9,99€, ma per farlo assicurandosi comunque un guadagno, devono rinunciare al pagamento in-app. Per passare a Premium, bisogna di nuovo farlo in maniera “esterna”.
Maggio 2016 - Apple inizia ad ostacolare e rifiutare Spotify, minacciandola di rimuoverla dall’App Store: non so cosa si intenda con “rifiutare” in questo caso. Il succo della vicenda, tuttavia, pare essere che Apple cerchi di togliere visibilità alla concorrenza. L’accusa specifica che questo ostracismo sembrava coincidere con i momenti in cui Spotify proponeva promozioni e offerte. L’estremo si ha nel momento in cui Apple minaccia Spotify di farla sparire dallo store. Una sorta di dittatura in cui Apple rivela di avere ancora paura del rivale, e di volerlo eliminare piuttosto che affrontarlo. Lo può fare, perché non è solo giocatore: è anche arbitro.
Giugno 2016 - Apple restringe le linee guida: qui l’accusa aggiunge un dettaglio che prima non era stato chiarito sufficientemente, ed è strano che decidano di specificarlo solo ora: le linee guida di febbraio 2011 impedivano di includere link a pagine di info sui prodotti, sconti e promozioni anche se queste pagine non contenevano direttamente collegamenti a sistemi di pagamento alternativi. In poche parole non solo non poteva essere incluso un “clicca qui per pagare dal nostro sito”, ma neanche un “clicca qui per vedere come pagare” o “clicca qui per vedere in cosa consiste la nuova offerta”.
Settembre 2016 - Apple rifiuta una nuova proposta di Spotify per un’app per Apple Watch.
2016-2017 - Apple continua a rifiutare più frequentemente, inaspettatamente e ingiustificatamente gli aggiornamenti di Spotify: qui finalmente ci viene dato un esempio di una regola che è cambiata da un giorno all’altro: non si può neanche più includere un tasto “scopri di più”. L’accusa sostiene che in questo periodo sono arrivate le prime lamentele verso Apple, che tuttavia spesso non potevano essere argomentate adeguatamente, visto che le regole cambiavano di continuo.
Giugno 2017 - Le linee guida vengono ristrette di nuovo: le app rivali devono accettare di non “indirizzare, direttamente o indirettamente, gli utenti iOS verso un metodo di pagamento che non sia quello in-app, o scoraggiare l’uso del pagamento in-app”. Il virgolettato è riportato dall’accusa ed io l’ho solo tradotto. Questa può sembrare una semplice politica attuata da Apple, ma le implicazioni sono chiare: stanno cercando di forzare l’uso del proprio sistema per intascare il 30%, impedendo agli sviluppatori di avere un proprio guadagno con prezzi concorrenziali.
Novembre 2017 - Apple rifiuta di nuovo Spotify: in concomitanza con la promozione “3 mesi di Premium a 0,99€”, Apple blocca di nuovo l’app rivale a causa di un link verso una pagina che spiegava l’offerta ma non come/dove pagare. Spotify era andata sul sicuro, affidandosi ad una conversazione con il capo degli avvocati di Apple, che le aveva assicurato, un anno prima, che un link simile era consentito. Qui Apple gioca sporco due volte: non solo crea sempre più difficoltà per l’utente di usufruire di Spotify Premium in maniera semplice e ad un prezzo conveniente, ma contraddice anche quello che aveva garantito in precedenza.
Febbraio 2018 - Apple lancia l’HomePod senza supporto per Spotify: il discorso è lo stesso di Apple Watch: Spotify trova le porte chiuse, ma altri sviluppatori, non in diretta concorrenza con Apple, riescono a sviluppare per HomePod. Anche qui avrei preferito più chiarezza da parte dell’accusa e possibilmente qualche nome per capire chi invece abbia avuto strada libera.
Maggio 2018 - Spotify rifiutata di nuovo: per una ragione ridicola, stavolta: in uno degli screenshot dell’app nello store si vede la parola “gratis”. Le improvvise nuove linee guida lo proiiscono.
Settembre 2018 - Apple permette funzionalità migliorate per l’app di Spotify su Apple Watch: serve il WatchOS5 perché Spotify ottenga l’ok di Apple per sviluppare in maniera funzionale per Apple Watch.
Febbraio 2019 - Apple Music non rispetta le sue stesse regole: Apple Music invia notifiche e messaggi promozionali che ai rivali vengono negati. Qui c’è la sostanza della vicenda. Apple non solo arbitra e gioca, ma rompe anche le regole che lei stessa aveva imposto. E’ il classico caso del “bambino che ha portato il pallone”, che decide per tutti ma poi fa quello che vuole perché tanto può andarsene impedendo a tutti gli altri di giocare. Dopo l’esordio a prezzo slealmente concorrenziale, è questa la mossa che rivela l’ingiustizia del comportamento di Apple.
A marzo Spotify si rivolge alla Commissione Europea.
Parere personale: l’accusa è fondata: Apple ha tutto il diritto di stabilire delle regole per stare sullo store e cercare di spingere il proprio sistema di pagamento, ma quando si adotta un comportamento di supremazia tale da costringere gli sviluppatori a rinunciare alla propria concorrenzialità, inserendosi poi in quella fetta di mercato a condizioni diverse e più favorevoli, si passa dalla parte del torto. La tassa del 30% è lecita, ma cercare subdolamente di impedire il pagamento con altri sistemi oltre a quello Apple è sleale. Qui non si parla di invogliare ad adottare il pagamento in-app. Si parla di penalizzare chi non vuole farlo. Ridurre la visibilità di Spotify poi è stata una mossa da codardi consapevoli del potere dei rivali nel mondo dello streaming.
Spotify chiede di giocare in maniera corretta, Apple ritiene che l’accusa voglia solo ottenere vantaggi piuttosto che una vera concorrenza.
Io sto dalla parte di Spotify, e voi?








