Il treno arriva, i vagoni scorrono ancora davanti a me. Come la pellicola di un film muto, vedo immagini di corpi seduti, miniere di pensieri nascosti da visi scavati che mi appaiono davanti, come lo scorrere di una pellicola. Troppi mi fissano da in piedi, stanchi. Le immagini rallentano, ma il panorama non cambia: corpi e corpi intervallati da spazi mal illuminati. Fischi e rumore di freni. Cammino contrario al flusso e sembra che il treno riprenda velocità, ma è solo illusione. Con me tante altre anime si spostano inseguendo la speranza di una scena meno sconsolante, di uno spiraglio di fortuna, ma il treno inesorabile avanza, e centinaia di sguardi ci scrutano ostili.
Finalmente il rumore cessa, si aprono le porte con sbuffi e lamenti, scalini di un futurismo passato ci aspettano, grigi, scoloriti, decadenti, un'immagine triste di un'epoca poco pulita.
La prima cosa a cogliermi è una zaffata calda, di odori umani e plastica riscaldata, quel tipico odore dei treni moderni, ma non nuovi, quell'olezzo di troppo calore diffuso da bocchette polverose, mai curate, ignoranti alla tecnologia, incessantemente sporche e dimesse. La maniglia è logora, lucida e quasi graziosa nel suo brillare, mera usura oltre il tempo massimo.
La carrozza trasuda vita umana accatastata come bestiame, assiepata fino all'ingresso, occhi che scrutano occhi che si fanno fessure spigolose e difensive. Falsi territori conquistati si fanno castelli duri da penetrare. La chimera di un posto conquistato può far nascere irrazionali paure. E sempre così sarà.
Il mio sguardo si fa incerto, scende e incontra quello di un bimbo, accenno un sorriso, lui mi fissa ingenuo. Non piange, di questo gliene sono grato. La madre lo tiene per la mano, lo sguardo da automa, i movimenti ridotti al minimo per mantenere quanto più possibili intatte energie fisiche e mentali sempre più agli sgoccioli. Low battery grida il suo viso, ma nessuno sembra curarsene troppo, suo figlio crescerà lo stesso, in questo mondo o in un altro.
La sensazione del viaggio della speranza, quel breve istante di assoluto smarrimento che ti accompagna nelle serate tristi, in cui tutto prende la piega sbagliata, tutto è in discussione, perchè sai che la certezza non fa parte di questa esistenza. La sensazione della classe, della casta, dell'aia e dei porci, del recinto, dell'etichetta all'orecchio. Tutto grida serie B qui dentro. Gli spalti vuoti, nessuno tifa per te, il campo senza erba, la porta senza rete.
Mi faccio largo cercando di non forzare troppo i movimenti, struscio inconsciamente una donna sulla quarantina, che quasi non mi percepisce. Me ne vergogno.
Vorrei poter gridare che è tutto sbagliato; che io sono un impostore in quel treno trainato da chissà quale Caronte; vorrei scuotere questi sguardi vacui e destarli, e farli ridere e saltare. Dov'è la musica? Dov'è la gioia di esistere, quando serve?
Il bambino mi osserva neutro, eppure lui sa di cosa avremmo tutti bisogno. Purtroppo il piccoletto non ha giurisdizione in questo grigiore, eppure con gli occhi mi dice che sa cosa sto provando, oppure è solo concentrazione da pupù, va' a sapere.
Cerco il mio spazio tra spazi altrui. Muovo piccoli passi di assestamento, costantemente rubando aria ai vicini. Un micro balletto di corpi che cerca di assestare il proprio territorio all'ingresso dell'intruso. Tanti e tanti elefanti si muovono a ritmo di una salsa rallentata dentro il difficile equilibrio dei loro pensieri di cristallo.
L'immobilismo è il mio obiettivo: sparire per rinascere come uomo degno di spazio.
Ecco, ci sono, perfettamente incastrato, un uomo nel suo immobile incedere che si sottrae al giudizio, esente da errori, stabile, dritto, decisamente facile da gestire.
Intorno a me dieci sguardi indagano, decidono se in coscienza io sia meritevole di essere, certificato a sostare dentro il loro perimetro.
Gli sguardi ora diventano cinque, ora solo uno.
Sono dentro. Accettato. Accerchiato. Grigio tra i grigi. Perfetto.
Allineato ad altri corpi, dondolanti all'unisono e trasportati nella notte, siamo parte dell'accettazione comune, e l'unica parola che risuona nella mia mente è lobotomizzati.
Ci vorrebbe qualcosa, un amico, una birra, una bestemmia di consolazione. Basterebbe anche solo un sorriso.
In questo sgradevole istante sudato che fa parte della vita, tra tanti sguardi indiscreti o meno (che importanza ha...), ho visto anche il suo.
Era bello. Era bello perfino pensare di dare un aggettivo per descrivere il suo sguardo in tutto questo contesto.
Non posso dire cos'era, posso solo avvicinarmi a tentativi: non era eccitato, questo no. Non era triste, nè distante. Non sussurrava parole dolci, non cercava me. Disteso, sicuro, non raggiante, ma allegro, vivo.
Oddio, com'era vivo. E curioso. Il suo sguardo.
Ho pregato parole gentili, pur di incontrarlo almeno una volta. Ma ho ritratto subito i pensieri, intimidito dalla mia stessa presenza. E se fossi stato troppo duro, troppo indulgente o offensivo?
Ho visto con occhi di bambino e mi sono chiesto come vedesse il mondo, quello sguardo. Sembrava fosse a suo agio, anche lì dentro. Se dovessi cercare un modo per descriverlo, penserei solo al profumo dei fiori nel sole caldo di un bel giugno, una mattina, alcune innocue nuvole bianche e una brezza lieve che ti fa sospirare.
Era un profumo di primavera, giallo e a tratti turchese. Ma non così delicato. Era bella da morire.
Si è girata, e io non ho sottratto il mio sguardo, e non so perchè l'ho fatto, in fondo non volevo importunarla. Ero solo curioso di riflesso, come avessi appena trovato un'anima meno perduta di tante altre, e mi ci volessi aggrappare disperato.
Mi ha fissato, non troppo, e poi quella cosa, quel sorriso appena accennato. Pazzesco. Davvero, lo giuro. Gratificante, bello da togliere il fiato, il treno ha preso colore. Non ho sentito farfalle, non ho sentito nulla, ho solo chiesto mille volte grazie, al suo sorriso, al mio equilibrio che è riuscito a coglierne l'essenza.
Forse avrei dovuto fare di più, per meritarlo, ma ho pensato di tenerlo lo stesso per non gettarlo al vento.
Il treno con calma ci ha lasciato spazio, e nella danza dei corpi, forse incoscienti, ci siamo fatti più vicini. Tutto ruotava intorno ai nostri due sguardi, lievi, furtivi.
Le cedo il posto, per gentilezza, per gratitudine.
Un inno alla vita preziosa. Lei non vuole, io insisto, lei abbozza un grazie e si siede.
Mi siedo anch'io, un po' più in là.
Corre il treno, corre veloce.
Lei mi guarda e non dice nulla, io gioco a fare il sofisticato.
Arriva la mia fermata. Mi alzo e la guardo per un'ultima volta, la sento scappar via come un'illusione perduta.
Avanzo verso l'uscita senza alcuna voglia di farlo.
Ad un tratto sento la mia mano sfiorata. Un tocco lieve di un'altra mano.
Mi tocca appena, non mi guarda, mi lascia andare, io la stringo dolcemente, la trattengo ancora un po', è delicata e fragile, preziosa, morbida. La lascio a malincuore e mi avvio.
All'uscita della carrozza un uomo si fa avanti con un sorriso. E' Stefano.
- Marco! Ciao! Hai visto mia moglie? Ci siamo persi tra due carrozze un'ora fa. Hai visto quanta gente oggi? C'è stato lo sciopero, sono tutti quanti saliti con noi a Milano, che casino. -
Lo guardo sconfitto. -Sì, l'ho vista. E' poco più avanti... devo andare. -
- Ah ok, perfetto. Grazie. Beh, allora, a domani! -
Scendo i gradini, mi volto, ma lei non c'è. Non c'è.
Una brezza leggera mi gela il sangue. Stringo la sciarpa un po', e rimango così, fermo, a fissare la mano sfiorata da lei.