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La codina
L’ippopotamo si svegliò sorridendo. Pensava ai due versi che il grande poeta Toti Scialoja gli aveva dedicato: “L’ippopota disse: Mo / nella mota ho il mio popò!”. Si mise faticosamente sulle quattro zampe, uscì dalla tana e stava per raggiungere l’angolo dedicato ai suoi enormi bisogni quando si accorse di essere già assediato - alle nove del mattino - da due amiche di una certa età, le tipiche signore che vanno a braccetto per le strade o bevono un tè cinguettando senza rispetto umano. Avevano il naso dentro la rete del recinto e lo guardavano allegre. Invece di recarsi nell’angolo, l’ippopotamo si trascinò fin davanti alle linguacciute con l’intenzione di mostrare loro il sedere e vibrare la codina come un tergicristrallo impazzito, capace di trasformare in spray qualsiasi cosa le arrivasse a tiro. Perfido e disgustoso, aveva guadagnato la giusta posizione quando sentì una delle due esclamare: “Guarda, che bel sederone!”. Un complimento nuovo, commovente davvero. L’ippopotamo risparmiò le due donne e se ne andò dove prima voleva andare. da G. Neri, Raccontini disinvolti


















