14 Gennaio 2013
Facebook mi ricorda che sei anni fa partivo per Bruxelles. Le mie migliori amiche ad accompagnarmi in aeroporto. L’aereo quasi perso per un pelo, poi la capitale europea ad accogliermi nella neve, nell’inverno più freddo di sempre. Io che trascino due valigie enormi tra i marciapiedi ghiacciati. Apro la porta della mia nuova casa con le vesciche alle mani.
Sono tornata cambiata per sempre, eppure ci ho messo quasi sei anni per ripartire. Sei anni in cui me le sono raccontata tutte, pur di piantare radici. Dovevo laurearmi, e ci sta. Poi buttarmi sul lavoro, da copione. Poi mi sono innamorata (non da copione). Poi mi sono adagiata.
Tutto passava. La voglia di vedermi vestita di un qualche ruolo importante. La voglia di costruire qualcosa insieme a qualcuno. Era troppo presto, e tutto passava. Con il tempo ho capito che non era tempo. No, non era tempo, non mi interessava davvero.
Ho analizzato la parola «ambizione». Ho sempre creduto di essere una persona ambiziosa. Ho sempre lavorato come un mulo. Volevo l’indipendenza, il benessere ed essere «qualcuno» magari riassunto in un paio di parole, in un qualche ruolo, sulla firma di una mail. Era la mia massima ambizione, effettivamente. Avere quelle due paroline magiche con cui presentarmi in ogni occasione: «Io sono, io faccio - tu chi sei? Cosa fai?». Qualcosa attorno cui far ruotare il mio mondo.
C’è voluto tempo per realizzare che l’unica ambizione a cui dovevo aspirare era essere padrona dei miei desideri e delle mie azioni. Slegata da qualunque cosa. Perché dopo gli uomini, ci saranno altri uomini. Dopo i ruoli e le cariche, ci saranno solo altri ruoli e altre cariche. Dopo il denaro c'è ancora denaro. Ma dopo il tempo speso, non rimane che guardarsi indietro e farsi delle grosse domande (sempre se si ha mai avuto il coraggio di farsele davvero, quelle giuste).
Non significa che non metto impegno nelle cose che faccio, non significa che mi accontento. Significa che sono mossa da quello che voglio IO dal mio tempo, consapevole che il bisogno di dover dimostrare qualcosa a qualcuno è solo una gabbia. Realizzando, che tutto quello che posso essere e diventare, è lí fuori. Non certo in due misere parole.
La voglia di partire non è mai passata, fluttuava nei pensieri ogni giorno. A volte era pura sofferenza, ma mi sono tenuta a bada. Ho firmato contratti, tenuto strette le mie chiavi e mi sono presa impegni più o meno grandi. Ho fatto la persona adulta, mi sono auto-sabotata. D’altronde, se tutti agivano da copione, doveva andare bene per forza. Non mi sarei fatta un graffio. Sarei stata bene, felicitá prèt-à-porter.
Eppure dopo 4 anni la mia stanza ancora non sapeva di me, era un luogo di passaggio. I nostri spazi raccontano chi siamo ed io ero incapace di costruirmi un habitat permanente. Dove mi mettevo, mi adattavo, ma non stavo. Quindi mi sono tenuta buona ancora, portandomi da lato all’altro dell’Europa, convincendomi che andava bene così. Che avrei comunque avuto il tempo di viaggiare tra weekend lunghi, ferie ad agosto e vacanze di Natale. Come fanno tutti. E se va bene a tutti, perché non deve andare bene a me? Ringrazia e porta a casa, Alice. Magna e tasi.
Mi sono tenuta costantemente impegnata incastrando la mia vita in un Tetris d’impegni e raccontandomi le solite stronzate: non partire, dai. Ma cosa vai a fare? E tutto quello che hai costruito sino ad ora? Dai che è solo un altro dei tuoi colpi di matto. Tra due mesi ti stanchi e torni a casa con la coda tra le gambe. Le tue solite figure di merda. Come farà la tua famiglia senza di te? Tanto comunque non vuoi vivere distante da casa, perché fai tutto questo casino? Forse dovresti comprarti una macchina nuova e startene buona.
C’è una canzone di Niccolò Fabi che fa: «Io sto bene quando sono lontano da me, dove nessuno sa chi sono e dove niente mi riguarda. Dove l’ignoto ha il suo profumo, io vado incontro al mio destino, seduto accanto a un finestrino. Con in tasca un passaporto e all’orizzonte un nuovo viaggio. Con quella libertà speciale che ha solo l’uomo di passaggio.»
Ecco, io mi sento ambiziosa e invincibile, quando mi sento cosí. Sento di dare il mio meglio. Sono felice. Non è semplice realizzarlo e accettarlo. Qualcuno che (ancora) non ha di meglio da fare si diverte a ricordarmi che mi sto avvicinando ai 30 e che «le mie priorità dovrebbero essere altre». Ecco, intanto io me ne sento 20 freschi freschi, e lo so quali sono le mie priorità. Me le sono scelte. E se proprio dobbiamo dirla tutta sono gli stessi che alla semplicissima domanda: «Come stai?» rispondono: «Se tira vanti...». Insoddisfatti cronici. Non capiscono dove sta l’ingranaggio che non funziona, ma alzano le spalle e tirano avanti. Passerá. Perché l’edonismo di un’immagine svia, addormenta l’impegno. Lo capisco, ma io due domandine in più me le farei. In pausa pranzo magari.
Ogni cosa ha il suo tempo. Dovevo fare quello che ho fatto. Oggi c’è la maturità e la consapevolezza per affrontare questo viaggio. Il rimpianto di non essere partita prima si è dissolto. Impensabile vivere questa consapevolezza se me ne fossi andata a 20 anni. Non so se ce l’avrei fatta.
L’Alice «ambiziosa» di sei anni fa, non si sarebbe mai voluta immaginare, un giorno, in una farm australiana. Mai avrebbe creduto di portare a casa tanti insegnamenti quanti lividi. Ho condiviso casa, lavoro e tempo libero con chi all’inizio era un perfetto sconosciuto e ora si avvicina più ad un libro aperto. Loro, a distanza di quasi quattro mesi, mi conoscono meglio di tante altre persone che mi hanno vista crescere. Esperienza davvero strana, non minimamente paragonabile alla convivenza con dei coinquilini. Quando condividi un tetto, ognuno ha la sua stanza e la sua routine, ci si becca ogni tanto. Vivere e condividere stanza-cucina-bagno-auto-lavoro-noia-sbornie e ormoni 24/7 tira fuori il peggio e il meglio di ognuno di noi. Non c’è nessun posto dove nascondersi. Ti fai guardare dentro e fuori, anche se non lo vuoi.
I miei amici sono molto diversi da me, nessuno mi somiglia. Però ho imparato proprio qui, che amare, voler bene a una persona, significa saperlo fare soprattutto quando questa è diversa. Per arricchirsi. Accettare la parte vulnerabile è tesoro prezioso, non per gli occhi di tutti. L’amore è un verbo, non un sostantivo. Noi italiani lo mettiamo su tutto, come il sale. Lo si vede quando iniziamo a cucinare per noi ma poi prepariamo per tutti. Ho conosciuto tante belle persone, e dietro ogni bella persona c'è sempre l'amore.
14 Gennaio 2019
Lascio Batlow, dopo 102 giorni di farm. Due pezzi di cuore mi accompagnano alla fermata del bus: Heta e Steve. Lei, entrata in casa durante la cena del mio compleanno. Un bellissimo regalo, un’amica da cui non voglio separarmi più. Ci si aspetterebbe il gelo della Scandinavia e invece è un universo fragile e vulnerabile, che vive in un equilibrio tutto suo. Lui, invece, è l’uomo più gentile che io abbia mai conosciuto. Un’inspirazione, indimenticabile. Una grande lezione di vita: le donne e gli uomini indimenticabili mettono sempre i bisogni degli altri al di sopra dei propri e danno più di quanto ricevono. Non per ottenere l’approvazione di nessuno, ma una dimostrazione concreta del desiderio di rendere il mondo un posto migliore.
Ci si stringe come in una morsa, asciugo le lacrime di lei e me le bacio tutte. Io ancora non ho imparato a piangere. Ma sto solo aspettando il mio turno, non vedo l’ora di vederle scendere. È il mio primo arrivederci, ma siamo tutti in viaggio. Diventerá la norma. Allontanarsi è conoscersi.
Mi avete regalato quattro collane e due paia di orecchini. Mi avete guardata, spoglia. E avete scelto l’argento per me. Grazie, siete ricchezza. Ricchezza che è di gran lunga maggiore nella volontà che nelle tasche. Ricchezza che voglio sia l’unica ambizione.














