L'intervallo
Un paesaggio di macerie. Un ex ospedale fatiscente, intriso di passato, immerso in un presente che scorre all’esterno sotto forma di automobili in coda, aerei in decollo e immensi grattacieli. La realtà è la fuori: artificiale, costruita, assemblata. Finta, senz’anima. Due ragazzi imprigionati tra le rovine dell’abbandono. Lui, il carceriere, obbligato a tenere d’occhio lei, la reclusa, costretta per una giornata dentro l’immenso edificio di cui sopra, aspettando l’arrivo di Bernardino, camorrista che deve farle cambiare idea. Riguardo a cosa? La colpa è quella di aver frequentato un ragazzo di un clan rivale. I due adolescenti, troppo cresciuti per la loro effettiva età, iniziano a conoscersi, a parlarsi, a confessarsi l’un l’altra, e in un attimo, quella che sembrava una giornata intrappolata nell’attesa di un ineluttabile e terribile dopo, diventa un intervallo dal reale. I due si raccontano storie, esplorano ogni anfratto, e attraverso una feconda e inesausta fantasia, tipica di chi ha troppi sogni inevasi, trasformano una prigione di rovine in un infinito di magia. L’intervallo, opera prima di Leonardo Di Costanzo, è un film apparentemente semplice e lineare, ma che a un’analisi più approfondita dimostra di essere molto di più: è complesso nella misura in cui travalica i confini della trama, proprio come fanno i due giovani protagonisti con la realtà. Ed è a questo punto che ci si accorge che non è solo un film su due ragazzi, sulla loro voglia di evadere da una vita che li ha spinti troppo presto a diventare adulti, ma è soprattutto un’opera che guarda dritto dentro di noi, in quell’angolo della nostra personalità che, da italiani, ci obbliga a schierarci come dei tifosi. Allora la camorra e la scelta della ragazza di non scegliere, di non schierarsi né dalla parte di un clan, né dalla parte del clan rivale, ma semplicemente di frequentare un ragazzo senza chiedersi che uniforme abbia, diventano una critica feroce verso un popolo superficiale e ignorante, che per malafede o suo malgrado, non riesce a porsi verso la realtà in modo razionale e ponderato, ma superficialmente si schiera come in uno stadio. E allora, chi “non vuole averci niente a che fare” diventa un vandalo del politicamente corretto, un guastatore di quella pace dei sensi causata dalla sicurezza di avere un nemico del colore opposto al proprio. L’intervallo, quindi, è un film ingannevolmente semplice, e per questo non distribuibile e non fruibile da un popolo ormai con gusti troppo televisionalizzati per poterne apprezzare le sfumature. È un film sbagliato per il nostro panorama cinematografico attuale ormai piattamente standardizzato, poco coraggioso e ancorato a certezze obsolete e anche un po’ rancide. Ma, in questo putrescente universo di commediole senza attori, in cui i nomi incollati ai volti sono più importanti delle espressioni, ogni anno il cinema italiano sforna questi piccoli gioielli, la cui brillantezza è doppia se li pensiamo calati in un contesto produttivo miope che produce scientemente certezze per occhi senza pupille. Proprio come la cucciolata che i due protagonisti scoprono in una scena del film: un cane che nel degrado e nell’abbandono dà la vita.










