La morte irrompe grottesca sulla scena. Un turista giapponese ucciso da un infarto mentre scatta fotografie a Roma, vista dal Gianicolo. Ucciso dal proprio cuore, o forse dalla bellezza che si riflette nell’obiettivo della sua macchina fotografica. L’intro de La grande bellezza è un coacervo di cinema, inquadrature geometriche, movimenti di macchina di eccezionale bellezza ed eleganza, in un turbinio di comico e tragico, reale ed irreale. Poi, all’improvviso, un grido che sembra di dolore, di paura, e invece l’inquadratura stacca su un volto di donna, in una festa su una terrazza in bocca al Colosseo. Corpi in decomposizione che ballano, cantano, gridano, strofinandosi l’uno con l’altro nell’estremo tentativo di sentire ancora, davvero, del calore umano. La grande bellezza è un potente affresco cinematografico in cui coabitano spesso opposti che si attraggono come in simbiosi. La bellezza e la morte succhiano l’una dall’altra il fluido vitale, cercando di avere la meglio in un’agonia infinita di dolore ed estetica virtù. Il film di Sorrentino, infatti, è intriso di morte, sin dalla suddetta scena del turista giapponese. Come ne Il Divo, i personaggi vivono di notte, come vampiri. Nessuno di loro però è guardato dall’alto in basso, anzi, sono empatici, umani, e quindi deboli. Non c’è opportunismo o malafede. Spesso sono legati da vera amicizia. Sorrentino indica, ma non addita. Malinconicamente senza una direzione, rimbalzano nel film come palline di un flipper. Sono in un posto, ma non si sa perché o come ci siano arrivati. Falene che vagano senza meta, attratti da un buio silenzioso che non riesce ad essere riempito ed illuminato da nessuna luce. “La povertà si vive, non si racconta”. La povertà d’animo, alla quale nemmeno un cardinale sa dare una risposta. Ed è per questo che La grande bellezza fa dell’incontro, vero, contatto e non strofinamento, la sua trave portante. Gli incontri che farà Jep Gambardella cambieranno la sua vita impercettibilmente, ma quanto basta per virare di quel poco che nel corso degli anni diverrà tanto. Come la Costa Concordia incagliata per un cambiamento di rotta, così Jep riuscirà nel tentativo di evitare lo scoglio. Non per nulla la sua nostalgia per il passato, impersonata dalla ragazza amata tanti anni prima e ora morta, è rappresentato da un incontro sotto ad un faro, direzione ed aiuto per le navi lontane. Ma è un film costruito per produrre senso. Una sottile metafora dell’Italia (non solo di Roma, immobile scenografia del nulla), bella ma malata come Ramona, ancora capace di ispirare e stupire, ma che nel profondo di se stessa sa che dalla malattia non si salverà - è questo, certo, ma è anche un’opera cinematograficamente opulenta, con delle scene di un’estetica ambiziosa e mai frivola. Siamo dalle parti di Fellini, sì, ma anche di Malick. La grande bellezza è un film sulla morte, sugli incontri e sulla meraviglia. Sui trucchi che gli esseri umani hanno inventato per sconfiggere la prima, favorire i secondi e godere della terza. Il cinema di Sorrentino, e soprattutto questo suo ultimo film, è puro godimento cinematografico. Crea nuove forme, nuovi mondi, uscendo dal reale molto più spesso di quanto si creda, e tratteggiando un’opera enorme per inquadrature, divertente, tragica, malinconica, nostalgica e speranzosa. Due ore e venti di puro cinema che crea un universo senza una sua precisa linearità narrativa, ma che vive e si sostiene sul visibile, riportando il cinema ad essere causa e non effetto di meraviglia, visione e non riflesso, motore di magia e non semplice spettatore, raccontando per immagini e non per descrizioni. Immersi nella povertà, guardiamo e ci salviamo.