C'erano quelle veloci corse verso un tugurio di pensieri, con quelle veloci lacrime che sembravano dire «stavamo aspettando che scoppiassi», quelle veloci imprecazioni, promesse, «basta!» e basta non era mai. E c'era quella mano che bussava, che schiudeva la porta senza aspettare il permesso, quella timidezza a far capolino, sentendosi una sola in una stanza di mille. E c'era sempre quella mano, la stessa, incerta se toccarti una spalla oppure no, e invece la scelta era sempre quella più facile: parlare. E c'era quel «no, vattene!» puntuale, a ringhiarti che hai fatto una cazzata e che quella spalla era meglio toccarla, tirarla, con forza se necessario, perché ad ogni «vattene» corrisponde un «abbracciami solamente». Le lotte ci hanno fatti grandi, non il tempo. E quelle corse son diventate più rare, più lente, a confondersi con le camminate, ad ingannare che sia tutto okay, così che quella mano, se bussi, non bussi solo in tempo di guerra. Ma quella mano non ha bussato e quella timidezza è stata sostituita dall'incoscienza, incosciente del fatto che le peggiori guerre si fanno in silenzio. Venirsi incontro è il primo passo per far durare un qualsiasi amore, rincorrersi ma solamente l'uno verso l'altro, cercarsi l'uno nell'altro, amarsi l'uno per l'altro. Abbiamo smesso di venirci incontro, niente più corse, rincorse, mani sulla spalla o stupide parole. Abbiamo smesso come si smette di mangiarsi le unghie, come si smette di fissare le vetrine dei dolci quando si è a dieta, come si smette di ascoltare la stessa canzone per un mese: abituandoci ad altro. Abbiamo smesso di venirci incontro, peggio che smettere di amarsi. – La Chang.











