« Te lo dico col cuore, la tua è proprio un’idea del cazzo. »
La voce di Siobhan ruggisce negli auricolari mentre Lenoir s’inerpica su una pila di mattoni. Si lascia cadere dall’altra parte della grata con l’agilità di una moffetta ed il risultato è così brutto che deve castare un incantesimo protettivo per non rompersi l’osso del collo.
« Ho tutto sotto controllo. » ribadisce mentre che cerca le telecamere che potrebbero averla immortalata in flagranza di reato, ma per sua fortuna il cantiere è effettivamente abbandonato come pare dall’esterno. Col cuore in gola percorre il cortile dal cemento mezzo rotto, dove l’erbaccia è cresciuta fino alle ginocchia ed i cocci di bottiglia compongono suggestivi mosaici letali. Qualcuno è già stato qui, realizza improvvisamente. Adolescenti della South in cerca di emozioni facili, decide in fretta. Ma adesso non c’è nessuno. E’ quello che continua a ripetersi dal momento in cui ha visto la parrocchia mezza sfasciata e se n’è innamorata.
« … e comunque, davvero. Una chiesa sconsacrata per celebrare un Sabbat? Ma quanto è cliché in una scala da uno a Twilight? »
Ha le guance in fiamme, ora che lo sente a voce alta. Detto da lei suona come l’idea più stupida dell’universo. Eppure sembrava così giusta, quando l’ha vista. Così ironica e macabra e romantica.
« Direi piuttosto abbandonata, a giudicare dalle transenne arancioni e dal cartello di inizio lavori nel 2025. » simula un tono razionale, padrone della situazione. « In questa zona ci sono un sacco di edifici iniziati prima del riavvolgimento e mai portati a termine... »
« Quindi secondo te la Curia ha lasciato perdere questa chiesa soltanto perché gli seccava pagare un'altra volta idraulici, imbianchini e muratori? » la voce di Siobhan gronda sarcasmo.
« Forse, dopo due guerre aliene ed un numero imprecisato di quasi-apocalissi, ha capito che Dio deve aver abbandonato Philadelphia... » le risponde con leggerezza, ma non è poi così ironica.
Non ha bisogno di appellarsi alla magia per sciogliere il lucchetto della sacrestia: la porta è già stata scassinata, a terra è pieno di rifiuti e lattine di birra. Ragazzini, continua a raccontarsi, youtuber venuti a cercare spiriti e voci dall’oltretomba. Per un attimo è tentata di prendere il telefono e cercare il video a conferma della sua stessa storiella, invece si toglie l’auricolare ed ascolta i suoni nei dintorni. Auto all’incrocio, il bip bip di un camion in retromarcia, petardi esplosi nel campetto da basket alla fine della via. I suoni del South Side quando non ci sono sparatorie, esplosioni o sanguinosi combattimenti tra maschere e malavita.
Ma dentro la chiesa c’è solo il confortevole silenzio del vuoto. Un santuario di pace. Prende coraggio ed entra, mentre rinfila l’auricola dove Siobhan ha continuato a parlare inascoltata per tutto il tempo.
« … non ha senso, insomma, dovreste proprio… »
« Cosa? Ripeti, non ti ho sentita. »
« Dicevo » sibila l’altra, frustrata « che anche voi dovreste prendere esempio dalla Curia, e tornarvene in Europa. »
La risata di Lenoir rimbomba spettrale contro le pareti della navata.
« Ciò nonostante, persino dopo Lamarac, siamo ancora qui. » sposta uno dei banchi contro la porta per serrare il passaggio. « Ma forse so perché. » la tiene in sospeso intanto che estrae un grosso gessetto bianco dallo zaino ed accende un fuoco fatuo per illuminare la navata.
Lenoir respira la polvere del pavimento mentre traccia il cerchio sulle piastrelle luride. Non sa da dove cominciare. I ricordi della notte al PGH dopo il ritorno da Lamarac sono annebbiati dalla morfina, confusi dal dormiveglia farmacologico. La memoria è una funzione così labile ed incoerente. Ricorda con precisione il profumo della mamma, i polpastrelli ruvidi di papà, il peso di Levi sull’altra metà del cuscino. Il resto sono sogni dai contorni irreali.
« Li ho sentiti parlare, la prima notte. Papà voleva tornare, era così arrabbiato. Mamma sembrava sul punto di cedere, una volta tanto. Però continuava a ripetere una cosa… » lascia il disegno a metà e spinge la memoria al limite. « Che non potevano lasciare la voragine incustodita. No, non “voragine”, un termine simile in latino o in greco. Qualcosa collegato al nostro glitch ed alla captatio benevolentiae. »
« Quella prima o dopo il riavvolgimento? »
« Non lo so. » traccia l’ultima congiunzione col gessetto e si prende qualche attimo per giudicare il risultato finale. « Ho una teoria. Penso che abbiano cambiato qualcosa, tra la prima captatio del 2026 e quella del riavvolgimento. Qualcosa che ha prodotto delle conseguenze. Per questo hanno posto un Velo sulla nostra memoria. »
Il silenzio di Siobhan è talmente lungo che Lenoir deve controllare se per caso è caduta la linea.
« So che ti ho sconvolta, ma gradirei un tuo parere. »
« Il mio parere è che dovresti disdire l’abbonamento a Netflix e smettere di vedere tutta quella robaccia pseudo-sovrannaturale prodotta dagli umani. »
« Però un Velo spiegherebbe perché tutti e sette non ricordiamo come siamo morti la prima volta. E soprattutto perché la tua veggenza non funziona. » sente Siobhan sospirare, così insiste. « Inoltre dopo la prima guerra di Magnus sono tornati in Europa... »
« E’ stato per i nostri funerali... »
« A maggior ragione non si capisce perché rimaniamo in questa fogna di città, dopo che per grazia della Dea siamo tutti ritornati. No Bibi, stanno facendo qualcosa. Ormai ho perso le speranze e la pazienza di aspettare che siano loro a spiegarmi, perciò in questo Yule ballerò per conto mio. »
« Le streghe non ballano da sole, Lena. Non esistiamo senza una Congrega. »
Il promemoria la frena, fa scattare qualcosa nella testa. Per un attimo la rivede, nella penombra della chiesa: l'alter-ego di Lamarac. Occhi viola e saette sfrigolanti tra le dita, tanto forte quanto lei è debole, unica sopravvissuta ad una guerra che non le aveva lasciato nient’altro che se stessa. Lo sa che nell’arena del Faraone, quella Lenoir spezzata l’ha lasciata vincere. Ha voluto che fosse lei ad ucciderla, perché per una strega la solitudine è una pace inaccettabile.
Siobhan sospira di nuovo, ma non insiste. Sa che è una battaglia persa.
« … sta attenta ai termini del patto. »
« Lo so. Ti voglio bene, ci sentiamo dopo. »
L'auricolare tace e rimane sola nella navata. Posiziona le candele attorno al sigillo, lo circoscrive con un cerchio di sale, segna i punti cardinali. Ha il magone quando estrae gli ultimi due oggetti dallo zaino, il trasportino per animali e l’athame cerimoniale. Con due click libera il coperchio e rimane a guardare il gattino addormentato, la testa piena di ripensamenti.
Ma che sta facendo? E’ tornata, è salva. Non ce n’è bisogno.
No. No. No. Non dimenticare.
La memoria è una funzione labile ed incoerente. Ariadne una volta ha parlato dei meccanismi di difesa della psiche, amnesie ed illusioni per nascondere verità troppo crude. Di sicuro la tentazione è forte: dimenticare, chiudersi in casa, lasciare la Gifted, tornare allo studio in Europa. Si passa le dita tra i capelli, le unghie premute così forte da lasciare graffi.
Si appella al buio desolante della prigione aliena. Alla minaccia dell’ignoto, a tutte le lacrime di paura. Ai Rhakkam, ai Fleeze, alle altre razze aliene che l’hanno sballottata, malmenata e valutata come un pezzo di carne al mercato. Al collare inibitore che ha scandito frenetico il conto alla rovescia, alla prima pietra assassina scagliata proprio da lei, quando ha scoperto di non avere nemmeno il coraggio per salvare se stessa. Alla protezione di Nameless, agli occhi rossi di Antares che hanno assistito alla sua resa. Alla stretta di Jane nell’unica notte in cui è riuscita a dormire senza incubi, alla voce fastidiosa di Falcon che la chiama principessa. A Sophie, nella cella dell’arena. C'è qualcosa di oscuro in te. Qualcosa che mi fa venire i brividi.
Si appella al momento sconcertante in cui ha realizzato di non avere controllo sulla sua stessa vita. Di non averlo mai avuto. Perché il controllo è la più grande bugia che l’uomo ha inventato per sopravvivere alla lunga notte.
Si appella a tutto questo, mentre affonda l’athame nel corpicino dell’animale.
« Nethqadash shmakh, Malak al-mawt, Azrael. »
Scandisce lentamente le parole in aramaico imparate a memoria, le ripete una dieci cento volte, finché non perde il senso della realtà
qualcosa la colpisce in fronte con la violenza di un mattone
Il sussurro dell’entità echeggia nella testa come un riflesso in una stanza di specchi. Impiega un tempo incalcolabile per rimettere a fuoco il sigillo dentro cui è confinato qualunque cosa abbia evocato. Nonostante il cerchio di sale, il suo potere è soverchiante. Ricordare le parole di rito le costa uno sforzo tale che per un attimo prova un'ondata di panico.
« Offro le sette vite di questo famiglio a te, Malak al-mawt, affinché tu possa legarlo a me in questo luogo di ritorno. »
Questo non è il tuo famiglio.
Ha la bocca impastata e lo stomaco sottosopra. Non s'aspettava questa risposta.
« Questo è la mia offerta. Sette vite per la mia. »
La risata dell’entità s’insinua in lei come un mal di testa.
I gatti non m’interessano, strega. Non sei abbastanza potente da impormi il tuo patto. La tua famiglia rifugge da me da troppo tempo. Ma lo scambio equivalente esige una vita per un'altra, come l'ultima volta.
Se fosse più lucida, si chiederebbe di che accidenti sta parlando. Ma l'emicrania le sta spaccando la testa a colpi di martellate.
Questa è la mia offerta. Quando tutto è sangue, il sangue è tutto.
Sente la polvere del pavimento contro la guancia ed il sapore del sangue in bocca. Il bruciore infernale sulla schiena è l'ultima cosa che ricorda prima del buio.