Ogni giorno vivo seguendo un principio sistematico e razionale. Mi sveglio, mi lavo, liberandomi dalla cattiva ed amara sensazione di tristezza che mi opprime, e mi avvio fuori casa. Ogni giorno allo stesso orario.
Così vivo una liberazione momentanea, respirando l’aria tranquilla e pulita che mi raffredda la punta del naso, e viaggio così verso l’oscurità, verso il luogo in cui ogni ideale e speranza vengono oppressi da vergogna ed insoddisfazione.
Schernita dalle mie profonde incapacità e lacune, delusa per l’irraggiungimento dei miei obiettivi, faccio ritorno nel nido familiare in cui sempre avevo sorriso, in cui sempre mi ero sentita amata, ma ora non sento altro che freddezza ed estraneità. Preferisco infatti alienarmi nel mio lavoro, e sfogare le mie rabbie nel mio hobby di una vita.
Vorrei piangere, tra le braccia di chi potrebbe regalarmi vero affetto, non forzato. Vorrei ricevere consigli e certezze, da chi ritenevo il mio punto di riferimento. Ma sono stata sostituita e diventata abitudine.
Vorrei tanto piangere, urlare ad alta voce, sfogare e liberare l’odio che ricopre ogni angolo del mio interno. Ma quella fiebile vocina muore ancora prima di nascere. Non viene ascoltata una stupidaggine, tantomeno una necessità.
Intanto il mio aspetto peggiora, ingrasso e le occhiaie si imbruniscono. Così ho deciso di cercare bene fuori dall’ambiente familiare; ma come una stupida oca, sono stata ingannata da tante parole e sguardi dal colore blu.
Ancora una volta, lo stupido agnellino era stato ipnotizzato da una chioma marrone e sguardo di ghiaccio. Ancora una volta stavo morendo dentro, con la disperata necessità di colmare il nulla domimante.
Sono ancora io, sola come la luna piena nella notte stellata, finta felice nella società dei sorrisi di porcellana.
Vorrei soltanto piangere, avvolta dal calore vero di una persona, non desidero altro. Vorrei tanto conoscere quel calore.
Vorrei tanto piangere, nel calore.