Il coniuge imbarazzante è peggio della madre o del figlio imbarazzanti, perché loro non te li sei scelti: ma cosa mi dice di te il fatto che tu abbia sposato un cretino, una che non si sa vestire, uno che usa lo stuzzicadenti, una con una dialettica da seconda media, uno col marsupio, una mitomane, uno che pretende di scegliere il vino senza capire niente di vini – eccetera?
Ho un’amica con cui faccio questa discussione da anni: la persona con cui ti accoppi è parte dei parametri con cui valutarti? Lei dice di sì, ma secondo me lo dice solo perché ha uno dei pochi mariti fighi in circolazione, ed è come tutti convinta d’essere misura del mondo e che quindi sia normale che la gente con delle qualità si accoppi con altra gente con delle qualità.
Io dico di no: le ragioni per cui t’incastri in una coppia con qualcuno sono misteriose e perlopiù nevrotiche, l’idea che si possano pianificare gli accoppiamenti in base alle caratteristiche è una semplificazione da Tinder. Gente favolosa sta con gente orrenda quasi sempre, per motivi che spesso neanche sanno loro due, figuriamoci se li possiamo conoscere noialtri osservatori.
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Che fine ha fatto la stroncatura a D’Avenia? Cancellata! Ecco perché nella cultura italiana il folle, il buffone di corte non è ammesso: al Carnevale preferiscono il carcere dei convenevoli
Un lettore mi contatta via messenger. Vorrei leggere la sua stroncatura a D’Avenia, non la trovo più. Chi cerca trova, rispondo, con idiota balbuzie. Il lettore – come sempre – ha ragione. La stroncatura a D’Avenia è magicamente sparita.
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Rewind. Era un turgido novembre del 2017. Per Linkiesta, sotto la direzione di Cancellato, curavo la rubrica “Il bastone e la carota” (che non scrivo più per questa ragione). Ogni settimana, stroncavo un libro consigliandone un altro, costruendo, come un anchor man degli inferi e dei derelitti, una specie di idea culturale, di ipotesi altra all’odierna palude del noto – ipotesi, va da sé, contestabile. Quella settimana, mi sono scagliato contro un libro fragorosamente inutile di Alessandro D’Avenia. S’intitola Ogni storia è una storia d’amore. Ripeto, il lettore ha ragione, sempre. Anche in questo caso. Qui potete leggere tutte le stroncature che ho scritto, con rigore e nitore, per Linkiesta. C’è un buco. Tra la settimana del 3 novembre 2017 (battezzavo Origin di Dan Brown) e quella del 17 novembre (me la piglio con le “supposte di saggezza” di Vito Mancuso, radunate in Il bisogno di pensare) c’è un buco. Hanno cancellato la rubrica del 10 novembre, quella che riguarda il libro di D’Avenia.
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Ricordo che la stroncatura, all’epoca, fece chiasso. Ricordo – così mi dissero dalla redazione de Linkiesta – che D’Avenia, il bravo ragazzo biondochiomato, s’era arrabbiato al punto da far intervenire gli avvocati. Non volevo crederci. Non ci voglio credere. La regola aurea del giornalismo permette a chiunque si senta offeso o colpito di replicare, di avere l’ultima parola. Se D’Avenia ritiene sbagliata in modo sbalorditivo la mia stroncatura, mi dicevo, può rispondere, può dirmi che sono un cretino, un bastardo, un idiota, un mestatore di minchiate per questo e questo motivo. D’Avenia non ha risposto. La stroncatura è magicamente scomparsa.
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Piccola parentesi sulla stroncatura (mi ripeto). La stroncatura ha senso se: a) chi stronca è più piccolo dello stroncato, se, cioè, la battaglia è tra Davide (lo stroncatore con la fionda) e Golia (lo stroncato invincibile), altrimenti è il solito, vigliacco sfoggio di potenza del forte che gode nel torturare il debole; b) se c’è un terzo garante della correttezza della stroncatura, se, cioè, c’è un patto di lavoro (e non di altri interessi) tra stroncatore e garante/direttore (che protegge lo stroncatore da eventuali ingenuità o pisciatine fuori dal vaso). Insomma, se fondo una rivista per stroncare il prossimo mio ogni veridicità della stroncatura affonda, effonde miasmi d’invidia. Il territorio di duello deve sempre essere neutro. Ecco spiegata la ragione, per altro, per cui su Pangea non scrivo stroncature. Troppo facile. Non amo il facile, è vile.
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Seconda parentesi (filologicamente folle, diciamo così). La stroncatura non è un esercizio di critica letteraria, per quanto aspro. Non sono Berardinelli, Cortellessa, Marchesini, Onofri, Galaverni, Piccini etc., non ne ho gli studi né il talento. Anche quando appaiono come stroncature, le loro sono sempre riflessioni critiche, verticali, profonde. Lo stroncatore, piuttosto, è il buffone di corte, il jolly nel mazzo, il matto in piazza, il trickster. Lo stroncatore, intendo, inaugura il Carnevale nel mondo delle lettere: denuda il re e lo sculaccia, gli fa le pernacchie in faccia (da qui, il risalire dall’opera alla persona), non lo denigra, lo sputtana. Lo stroncatore mostra la magagna, espone le pudenda, sovverte l’ordine, porta il caos in forma di coriandoli. A cambiare il mondo ci penseranno altri. Ho cercato di inaugurare un piccolo Carnevale nel grigiore delle patrie lettere.
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Rileggo la stroncatura a D’Avenia, scrittore verso cui non nutro, per altro, alcuna antipatia. Non capisco dove sia l’orrida offesa. Abolire un articolo – retribuito – non è bello, sono i dilemmi del web: ciò che dovrebbe restare come sempiterna testimonianza, può essere abolito con facilità impressionante. Non è bello cancellare un lavoro, abolire un cenno di – pur sinistra e disprezzata – intelligenza. Non è bello censurare i libri, chiudere i giornali e i teatri, scarabocchiare sui quadri. Non è bello annientare un gesto di pensiero senza alcun confronto. Non è bello.
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Cito un brandello della stroncatura, che tocca aspetti oggettivi del libro di D’Avenia: perché nasconderli, che paura c’è? Perché non mi è possibile scrivere e denunciare che quel libro è ai miei occhi un libro brutto? Non posso dirlo, me lo vieta la legge? “Nel libro l’autore si cita due volte (a pagina 38, L’arte di essere fragili; a pagina 236, “ho scritto il mio terzo romanzo, Ciò che inferno non è”), e che è, manco fosse Giulio Cesare o Alessandro Manzoni… In effetti, le storie non sono propriamente dei racconti – genere letterario che pretende studio e adesione a una pur minima disciplina formale – ma brani teatrali. Ce lo dice, subdolamente, a pagina 315, l’autore stesso: con la “squadra mondadoriana… stiamo progettando la nuova avventura teatrale ispirata a questo libro”. Ergo: esteticamente il libro è fuffa. E… eticamente? Un rosario di ovvietà sull’amore. Dopo la retorica sull’uso smodato del telefonino – “i nostri telefoni spesso ci costringono al basso…” – D’Avenia ci impiatta un pappone pieno di miele fatto di “sempre e solo la bellezza guida il cuore dei poeti”, “la fontana di tutto l’amore è Dio”, “l’amore serve a far la morte amica”, fino a scapicollare nel grottesco: “il suo Oscar eri tu, miglior autrice non protagonista della vostra storia”, così censendo la storia tra Alfred Hitchcock e la moglie Alma. D’Avenia, monsignore dell’editoria, fa due errori. Primo. Scende al livello dei suoi alunni – per lui l’unico lettore possibile è l’alunno, creatura da catechizzare. Cioè, semplifica. Depura… Non aiuta i suoi lettori/alunni a salire l’Everest, a farsi scalfire dalla vertigine. Mette l’Everest in tazzina. Secondo. Non dice il retroscena dell’amore. L’ossessione. Lo smarrimento. Il grido. Eros non è un cesto di cioccolatini, ma una turba di lupi che ti assaltano. Orfeo non è uno che strimpella qualche stornello per la bella perduta, è quello decollato e scuoiato dalle Baccanti. Così, di Kafka D’Avenia non si sogna di raccontare le perversioni sessuali, di Dostoevskij non narra la laida lascivia, di Zelda Fitzgerald non dice le mirabili voglie, né di Pessoa gli assalti di assolata misoginia. Eppure, la letteratura non deterge le convenzioni, è l’anamnesi degli abissi, la catabasi negli inferni del cuore. Non è un marshmallow, ma annegare nella melma, nella merda. È capire perché perdiamo tutto, irrimediabilmente, perché abbiamo quell’insana voglia di dissipare tutto, ora, ardentemente… Ma se la letteratura non è stimmate, ferita, iato, bestemmia, ululato, affronto, rivolta all’ordine costituito dei sentimenti che ci frega? Alla fine, così, il libro si riduce a una ridanciana versione dell’ama il prossimo tuo come te stesso, ripete ciò che sappiamo, che è l’amor che move il sole e l’altre stelle, cioè, detta come la diciamo noi poeti da cavalcavia, che tira più un pelo di f**a che un carro di buoi”.
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Ha vinto Golia. Nella cultura italiana non c’è spazio per il folle, per il jolly. Al Carnevale si preferisce il carcere dei convenevoli. Che tristezza. (d.b.)
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Alcune delle proposte più radicali del vostro programma riguardano la politica dell'abitare. Ti faccio una domanda secca a questo proposito: la riforma abitativa è la nuova riforma agraria?
Sì, assolutamente. Perché la riforma abitativa è centrale per la sostenibilità dell'esistenza di tutti i cittadini. E mi permetto, da attivista in questo settore da anni, che sia tutta questione di volontà politica, perché gli spazi ci sono, esiste un patrimonio demianiale sterminato ed esiste anche la possibilità di imporre a chi possiede non una, ma quindici case, di mettere in affitto quelle sfitte a prezzi calmierati. Non vuol dire che devono metterle gratuitamente a disposizione, diciamo solo che se hai 10 case e 9 sono sfitte abbiamo il diritto, in piena emergenza abitativa, di imporgli di metterle in affitto. Mi rendo conto che queste cose sembrano radicali, ma in realtà lo sembrano perché sono anni che non le dice nessuno, non perché siano cose fuori dal mondo. Qualche anno fa sarebbero state di assoluto buon senso, anche perché in quanti hanno 10 case di proprietà? Non credo proprio che siano la maggioranza degli italiani, io non conosco nessuno che ce le ha. E se, come mi dicevi prima, questi pochi si spaventeranno, bene, che si spaventino.
Vorrei passare ad un altro punto del vostro programma: il lavoro. Voi insistete molto sulla stabilità del lavoro e sul ristabilire le tutele del lavoro a tempo indeterminato, eppure molti dei lavoratori delle generazioni più giovani, più che il posto fisso vogliono semplicemente essere pagati il giusto. Come conciliate queste due esigenze?
Da precaria mi permetto di dire che il discorso che fai tu sulla stabilità dei diritti e sulla paga è in perfetta continuità con quello che sosteniamo. Quando noi parliamo di lavoro tutelato, stabile e sicuro, non significa che una persona non possa scegliere di far diversamente e fare il libero professionista. Il nostro compito però è tutelare i soggetti più deboli e ricattabili, quelli che non possono scegliere. Ti faccio un esempio che riguarda anche il tuo settore, le partite IVA. Ci sono tantissime persone che lavorano a partita IVA e a cui sta bene così, ma gli sta bene così perché sono vere partite IVA e il loro lavoro funziona bene così. Noi non vogliamo vietare le partite IVA, ma che queste tipologie di lavoro autonomo smettano di sostituire i contratti veri, che smettano di rappresentare una forma di lavoro subordinato privato delle tutele del contratto, della copertura pensionistica, assicurativa e sanitaria, senza malattia né maternità. Vogliamo che si facciano sul serio i controlli e, di conseguenza, che contratti capestro e finte partite IVA vengano commutate in contratti stabili. Il discorso quindi non è contro quei pochi fortunati che possono scegliere, ma per tutti quelli che non lo possono fare. Perché diciamocelo, la maggior parte delle persone che in questo momento fanno tanti lavori insieme lo fanno per campare, non perché vogliono farlo. Anche perché il contratto a tempo indeterminato non ti vieta di licenziarti se vuoi cambiare lavoro. Lottare per riavere il diritto a un contratto che ti permetta di non essere licenziato da un momento all'altro, tipo se mi ammalo, o se sono un sindacalista un po' più combattivo degli altri, o, e penso alle tantissime donne in questa condizione, nel caso di una gravidanza. E questi sono diritti che tutelano tutti.
... bisogna superare anche l’evidenza che a Repubblica usino «autoritratto» per dire che Silvio Berlusconi era in possesso di quadri che ritraevano Silvio Berlusconi, e piangere la morte dell’istruzione obbligatoria che manda nel mondo (e a lavorare nei giornali) gente che ignora che nell’autoritratto coincidono artista e soggetto, ma insomma non cavilliamo.
Impossibile restare indifferenti a un uomo terrificante e d’altri tempi, ma mai noioso, come il cavaliere. Sopravvalutato da estimatori e da
«Dice: mezza Italia è contenta, dico: ci hanno fatto un bonifico?, dice: è morto Berlusconi, ah, io i giornali non li guardo mai». Non voglio intromettermi nella conversazione tra la barista e il cliente cui sta spiegando come ha appreso la notizia del giorno, sennò le direi che fa benissimo: mai leggere i giornali sarà inutile quanto in questi giorni di pezzi confermativi e finte contrapposizioni tra «Silvio Berlusconi vulnus della democrazia» e «non Berlusconi in sé ma Berlusconi in me».
Di tutte le banalità che verranno scritte in questi giorni, la più innegabile è che nessuno che sia stato adulto in Italia negli ultimi trent’anni ha avuto una vita scevra di Silvio Berlusconi, era come se la settimana di Sanremo durasse tutto l’anno, anche se ti piccavi di non guardarlo o di essergli indifferente comunque non potevi prescinderne.
Io, poi, ho avuto in sorte l’avere vent’anni negli anni dell’unica storia rilevante dei decenni recenti – quella che parte dalle dimissioni di Cossiga, passa per Mario Chiesa, per Falcone e Borsellino, per il lancio di monetine, per lo sciopero delle sigarette, per il ritorno delle bombe nelle città italiane, per i puff imbottiti di soldi, per la morte di Fellini e per quella di Gardini, e arriva lì: alla cena bolognese per raggiungere la quale ho preso un treno, perché devo essere tra i miei amici intelligenti, tra gli adulti che capiscono la politica, devo poter un domani raccontare che in quel marzo del 1994 io sono tra i giusti, quando la civiltà sconfigge Silvio Berlusconi.
Sono passati quasi trent’anni, e i miei amici che all’epoca avevano quaranta o cinquant’anni ne hanno settanta o ottanta e, incapaci di elaborare la loro sconfitta di osservatori (io avevo ventun anni, ma come faceva un adulto a non accorgersi della giacca marròn di Occhetto? Faceva, perché ancora adesso i ceti medi riflessivi di tutto il mondo sono pieni di gente incredula che non ha mai conosciuto un elettore di Silvio Berlusconi o di Donald Trump e quindi mica possono aver vinto davvero), dicono che è colpa di Silvio.
Non ritengono di dover fornire una scusa per il loro non aver mai capito il mondo, perché ritengono di averlo capito. Qualche anno fa, osservando non ricordo quale degli scappati di casa politici di questo secolo, un mio coetaneo ha sospirato «ma ti rendi conto che noi pensavamo che l’abisso culturale e la fine della democrazia fosse un parlamento con Lucio Colletti», e io allora ho iniziato a usare per ogni verifica di scemenza quella frase della de Beauvoir cinquantaduenne a proposito dei propri vent’anni: «Avevamo torto pressoché su tutto».
Loro, quelli che erano già adulti allora e sono attaccati alle loro convinzioni di allora, hanno accolto irritati la notizia precisando che, certo, Berlusconi avrà pure cambiato l’Italia, ma loro preferivano l’Italia di prima. Seriamente convinti che esistesse un’Italia di prima – l’Italia di cui si fantastica ogni 25 aprile, quando decine di milioni di italiani accorrono sui social a ricordarci genitori e nonni e bisnonni partigiani, cento milioni di partigiani – e anche che il mondo di prima sarebbe continuato, se non fosse stato per l’egemonia d’un signore ricco di pessimo gusto (della preferenza italiana per i soldi ereditati dei quali non si percepisce la fatica, e quindi del nostro vezzo di trovare Gianni Agnelli più elegante di Silvio Berlusconi, di quello parliamo un’altra volta).
Quando gli dici che no, che l’Italia è com’è per colpa degli italiani, non di Silvio Berlusconi, che le tv scollacciate negli anni Ottanta le hanno avute l’Inghilterra e la Germania, e questo non ha impedito molti anni di Merkel al potere, e se le donne italiane faticano a imporsi non è colpa di Tinì Cansino, e che ci sono state la Brexit e Trump e un intero mondo che ha avuto esattamente la nostra stessa deriva senza aver mai guardato i tg di Emilio Fede, prendono i toni dei cinquenni che non vogliono sentire che babbo Natale non esiste e ti dicono no, tu non capisci, il berlusconismo è stato una rovina morale. Ne concludo che Silvio Berlusconi è parimenti sopravvalutato da estimatori e detrattori.
Rispetto alle donne, alle barzellette, ai pullman di figa, al gesto davanti a Michelle Obama, a tutto quello su cui ci è piaciuto indignarci per decenni, mi è sempre sembrato bizzarro che nessuno tenesse mai conto del fatto che era un uomo nato negli anni Trenta. Sì, lo so che avete tutti avuto genitori partigiani e femministi e illuminati, ma veramente non vi siete mai accorti di quanto il mondo sia cambiato negli ultimi decenni e di quanto sia ovvio che i codici comunicativi e la soglia dell’inaccettabilità siano diversi?
E questo ci porta a: è morto, parliamo di quella volta che l’ho incontrato. Non ero più la ventenne convinta che il futuro fosse del Pds (che tenerezza), ma neanche ero un’adulta con una qualche lucidità. Ero una trentaequalcosenne in uno studio televisivo in cui Berlusconi dava un’intervista elettorale, dovevo scriverne, ero dietro le telecamere e osservavo. A fine diretta, il conduttore me lo presenta, e lui ci resta male: ah, ma quindi è qui per lavoro, io pensavo fosse un’ammiratrice, «le avevo anche schiacciato l’occhio».
La me trentenne raccontava questa scena dicendo ma ti rendi conto, che uomo viscido, e poi passava a concentrarsi sulla stranezza estetica di Berlusconi visto dal vivo, l’hai visto tante di quelle volte in foto che sei convinta lo riconoscerai, e invece è una specie di contrario delle anoressiche che sembra sempre abbiano la testa enorme: lui aveva le spalline della giacca talmente imbottite che la testa sembrava minuscola.
La me adulta sa che il dettaglio notevole è che non dice «le ho fatto l’occhiolino», dice «schiacciato l’occhio», un’espressione che non credo d’aver mai sentito da nessuno ma che sarebbe stata benissimo addosso a mia nonna, che diceva «bàule» e beveva il rosolio.
Nella scena che piace tanto citare a tutti, quella di Berlusconi che spolvera la sedia dov’è stato seduto Travaglio nello studio di Santoro, Berlusconi lo fa tirando fuori dalla tasca un fazzoletto di stoffa. L’ultima volta che ho visto fazzoletti di stoffa è stato nell’armadio di mio padre negli anni Settanta. Niente mi dice «altri tempi» come il fazzoletto di stoffa.
Kendall Roy ha un fazzoletto di stoffa – color nero luttuoso, perdipiù – al funerale del padre. Logan Roy era un miliardario che s’era fatto da solo, il che in America è meno straniante che in Italia, essendo la loro matrice letteraria Jay Gatsby e non la divina provvidenza del Manzoni; Kendall deve improvvisare un’orazione, e dice che suo padre ha costruito una civiltà dal fango, e che sì era un bruto, ma avercene, io spero che quella natura lì sia in me, «perché, se non riusciamo a eguagliare la sua fregola, Dio sa che il futuro sarà inerte e grigiastro»: ecco, sì, quello che ha preso il signore.
Mi aspetto che Succession sia citatissimo negli articoli, gli eredi non all’altezza del patriarca, il patriarca che era un uomo di merda ma mai noioso, mai vissuto di rendita, mai uno di questi qua (continuo a pensare al sottotitolo di quel libro di Ceccarelli, “Da De Gasperi a questi qua”). Io sto fantasticando che Veronica Lario faccia come Marcia Roy: si riappropri del cadavere come la separazione non fosse mai avvenuta, cacciando la tapina che ha il merito e la colpa d’esser stata carne fresca.
Ora non è che, in un universo nel quale non abbiamo ancora trovato un modo non tifoso di raccontare una guerra di ottant’anni fa, in ventiquattr’ore veniamo a capo di Silvio Berlusconi: se ne occuperanno tra secoli senza i nostri tic da curva di tifoseria; io mi limito a cercare (invano) di ricordare quand’ho cominciato a dire «devo votarlo, non esiste che muoia senza che io l’abbia mai votato». Poi non l’ho fatto, ma un po’ mi dispiace: sarebbe stata una buona chiusura di cerchio per una vita adulta partita ritenendolo il massimo male del mondo e proseguita dovendo ammettere che in confronto a questi qua era Churchill.
Non l’ho fatto ma l’ho detto così spesso che l’amica che m’ha telefonato per darmi la notizia m’ha detto solo «Non l’hai votato». Dov’eri quando morì Berlusconi, mi chiederanno tra decenni. Ero senza un coccodrillo pronto, perché come si fa ad affrontare la morte d’un pezzo di paesaggio, non sai da che parte prenderla. Ero senza il voto che m’ero ripromessa di dargli per completare la redenzione della me ventenne. Ed ero reduce da una serata trascorsa a guardare attonita una scrittrice che raccontava d’aver stracciato il suo contratto con Mondadori perché Berlusconi era il nemico, «sono passata a Einaudi», «ma pure Einaudi è di Berlusconi», «che c’entra».
Quand’ero piccola Michele Santoro faceva un programma le cui puntate si aprivano con uno slogan irresistibile: «Comunque la pensiate, benvenuti a Samarcanda». Non era vero. Non è mai stato vero. Siamo sempre stati tifosi, e Berlusconi ha incarnato con la tigna di nessuno quella polarizzazione lì, quella vocazione di noi gente qualunque a stare con qualcuno o contro qualcuno. Mentre lui aderiva a un’unica curva, quella di sé stesso. Come ha detto l’unico politologo lucido degli ultimi trent’anni, Corrado Guzzanti, riassumendone la linea politica e umana: facciamo un po’ come cazzo ci pare.
Non prendiamocela col Cavaliere. Da Bruno Cortona alle “challenge” sceme, il carattere degli esseri umani esibizionisti si è accentuato in q
Cosa resta di Berlusconi – al quinto giorno di berlusconeide, al quinto giorno di «Berlusconi in sé, Berlusconi in me», al quinto giorno di articoli di giornali stranieri che fanno tenerezza quando cercano di trovare un senso a un paese che un senso non ce l’ha – cosa resta?
Il mio dettaglio preferito è «Non ho mai ricevuto una telefonata». Con la voluttà con cui si precipitavano a dire che Gianni Agnelli li chiamava alle sei di mattina – sperando questo dicesse di loro che erano interlocutori interessanti – i giornalisti italiani, se lavorano o hanno mai lavorato per Berlusconi, ci tengono a dire che mai mai mai Berlusconi ha detto loro cosa mandare in onda o mettere in pagina – sperando questo dica di loro che sono così schienadrittisti che mai, altrimenti, avrebbero lavorato per lui.
Sono gli stessi giornalisti che poi però, se scrivono di Milan, spiegano in dettaglio quanto Berlusconi interferisse, desse consigli non richiesti, fosse un’ingombrante presenza. Sarà che gli allenatori non scrivono editoriali e quindi non possono ribadirci che neanche a loro mai, neanche a loro una pressione piccina picciò.
Quindi Berlusconi rompeva i coglioni alle signore dicendo loro come vestirsi (aneddoto analogo a quello che riferivo ieri della Palombelli, l’ha esposto a una telecamera Barbara D’Urso: Silvio e la sua vocazione da guardarobiera); e agli allenatori dicendo loro come allenare. Ma a tutti coloro con un tesserino dell’Ordine dei giornalisti, a quelli neanche un consiglio mai.
Sarà che non ce n’era bisogno? Sarà che poteva contare sui più realisti del re? Sarà che era tutto previsto, anche il dissenso, anche quello fa scena?
Una ribelle di quelle da social, di quelle che si sono premurate di scrivere che il lutto nazionale non è a loro nome, perché loro sono bambine speciali e i rituali collettivi li schifano, una di quelle, pubblicata da una delle case editrici di proprietà di Berlusconi (giacché, lo sappiamo da un secolo: il paese non è di destra o di sinistra, il paese è di Berlusconi), una di loro (più di una, plausibilmente) si è trovata nei commenti alla ribellione da vetrina velate minacce aziendaliste.
Ti dovrebbero stracciare il contratto (segue tag all’editore, giacché a quest’epoca piace moltissimo fare la spia con un clic: se si potesse taggare la Guardia di finanza quando non ci fanno la fattura, avremmo già azzerato l’evasione fiscale).
Di costoro – non delle ribelli, che vabbè: dei minacciosi delatori – mi chiedo sempre come ragionino: non lo sanno che quel mercato residuale che è l’editoria sta su grazie a un’illusione collettiva di controcorrentismo e liberalismo, e se un editore racimola qualche spiccio (qualche spiccio reputazionale, soprattutto) è perché pubblica gente che dice che quell’editore è un manigoldo?
Ieri sono uscite, su Netflix, le nuove puntate di Black Mirror. Black Mirror nasce come prodotto di Channel 4, l’altra tv pubblica inglese, quella che non è la Bbc. Netflix prima si limita a distribuirlo nel resto del mondo; poi, avendo solo sceneggiati uno più irrilevante dell’altro, copre di soldi Charlie Brooker, il suo ideatore, perché faccia le nuove stagioni in esclusiva per loro.
Questa è la quarta stagione che Brooker fa per Netflix (quattro stagioni più uno speciale: lo preciso non perché l’informazione abbia alcuna rilevanza ma perché sennò arriva di sicuro qualche lettore che vuole dimostrarmi che ha Google e mi corregge, e voi non sapete che lavoro usurante sia scrivere in un’epoca di lettori imbecilli smaniosi di dimostrarsi svegli; voi non sapete che fatica sia un pubblico di dodicenni ciucci e arroganti: Silvio lo sapeva, e mi manca moltissimo).
La prima puntata della quarta stagione del multimilionario contratto di Brooker con Netflix, la prima puntata della nuova stagione dell’unica serie di finzione rilevante che Netflix abbia mai avuto, la prima puntata ha come trama: Netflix è unammerda.
Sì, nella finzione non si chiama Netflix: si chiama Streamberry. Per toglierci ogni dubbio circa l’identità della multinazionale dello streaming dissimulata dietro il nome “Streamberry”, della multinazionale cattiva che non esita ad arrubbarsi le vite dei suoi abbonati approfittando delle clausole scritte in piccolo nelle condizioni di servizio che tutti approviamo senza leggere, della multinazionale orrenda da far sembrare Rete4 un cenacolo d’intellettuali, per toglierci ogni dubbio, il logo di Streamberry ha gli stessi caratteri di quello di Netflix, le schermate da cui i personaggi scelgono cosa guardare hanno la stessa interfaccia di Netflix, e insomma Brooker fattura per mettere in onda su Netflix una storia su quanto è distopica Netflix.
Però Brooker ha, credo, troppo senso del ridicolo per puntualizzare agli intervistatori che Netflix gli ha lasciato totale libertà creativa e non gli ha mai fatto pressioni.
Ieri mattina ho aperto i siti dei giornali aspettandomi di trovare in apertura il peschereccio con non so neanche più quante centinaia di morti e dispersi, e invece c’erano quattro scemi che pensavano di fare “Grease” con quarantacinque anni di ritardo (o “Gioventù bruciata” con sessantotto): facevano le corse con le macchine e sono andati addosso a una Smart e hanno ammazzato un bambino di cinque anni.
Non voglio fare una gerarchia delle tragedie (a quella ci pensa il numero di morti, non c’è bisogno la faccia io), voglio solo dire che una storia sulla quale non c’è niente da dire – cosa dobbiamo dire, che è disdicevole fare corse in macchina e ammazzare bambini? Dobbiamo disapprovare per distinguerci da chi? C’è forse un dibattito? C’è qualcuno a favore dell’ammazzare bambini per sbaglio e per like? – è la storia di cui tutti hanno parlato tutto il giorno, ieri. Perché era facilissimo.
Era facilissimo far finta che fosse una bravata da giovinastri, specie ora che la bravata la chiamiamo «challenge» (che tutti, tutti, tutti i giornali scrivono «challange», perché siamo un secolo che ha dimenticato l’italiano senza riuscire a imparare l’inglese); era facilissimo far finta che queste audaci imprese le avesse inventate YouTube, e che la commedia fondativa del carattere italiano contemporaneo, sessantun anni fa, non finisse proprio con Vittorio Gassman che correndo in macchina ammazzava Jean-Louis Trintignant per leggerezza e per esibizionismo.
Era facilissimo dire che avevano fatto una cosa molto brutta e che i giovani d’oggi non hanno proprio ideali (Gassman sì che aveva valori solidi, per non parlare di James Dean); era facilissimo indignarsi d’indignazioni astratte (contro la ricchezza facile, contro il mercato dei like: quelli che arrivano ai cretini che fanno le corse in macchina su YouTube, quelli che arrivano a noi che ci indigniamo sentendoci invece intelligenti); era facilissimo dire «quel bambino potrebbe essere mio figlio».
Quelli nel peschereccio in effetti sono a meno immediata identificazione: se Silvio fosse stato il tipo che telefonava ai suoi tg, avrebbe suggerito di mettere prima un bambino romano, la cui morte è infinitamente più straziante e immedesimabile di quelle di centinaia di bambini forestieri; per fortuna c’era Silvio in noi prima, e c’è anche ora che non c’è più Silvio in sé, e sappiamo da soli che gerarchia cliccabile dare alle notizie.
È stata una giornata istruttiva, per capire che non è mai esistito Berlusconi: è esistito ed esiste il carattere italiano, che poi forse è il carattere degli esseri umani mediocri ed esibizionisti che si accentua nell’epoca in cui ogni mediocre ha una telecamera nel telefono.
Esiste la predisposizione alle scorciatoie (non parlo dei ventenni che fanno i soldi su YouTube: parlo di noialtri che ci scegliamo sempre la causa più facilmente portatrice di cuoricini); esiste l’esibizionismo; esiste, in noi, il Bruno Cortona del Sorpasso, letale e megalomane in ogni scena, e assai più endemico e meno accidentale dei ragazzotti scemi di “Grease”, di “Gioventù bruciata”, di YouTube.