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I've had this song been going round in my head for weeks. Up there with Bella Ciao.
[LC] [The Durutti Column] [1983] [LP] Ten more pearls from the huge beautiful sound cosmos of Vini Reilly. . . . . . . “ I cry in my sleep Sometimes you stay Sometimes you stay You never know why Please say my name Don′t turn away The pain is black The pain is bright The pain is black The pain is bright The pain is bright Then I awake And in the half light Watching my movements Through half closed eyes You're touching me…” . . . . .
28 luglio 1988 – Milano, arrestati Sofri, Bompressi e Pietrostefani - Osservatorio Repressione
Sono arrestati con l’accusa di concorso nell’uccisione del commissario Luigi Calabresi, gli ex dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani.
Dopo 16 anni di indagini a vuoto, il caso Calabresi diventa il caso Sofri nel 1988, quando Leo nardo Marino, un ex operaio diventato rapinatore – anche lui per anni in LC – dopo essere stato “gestito”, all’insaputa della magistratura, per 17 giorni da un colonnello dei carabinieri, “confessa” di aver partecipato all’omicidio che sarebbe stato compiuto da lui (autista) e da Ovidio Bompressi (killer) su ordine di due dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.
Un impianto accusatorio che ha palesemente il sapore del complotto, tesi, questa, però sempre respinta dagli imputati. Otto i processi celebrati. Processi indiziari, tutti basati unicamente sulle dichiarazioni – spesso senza alcun riscontro e palesemente contrastanti – di Marino, con un’assoluta carenza di prove e, addirittura con alcuni dei corpi del reato clamorosamente scomparsi o distrutti.
Otto processi con alterne sentenze, fino alla definitiva: 22 anni per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, la prescrizione del reato (cioè neppure un giorno di galera) per Marino.
Otto processi, fino al rigetto, nel gennaio 2000, di un’istanza di revisione, ma che dimostrano la gravissima tendenza, ormai invalsa in gran parte della magistratura italiana, alla costruzione di teoremi accusatori assolutamente non dimostrabili.
Un caso di palese ingiustizia. Ufficialmente – secondo le regole della giustizia italiana – il caso Calabresi è chiuso. Il caso Sofri no.
Il quotidiano Lotta continua pubblica una “memoria offensiva” del professor Alberto Magnaghi, arrestato il 21 dicembre 1979 nell’ambito dell
Il quotidiano Lotta continua pubblica una “memoria offensiva” del professor Alberto Magnaghi, arrestato il 21 dicembre 1979 nell’ambito dell’inchiesta su Autonomia, la cui carcerazione è stata prolungata, come per gli altri indiziati, in assenza di processo.
Magnaghi denuncia “il livello di subordinazione raggiunto dalla magistratura a precisi indirizzi politici, quando non di partito” e altresì “come, sotto la etichetta giuridica della ‘banda armata’ e delle ‘leggi anti- terrorismo’, si sia aperta una sfrenata corsa alla criminalizzazione sociale con effetti devastanti nella procedura penale”. Egli ricorda fra gli altri episodi “le parole del giudice al mio difensore ‘avvocato, gli faccia dire qualcosa che glielo metto fuori’, con riferimento alla legislazione premiale per i delatori. Chi non ha nulla da confessare e nessuno da accusare? La cultura del sospetto vuole che sia inevitabilmente colpevole: colpevole appunto, di non collaborazione”.
L’ 8 giugno 1987 la Corte di Assise di Appello di Roma assolverà Alberto Magnaghi da tutte le imputazioni “per non aver commesso il fatto”.
L'aria che si respira in Italia in quegli anni non è delle più salubri. Ovunque aggressioni, morti e stragi firmate a quattro mani da fascisti e polizia. La bomba in piazza Fontana a Milano nel '69. Il tentato Golpe Borghese del '70. Il ferimento (divenuto presto assassinio) di Roberto Franceschi a Milano. Solo a Torino decine sono le intimidazioni alle sedi dell'Anpi e del Pci, a cui si aggiungono i pestaggi davanti alle scuole e all'università.
E' in questo clima che il 27 gennaio 1973, il movimento studentesco indice un corteo contro le provocazioni fasciste nel capoluogo piemontese. Aderisce anche l'Anpi. Il corteo di 8'000 persone subisce un attacco da giovani militanti del Msi nei pressi di piazza della Repubblica, che porta al ferimento di alcuni studenti e di un operaio. Basta. Dopo il comizio di chiusura, una parte del corteo si sposta in corso Francia 19, davanti alla sede del Movimento Sociale. Ad aspettare i compagni, oltre ai militanti missini, ci sono i celerini pronti ad aprire il fuoco. Il bilancio è di due giovani militanti di Lotta Continua, Luigi Manconi ed Eleonora Aromando, feriti da arma da fuoco, 19 mandati di cattura e 34 perquisizioni. I 19 mandati diventano presto 25.
A sostenere l'accusa intervengono l'arresto di Guido Viale (avvenuta il 28 gennaio dopo la conferenza stampa sui fatti del giorno prima) e la confessione sotto intimidazione di un militante di 17 anni. L'ipotesi sostenuta dalla magistratura è che gli scontri del 27 siano stati orchestrati a tavolino proprio da Viale, venuto a Torino da Roma per insegnare la guerriglia urbana ai militanti piemontesi. Il teorema giudiziario fa acqua da tutte le parti, e in tutto il paese sorgono varie manifestazioni di solidarietà contro gli arresti.
Tra i compagni incarcerati c'è anche Tonino Miccichè, combattivo operaio di Mirafiori, poi ucciso nel '75 da un fascista della Cisnal durante le occupazioni di case alla Falchera (quartiere operaio di Torino). I compagni di lotta e di fabbrica di Tonino scioperano e scendono in piazza qualche giorno dopo, pretendendo la liberazione degli arrestati.
Nascono iniziative di solidarietà anche da intellettuali, politici e sindacalisti, che chiedono la scarcerazione dei compagni in un documento, il cui primo firmatario è il sen. Franco Antonicelli. Tra gli altri Colletti, Foa, Lombardi, Parri, Quazza, Revelli, Terracini, Trentin, Bobbio, Zangari, Lama, Pasolini, Calvino, Ingrao, Pontecorvo, Comencini, Volontè, Pintor, Parlato, Rossanda.
Un comunicato del Partito Radicale in merito agli arresti del 27/28 denuncia la "palese violazione dei diritti civili" sintomo della volontà di autoconservazione di un "sistema penale basato su uno stato di polizia". A difendere i compagni interviene l'associazione Soccorso Rosso, fondata da avvocati e giuristi di sinistra durante il processo a Valpreda per i fatti di Milano del 12 dicembre '69. Il sentore, in ogni parte d'Italia, è che il potere costituito stia cercando di creare un precedente, che si sia stancato di vedere concretizzarsi per le strade del paese un conflitto sociale mai sopito. Il quotidiano Lotta Continua titola: "La linea dei magistrati sembra quella di prendersela comoda, quella di dare una lezione."
Ma come è noto "chi semina vento raccoglie tempesta", e polizia, magistrati e vari organi di repressione non avrebbero tardato ad accorgersene.
tratto da Storia di Classe
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