Peluffo sta alla fratellanza come Piano sta all’architetto condotto. Eppure l’artista non è che il mezzo della sua opera. Giudichereste un martello per come batte la testa di un chiodo o per la capacità che ha di infiggerlo in un muro? Ecco, malgrado il martello picchii violentemente il chiodo, leggerò con piacere il testo sul giuramento di unione per l’architettura del ‘fratello’ Peluffo. È vero che una volta mi permisi di suggerirgli che doveva essere un po’ più avveduto nell’uso disinvolto del termine ‘comunità’. Le comunità sono affari molto belli quanto spinosi: figuriamoci quelle elette che si raccoglieranno intorno a un’estetica come promessa di politica migliore. È certo che se il libro sulla fratellanza per l’architettura lo avesse scritto Madre Teresa di Calcutta, o perché no Mario Draghi, sarebbe stato molto diverso. Un po’ come se Piano piuttosto che di architettura ambulatoriale che già pratichiamo ogni giorno, avesse parlato di concorsi di progettazione per tutti i territori d’Italia












