Il riconoscimento e il valore dell’intersoggettività: una dote che “per coltivarla richiede reciproco rispetto” (J. Bruner).
Partendo da queste parole, vorrei riflettere su come il rispetto a cui allude Bruner, in alcune realtà appare essere fragile. Nel corso della storia della scuola in Italia, la penna del Presidente della Repubblica ha firmato decreti a favore dello “sviluppo della relazione, della creatività e dell’apprendimento di ogni bambino [...] superando le barriere culturali” (D. Lgs 13 aprile 2017,
n.65). Tuttavia, ritengo che le più grandi barriere culturali, siano le sovrastrutture cognitive proprie dell’adulto. Quest’ultime, credo che impoveriscano l’immaginazione e sterilizzino l’esplorazione delle molteplici possibilità. In molte scuole, vi sono delle modalità relazionali e di apprendimento che faticano ad organizzarsi di fronte all’imprevisto che i linguaggi inediti dei bambini possono originare.
In quanto adulti, sovente pretendiamo che siano i bambini a riconoscere il senso delle nostre azioni e poche volte avviene il contrario.
Ci interroghiamo sui significati delle loro azioni quando ne rintracciamo delle lacune o delle fragilità e poco tempo ci soffermiamo per far scivolare il nostro interesse relazionale e la nostra curiosità epistemica sulle potenzialità emergenti.
Personalmente, credo che allenare uno sguardo attento alla molteplicità dei linguaggi, possa essere la strada maestra per realizzare il rispetto dei processi interattivi tra le differenti personalità. Dal pensiero di adulti che provano ad osservare le sfumature con cui i bambini colorano la cultura vigente trasformandola poco alla volta, possono aprirsi nuovi scenari, culture,
esperienze e realtà.
“la necessaria responsabilità di una scuola come sito di ricerca, in grado di accomodarsi, ricercarsi e ricrearsi sui linguaggi dei bambini. Cercare, senza la pretesa di trovare, una metodologia con cui organizzare i nuovi alfabeti”
Non credo che ci debba essere una cultura dell’adulto e una del bambino, come zone dicotomiche sulle quali posizionarsi. Tra le due terre, possiamo provare a edificare il ponte della ricerca educativa, quale area privilegiata da abitare. Come sosteneva L. Malaguzzi, “le cose dei bambini e per i bambini si apprendono solo dai bambini”. Emerge, pertanto, la necessaria responsabilità di una scuola come sito di ricerca, in grado di accomodarsi, ricercarsi e ricrearsi sui linguaggi dei bambini. Cercare, senza la pretesa di trovare, una metodologia con cui organizzare i nuovi alfabeti, potrebbe diventare lo sguardo che responsabilmente dobbiamo provare ad allenare e costruire, per fare della scuola un luogo di ricerca educativa e relazionale; una ricerca che si traccia in luoghi aperti alla cultura dei diversi alfabeti, linguaggi e personalità.