Fuori il cielo è un pò così: un pò incerto, in bilico. Come quei trapezisti che in centro pista stanno in equilibrio su un filo teso, contesi al centro tra due poli di salvezza. Mi chiedo: libertà è rischio di scoprire o la calma di saper apprezzare? Fatto sta che questa sera il cielo è a metà via, indeciso, tagliato male e sghembo. A nord le nuvole, a sud le stelle. Mi stupisce questo mio sapermi orientare nello spazio, collocare nelle tre dimensioni i limiti che definiscono la mia posizione. Da piccolo dentro alle confezioni di merendine avevo trovato un giorno una bussola, uno di quei giocattoli in plastica per cui subito si dice "Sicuramente non funzionerà". Poi però ho scoperto che il magnetismo segue regole tutte sue: non c'entra la corrente elettrica, non c'entrano le batterie ricaricabili che poi ricaricabili non lo sono mai. Così passai giornate intere a muovermi con quella bussola, come a cercare nel mondo una collocazione solo mia. Qual è il posto che mi è destinato?, mi chiedevo, come quei calzini che nel cassetto hanno ognuno un proprio posto. Pensavo che ognuno avesse un posto che gli è destinato, qualcosa di già deciso e scritto e a cui non ci si può sottrarre. Ma il cielo questa sera è incerto e mi chiedo: parlo del cielo o parlo di me? Sempre così tagliato male, a metà strada, preoccupato per quelle scelte che mi aprivano strade mentre intanto me ne precludevano altre. Migliori o peggiori? Come la pizza che non sapevo se prendere con i wurstel o con le patatine, meglio la Coca o il tè alla pesca? Chissà se sono meglio i jeans o la tuta, chissà se i capelli li taglio o li lascio crescere. Sempre così, con i piedi paralleli: mai un piede deciso, davanti all'altro e sicuro. Avessi adesso quella bussola di un tempo non saprei che farmene: me ne starei al centro aspettando che qualcuno decida per me, che mi trascini lasciandomi guidare. Sempre così indeciso e incerto, con tutti apatico ma mai con te. Mi chiedo quanto tu abbia saputo cambiarmi, forgiarmi e mallearmi, così, con questo mio metallo che per anni ho ritenuto indeformabile e duro, poco plastico. Mi chiedo quanto tu sia riuscito a migliorarmi, a sviscerarmi e ricompormi. Trovandomi all'angolo, rannicchiato e decomposto, come quei gattini che appena usciti dalla pancia della mamma sono ancora bagnati, appiccicosi e indifesi. E trovandomi mi hai raccolto, di me hai colto tutto. E mentre fuori il tempo non sa che fare ripenso a tutte le volte che in macchina parte quella canzone che a te piace tanto, quella che fa "Sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei, sei la nazionale del 2006", e proprio in queste parole ti giri e mi guardi, ti chiedo "Le stai solamente cantando o me le stai dedicando?" mentre penso che, per una volta, sei tu per me la nazionale del 2006.