Ogni mattina, alle nove, il poeta Franco Arminio - PAESOLOGO si siede alla scrivania e comincia a rispondere al telefono, lo fa per tre ore, senza sosta. Non conosce nessuno di quelli che lo chiamano, ogni conversazione dura una decina di minuti e tra una telefonata e l’altra non passano mai più di trenta secondi: il cellulare suona in continuazione. Parla con venti persone ogni giorno, si segna il nome e l’età di tutte, prende appunti e ascolta. Tutto è cominciato venerdì 13 marzo, quando ha messo il suo numero di telefono su Facebook e Instagram con un messaggio semplice e chiaro: "Se qualcuno vuole chiamarmi per farsi due chiacchiere, sono a disposizione tutte le mattine dalle nove a mezzogiorno”.
Lo chiamo anch’io, aspetto che abbia finito il suo lavoro di ascolto e gli telefono, voglio capire cosa lo ha spinto. “Dobbiamo aprirci all’impensato, anche perché l’impensato ha travolto le nostre vite e allora è sterile illudersi di continuare con lo stesso ritmo, facendo le stesse identiche cose. Dobbiamo aprire la nostra testa all’immaginazione, ognuno di noi dovrebbe fare un piccolo gesto che si discosta dalla normalità. Io ho pubblicato il mio numero di cellulare".
E che cosa puoi dare a chi ti telefona? “Io, da vecchio ipocondriaco, posso mettere a disposizione l’esperienza di anni di panico e di nervi tesi". La solitudine e la distanza sono le cose che, secondo Arminio, pesano di più in questi giorni. Così la persona che lo ha commosso di più è stata la signora Rosa, che l’ha chiamato dall’Isola d’Elba: "Ha 75 anni ed è vedova da molto tempo, ma ora ha un amore e vorrebbe tanto baciare quell’uomo. Ho realizzato quanto sia dolorosa questa impossibilità di contatto fisico; penso a chi ha i figli o i genitori lontani, a quante migliaia di fidanzati e di amanti sono separati. Una ragazza di Genova mi ha parlato del suo compagno, vivono nella stessa città, ma non si vedono da 15 giorni perché hanno paura di essere fermati dalla polizia. Ho letto che una coppia è stata denunciata a Gragnano perché faceva l’amore in macchina: provocatoriamente dico che non sta scritto da nessuna parte, nel decreto del governo, che è vietato fare l’amore in auto per chi non ha una casa. La verità è che il virus ci ha colti impreparati e ci ha divisi”.
Potete trovare la chiacchierata integrale con Franco Arminio sulla newsletter #altrestorie di oggi o andando sul sito www.mariocalabresi.com
#letturaincorso #sra #curioso duro e coinvolgente. Non è sempre detto ci sia una mattina dopo #mariocalabresi (presso Libreria "il gabbiano" Trezzo sull'Adda) https://www.instagram.com/p/Cdbl1c_Lz4A/?igshid=NGJjMDIxMWI=
Mi piace pensare che nell’esistenza di ognuno di noi ci siano incontri casuali, incroci fortunati, storie non previste o anche rotture che rappresentano un bivio e ci fanno imboccare una strada che ci porterà lontano, su un percorso che mai avremmo immaginato.
Due zii medici appena laureati scelgono di lasciare la metropoli per andare in missione in #uganda. Non hanno avuto paura di coltivare i loro sogni. #mariocalabresi #oscarmondadori #sognidoro #dreams #quellibrosulcomò https://www.instagram.com/p/CKeXvPnpPft/?igshid=rm58hqwxjy9k
Quanto amo lo stile di questo uomo #mariocalabresi #quellochenontidicono #mondadori #reading (presso Milan, Italy) https://www.instagram.com/p/CGk-VVlMJRt/?igshid=1oph81x7birbb
Mentre le nostre vite rallentano, tutto si spegne, si cancella, si ferma e non ci resta che aspettare, ci sono italiani che stanno correndo e lavorando in maniera più intensa di quanto avessero mai potuto immaginare. Sono i medici e gli infermieri che stanno combattendo il #Coronavirus.
Per raccontarli oggi inizio un viaggio con un numero speciale di #altrestorie che continuerà anche venerdì. Il primo protagonista è Antonio Castelli, qui vi anticipo una parte della sua storia che potete leggere integralmente su www.mariocalabresi.com
«“Antonio, cosa ne pensi?”
“Ne penso il meglio, bellissima vacanza, Praga è meravigliosa”.
“No, Antonio, parlo della notizia”. Resto un momento in silenzio, il tempo esatto in cui mia moglie mi mostra un titolo dal suo cellulare che annuncia i primi casi nel Lodigiano.
“Antonio, è arrivato anche da noi, si fa unità di crisi, vieni subito”».
Sono le 7:40 del mattino di venerdì 21 febbraio quando Antonio Castelli, 56 anni, responsabile della Rianimazione dell’Ospedale “Luigi Sacco” di Milano, riceve la telefonata del direttore della Terapia intensiva del Policlinico, Giacomo Grasselli. Antonio sta guidando, accanto a lui c’è la moglie, cardiochirurga nello stesso ospedale: si sono conosciuti quando studiavano Medicina. Sulla via del ritorno da Praga avevano programmato di fermarsi due giorni in montagna in Austria. Invece si dirigono subito al Brennero. Alle 14 Antonio Castelli arriva nel suo reparto a Milano. Lo trova deserto, completamente svuotato, capisce immediatamente che anni di esercitazioni, simulazioni e studi ora sono diventati realtà. Non è un film. È venuto davvero il momento di tagliarsi la barba, quella barba che portava da più di trent’anni.
«Entro nella mia Rianimazione ed è vuota, tutto abbandonato, non ci sono i malati ma solo il disordine di una fuga improvvisa. Allora vado alla Terza Divisione Infettivi, quella del professor Massimo Galli, dove avevamo organizzato gli spazi per fronteggiare Ebola cinque anni fa. Lì invece c’era il mondo. Nel tempo che io avevo impiegato per arrivare dal Brennero a Milano erano riusciti a svuotate il reparto, a organizzare quattro letti con il biocontenimento per accogliere gli altamente contagiosi e a occuparli con i primi malati arrivati da Codogno. Uno di loro era il cosiddetto paziente due, di soli 42 anni, collegato al paziente uno. Tutto aveva preso una velocità sconosciuta. Il lunedì successivo, il 24 febbraio, i letti in Terapia intensiva erano già diventati undici».
Giovedì 27, appena riaccende il telefono alla fine del turno di notte, viene chiamato nuovamente da Giacomo Grasselli, gli chiede di andare all’Ospedale di Lodi per capire come si possa sostenerli di fronte a un’escalation del coronavirus così massiccia e drammatica. Antonio sale in macchina, non immagina nemmeno lontanamente cosa lo aspetti. «Sono entrato nel Pronto soccorso, era letteralmente stipato di pazienti in gravi difficoltà respiratorie. Erano ovunque e quando dico ovunque intendo che ogni mattonella del pavimento era occupata. Il malato meno grave era una donna che respirava ossigeno puro, alla sua barella era stata appesa una bottiglia d'acqua, un particolare che mi è sembrato un segno di grande sensibilità. Era sovraffollato: 70 uomini e donne tutti insieme che non riuscivano a respirare. Ma non c’era caos, piuttosto un ordine e una dedizione straordinari. Una cosa che ricorderò per tutta la vita».
Il responsabile del Pronto soccorso, Stefano Paglia, era lì da otto giorni, non era mai uscito, comunicava con la moglie e le figlie solo su WhatsApp e dormiva per periodi di due ore tra un’ondata e l’altra. Perché arrivavano due ondate al giorno, dieci-quindici malati alla volta, la mattina presto o al tramonto. Arrivavano le persone che non erano riuscite a dormire la notte, che avevano aspettato l’alba angosciate e con la prima luce si erano decise ad andare all’ospedale o quelle che dopo una giornata di peggioramenti avevano paura del buio che stava per arrivare.
Antonio Castelli incontra tutta la direzione: «Avevano facce stravolte e la sensazione che non fosse compresa la dimensione del problema. Ho detto subito: “Non sono venuto qui per controllare, ma per testimoniare cosa fate”. E allora è giusto che si sappia cosa hanno fatto a Lodi, quando Codogno era già stata chiusa: hanno fatto un lavoro da eroi e non uso questa parola nel modo abusato che va di moda oggi. Sono stati eroi nel senso letterale del termine. Mentre mi raccontavano la situazione mi sono commosso per la capacità di tenuta ed efficienza di quel gruppo di medici e infermieri».
Quella stessa notte dieci malati da Lodi vengono trasferiti al “Sacco”, i più gravi vanno alla Rianimazione dell’Humanitas, che aveva appena messo a disposizione alcuni posti in Terapia intensiva. Quarantotto ore dopo, il sabato, riescono a chiudere per un giorno l’accettazione di Lodi, per far respirare tutto il personale.
Stefano Paglia ed Enrico Storti, che guida i rianimatori di Lodi, creano un metodo di grande buon senso per individuare subito i pazienti Covid-19, un metodo che potremmo chiamare “Lodi”, destinato a fare scuola: «Non si basa sulla febbre, ma sulle difficoltà respiratorie e sulla zona di provenienza – spiega Castelli - su questa base facevano la prima divisione dei pazienti e li mettevano in isolamento. Poi per separare i più gravi dai meno gravi facevano una lastra toracica e misuravano il tasso di saturazione dell’ossigeno nel sangue, dopo averli fatti camminare lungo i 50 metri del corridoio. Così hanno fatto fronte all’emergenza con estrema lucidità già nel cuore di quella notte tra il 20 e il 21 febbraio».
Il pomeriggio di quel 27 febbraio Castelli scrive la sua relazione, paragona Lodi a uno scoglio «che riceve continuamente lo schiaffo dell’onda». È il punto più esposto d’Italia, ma è una zona a bassa densità di popolazione; bisogna circoscrivere il contagio perché, se si allarga, allora si rischia la catastrofe: «Se l’onda supera questo scoglio – scrive - dietro c’è Milano. Non ce lo possiamo permettere».
Lo interrompo. Sono passate due settimane da quel giorno, gli chiedo se l’onda sia arrivata a Milano: «No, non con quella forza. Ma la possibilità che uno tsunami ci travolga è alta. Tutto dipenderà dalla capacità dei cittadini di stare in casa, separati gli uni dagli altri. Io non so cosa stia succedendo nelle strade, ma mi dicono che finalmente la città sia vuota; quando nei giorni scorsi ho visto le foto dei bar sui Navigli, pieni all’ora dell’aperitivo, e la gente a cena nei ristoranti, ho pensato che fosse follia, follia pura. Un’idea distorta e onnipotente che i giovani siano immuni dal contagio»