Se dovessi dare un suono ai miei ingranaggi interni, in questo periodo, gli darei quello di un brano che ho scoperto quasi per caso, facendomi suggerire musica da Spotify.
Si chiama Hammers e proprio di martelli si tratta. Un piano e due mani che ci picchiano sopra, quelle di un ragazzo tedesco dell’82, Nils Frahm. Punto. Niente altri fronzoli. Eppure, quanta roba.
Regolare, monotono, senza pausa, mi ricorda il motore di una macchina sull’autostrada, o una locomotiva. Non ha pace finché da qualche parte non arriva. Come i pensieri, quando la testa va per conto suo, quando torno e ritorno su questioni, sempre quelle, come quando mi dedico a trovare soluzioni, come quando mi concentro sul lavoro che va fatto, come quando mi lascio prendere dall’ispirazione. Come un mantra, come un suono ripetuto che ti aiuta a meditare, come un suono interno. Ti puoi fermare ad ascoltare un gran casino ma anche a distinguere il ritmo dei diversi martelletti.
Devi avere pazienza, poi tutto si trasforma. Se hai pazienza arriva, ma per capire che arriva devi dargli tempo. Il ritmo freddo diventa melodia, se sai aspettare. La fine è completamente diversa dall’inizio eppure da lì è partita. All’inizio puoi chiederti “che roba è” e andare oltre, o rimanere lì a dargli una possibilità.
Turutum turutum turutum e non mi do mai pace ed è così da sempre e sarebbe bello imparassi diversamente. Eppure un suono alla fine ne esce e la mia eccitazione è ascoltare che prende forma. Alla fine non è solo musica, è sudore e ispirazione e pazienza.
Va a finire che ascolto un suono che arriva da dentro e non uno che mi sorprende da fuori.














