Raimondo il ballerino rotondo
Raimondo il ballerino rotondo avanza correndo sul palco con passetti rapidi e corti, con le braccia stese e leggermente inclinate indietro, come per controllare velocità o aerodinamica.
Lui sta facendo il suo saggio di danza, unico maschietto insieme a decine di femminucce. Il mento è in alto, fiero, mentre i saltelli fanno ballare la pancia. Lo sguardo è concentrato ma nell’insieme sembra impassibile. E’ uno dei motivi che ha generato la mia crisi di riso.
Me ne sono venuti in mente tanti: Pozzetto, i bulgari di Aldo Giovanni e Giacomo, Lillo che fa il coreografo. Lui era la sintesi estrema di tutti. Ma un conto è vedere un comico che costruisce un personaggio, un altro è vedere l’originale, quello che personaggio lo è, inconsapevolmente.
Non c’è situazione peggiore della ridarola quando sai di non dover ridere, o quando hai i sensi di colpa. Io avevo entrambi: sensi di colpa e situazione. Mi dicevo che, porca miseria, quel ragazzino ancora nemmeno adolescente ci credeva, stava facendo quello che gli piaceva fare, stava sul palco a danzare. Non era giusto ridere di lui mentre dimostrava al mondo di fregarsene di quelli come me, crudeli cinici ipocriti. Lui, Billy Elliot sovrappeso, dava l’idea di dedicarsi a qualcosa di faticoso, pesante e importante, nonostante la maestra l’avesse messo in fondo al gruppo, dietro a tutte quelle in forma, sorridenti e spigliate, quelle che facevano sembrare la danza naturale, facile, leggera. Io invece ero catturato da lui, mentre rischiava di infrangersi contro una colonna o di incastrarsi a cavallo di una sedia.
Non so per quale motivo, ma me lo sono immaginato in un altro decennio, davanti alla tv col videoregistratore, con i pesi in mano a sudare davanti ad una VHS di Jane Fonda. Con gli scaldamuscoli, la fascia in testa e tutto. A bruciare grassi, a buttar giù chilogrammi per poter danzare, in una trailer house di un film dei fratelli Coen. Poi si butta sul divano a quadri tracannando una diet coke. Il padre, in piedi in canotta, tende in avanti la mano che stringe il collo ad una birra, il dito indice della stessa mano puntato verso il ragazzo, strillando col collo rosso: “Dannazione figliolo, non arriverai da nessuna parte con questa cosa da finocchio! Vai a giocare a rugby come Billy, per la miseria!”.
Forse è in sala, il padre di Raimondo, lo guarda serio dall’ultima fila con la barba lunga e la cravatta allentata, forse realizza che loro sono ai due opposti: uno in fondo alla platea, uno in fondo al gruppo di ballerine. Tra di loro c’è il mondo, tante persone, tanti sguardi e tanti giudizi, ci sono pure io.
Mentre lo guardo saltellare, capisco che i danzatori possono controllare ogni muscolo, ma che è impossibile controllare la ciccia. Il superfluo non si controlla, come i pregiudizi e le risatine ipocrite ciniche e crudeli degli stronzi come me. E quello che pensa la gente è davvero superfluo.
Grazie, Raimondo, ti voglio bene. Vado a farmi una birra.