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Sono nata a novembre.
Forse per questo mi sento nelle foglie che si colorano di caldo e si ribellano al freddo migrando verso un posto che non sia l’ombra tenace della madre.
Tea
“ Principe partì in un bollente pomeriggio d'estate. In quel treno c'ero anche io. Era la vetturina delle Ferrovie del Sud Est — che noi chiamiamo «la Suddest» — strabordante di studenti in partenza per Bari, dove si andava a cercare un posto letto a buon prezzo per l'anno accademico che sarebbe iniziato a settembre. Giovanni fece finta di non vedermi seduto negli unici due divanetti di prima classe. Fu un «liscio» maldestro, ma umiliante. La Suddest non era una semplice ferrovia, era una scuola di pensiero, affrontare due ore per fare appena sessanta chilometri nascondeva ragioni sotterranee, quasi massoniche. La mia principale era quella di guardare, senza quasi mai far nulla per conoscerle, due splendide studentesse che salivano tra Locorotondo e Putignano e in particolare una ragazza dagli occhi neri di grafite, il naso squadrato con la punta d'un brillante e i tratti spigolosi come un Picasso. Era inusitata e bella, non ebbi mai il coraggio di avvicinarla e per tutti questi anni mi crogiolerò nel rimorso: l'attesa di vederla salire a Putignano con il suo golf blu ogni lunedì mattina, con sotto braccio le dispense di letteratura inglese e uno sguardo diffidente, è minuzia che nascondo nella soffitta delle nostalgie. La Suddest anni Novanta era un viaggio dentro il tempo. La campagna aveva i toni della calce color latte, scorreva come rapide diapositive: truffi levigati dal vento e filari d'uva immersi in macchie d'ulivi. Era una campagna disegnata come in un quadro impressionista, colori accesi e contorni indefiniti. Alberi di albicocche come gambe di donne, mandorli innevati dai germogli color tramonto e poi un enorme fusto di magnolie, poco dopo Castellana Grotte, sfavillante di petali rosa. Giovanni in quell'unico viaggio aveva la testa alzata e lo sguardo fisso nel vuoto, l'espressione più appropriata per non salutare nessuno. Andava a Bari, dove avrebbe cambiato treno per Modena e lì fare fortuna, dimenticare tutto e tutti, dimenticare il paese e i suoi maligni compagni di vita. “
Mario Desiati, Foto di classe, Laterza (collana Contromano), 2009¹; pp. 76-77.
Italioti
Breve spiegazione dell'italiota comune. Spero di essere stato chiaro.
Le mie stesse lacrime
Son gocce
Nel mare.
Ricorda che puoi vivere di me
Che tutto viene giu
quando ti cerco non ci sei
E Capirai Che forse gli angeli sono tutte rondini Che migrano per noi
Leo Gassmann @lagunablu1
Continuo a chiudermi quando ho freddo
solo per paura che entri altra aria
e invece dovrei cercare un posto caldo
dove migrare come rondinella in fuga
che sente le correnti cambiare
e nutre il bisogno di farlo anche lei
lontano, ché mai rinuncerebbe alle ali
alla libertà della sua natura
per scovare un bene dentro
destinato a morire col male
che c'è fuori
Volare contemplando tutto ciò che sta sotto, con l’appassionata distanza della luna leopardiana, mai paga di riandare I sempiterni calli.
Quante volte abbiamo parlato del mistero della migrazione! Ti avevo raccontato delle rondini che da vent’anni nidificano a casa mia, del loro ripetuto viaggio dal Mali all’Umbria, e dall’Umbria al Mali. Ascoltandomi, avevi condiviso lo stupore per la felicità di questo inspiegabile ritorno.
Un nido da cui partire.
Un nido a cui tornare.
Il corpo di una rondine non è altro che pochi grammi di ossa cave e penne. Eppure in quei minuscoli esseri è racchiusa una volontà titanica, capace di far loro superare dune e onde, coste e monti e valli, sfuggire alle reti dei cacciatori e ai loro spari, agli artigli e ai becchi dei predatori. Tutto questo soltanto per tornare al nido in cui un giorno sono venute al mondo.
Quanto conta questo nelle nostre vite?
tratto da “Il tuo sguardo illumina il mondo” di Susanna Tamaro