Ieri mattina sono stato in Cieldoro per l’ultimo saluto al più pavese degli scrittori pavesi. Davanti alla basilica, in attesa del feretro, guardavo le finestre della sua abitazione, dall’inconfondibile facciata liberty. Dietro una di quelle finestre c’era lo studio. Vi ero entrato trentasei anni fa per consegnargli le bozze della mia prima raccolta di racconti. Una stanza con le pareti ricoperte di scaffalature di libri sino al soffitto, un ritratto di Garibaldi, una scrivania con risme impilate di fogli battuti a macchina e una sedia con pelle maculata. Mino Milani mi offrì uno «scotch» (lo chiamò proprio così). Non ricordo se accettai, ma data la mia tensione credo di sì. La sua gatta miagolò e lui le diede una manciata di croccantini. Poi parlammo di libri. A questo pensavo anche una volta scesi i gradini di Cieldoro. La basilica era affollata di gente. Tutti suoi lettori, mi sono detto, individui che l’hanno o non l’hanno conosciuto di persona ma che conservano, ciascuno dentro la propria mente, il ricordo delle sue storie, dei suoi personaggi, dei suoi squarci descrittivi di Pavia e della sua Storia. Come se la mente che li aveva generati non fosse più lì, dentro quella cassa di legno, ma fosse frammentata in una miriade di entità. Forse è questo il segreto della letteratura: lo scrittore riproduce le sue invenzioni nella memoria dei suoi lettori, e così sopravvive a se stesso. Strani pensieri. Solo Mino Milani avrebbe potuto suggerirmeli. (Nella fotografia: i suoi libri che conservo nella mia biblioteca personale) #minomilani https://www.instagram.com/p/CZ6inhpoWfO/?utm_medium=tumblr