– Soffro, – disse. – Ho l'impressione che non potrò mai più camminare normalmente.
Immaginai per un secondo una eterna coabitazione con lui, infermo, e curiosamente questa eventualità non mi parve né assurda, né spiacevole. Ero forse arrivata al punto della vita in cui ci si mette un fardello sulle braccia. Dopo tutto mi sarei ben difesa, avrei lottato bene, e a lungo.
– Starai qui, – gli disse allegramente. – E quando ti cadranno i denti, ti farò delle pappe.
– Perché dovrebbero cadermi i denti?
– Sembra che capiti quando si resta per troppo tempo distesi. Riconosco che è paradossale. Dovrebbero cadere quando si è messi verticalmente, nel senso della legge di gravità. E invece no.
Mi gettò uno sguardo subdolo, un poco simile a quelli di Paul, ma più amorevole.
– Tu, tu sei buffa, – disse. – Io, vedi, non avrei mai potuto lasciarti.
Detto questo, chiuse gli occhi e mi chiese con voce spenta delle poesie che potessero piacergli, e io andai a cercare qualcosa nella biblioteca. Anche questo era uno dei nostri riti. Recitai dolcemente, in tono basso, per non svegliarlo o disturbarlo troppo, le poesie di Lorca su Walt Whitman:
«Il cielo ha spiagge dove eludere la vita
presente e ci sono corpi che non devono
ricomparire all'alba».