Il santuario panellenico di Olimpia
Prenderemo ora in considerazione il santuario panellenico di Olimpia, che si trovava sotto la protezione di Zeus. Tale santuario sorgeva nella regione nord-occidentale del Peloponneso, in uno spazio ampio e aperto, perfettamente pianeggiante.
Secondo Pausania, Olimpia rappresentava il cuore stesso della religiosità e dello spirito greco. Pertanto, non sorprende che egli dedichi al santuario un’attenta descrizione in una delle sue opere principali.
Pausania riconosceva al sito un ruolo importantissimo nelle vicende della Grecia, ma soprattutto nella costruzione della sua identità religiosa e culturale. Le prime tracce del santuario, con tutta probabilità, si devono far risalire al X secolo a.C., e anche in questo caso non sono da escludere rapporti con siti micenei preesistenti.
Tuttavia, una più intensa attività cultuale andrà collocata nel IX-VIII secolo a.C., come dimostrano i ritrovamenti di statuette ex voto. Tradizionalmente, la data della prima Olimpiade è fissata al 776 a.C.
Con ogni probabilità si tratta di una convinzione che finì per radicarsi e per essere assunta come valida da tutto il popolo greco. Tuttavia, tale data dovrebbe all’incirca corrispondere all’entrata a pieno regime del santuario.
Ancora una volta ci troviamo in presenza di un luogo neutrale, controllato a partire dal V secolo a.C. dalla città di Elis. I giochi si svolgevano con ogni probabilità anche prima dell’VIII secolo a.C., ma secondo scadenze più casuali e non periodiche.
Con la loro istituzionalizzazione si arrivò a fissare il calendario ogni 4 anni, nei mesi di luglio e agosto. Le gare ammesse erano tredici e si svolgevano dopo le cerimonie religiose iniziali, nell’arco di 5 giorni.
Come sappiamo, ogni santuario sorgeva in stretta relazione con il mito. Lo stesso discorso vale anche per Olimpia, dal momento che i miti di riferimento – che campeggiavano negli edifici e soprattutto nell’immaginario dei fedeli – erano quelli di Pelope ed Eracle.
Diremo ora qualcosa sul mito di Pelope. Egli, proveniente dall’Asia Minore, era giunto a Pisa per prendere in sposa Ippodamia, figlia del re locale Enomao. Quest'ultimo era solito sfidare i pretendenti della figlia in una gara con i carri, contando sull'invincibilità dei propri cavalli.
Esistono due versioni del mito abbastanza diverse tra di loro. Nella versione più lusinghiera, la vittoria non era ottenuta con l’inganno, ma grazie ai cavalli di Poseidone.
Al contrario, nell’altra versione, la vittoria di Pelope era dovuta a un espediente che causò la rovinosa caduta e la morte del re. Questo inganno permise all’eroe di vincere la gara e di sposare Ippodamia.
In ogni caso, il mito di Pelope deve essere considerato il leitmotiv di Olimpia, portando a una singolare convergenza tra culto eroico e culto di Era e di Zeus, le due divinità maggiormente venerate nel santuario.
Non è un caso che la vittoria dell’eroe Pelope venga ricordata nella prima “Olimpica” da Pindaro, il quale dev’essere considerato il cantore per eccellenza della virtù atletica aristocratica.
Il mito della gara di Pelope può anche essere interpretato come un'allusione alla vittoria storica della città di Elis su Pisa, dimostrando ancora una volta l’esistenza di un rapporto profondo tra mito, storia e culto.
L’aspetto definitivo del santuario prese forma nel IV secolo a.C., ma gli edifici di culto sono ovviamente più antichi. Il primo tempio dedicato a Era risale all’VIII secolo a.C., ma fu probabilmente ricostruito nel VI secolo secondo la classica pianta dorica.
A oriente del tempio erano collocati i tesori delle diverse città, con una percentuale piuttosto notevole di edifici fatti erigere da poleis della Magna Grecia. Diversi erano gli edifici a carattere civile.
Si andava da quelli sportivi, come lo stadio (separato dall’area del tempio dall’imponente stoà), la palestra e il ginnasio, a quelli di rappresentanza, adibiti all’ospitalità di personaggi particolarmente importanti e di rilievo.
Tra questi ultimi, riteniamo opportuno citare il Pritaneo e il Leonidaion, donato da Leonida di Nasso nel IV secolo a.C. Come è facile immaginare, il grandioso tempio di Zeus rappresenta il cuore e il centro del santuario.
La sua costruzione risale al ventennio compreso tra il 470 e il 450 a.C. L’ordine adottato è quello dorico, con sei colonne sui lati brevi e il consueto rapporto di 6 per 2 più 1 sui lati lunghi, in modo da rispettare i rapporti matematici classici che rivestono grandissima importanza nell’architettura sacra dell’antica Grecia.
La cella, paragonata alle proporzioni e alle misure perimetrali, risulta piuttosto piccola, soprattutto considerando le dimensioni che doveva avere la statua di Zeus, realizzata in oro e avorio proprio come l’Atena del Partenone.
Il dio appariva seduto in trono, e l’altezza del complesso scultoreo doveva raggiungere almeno i 12 metri. Dobbiamo ribadire che il gigantismo della statua era destinato, ovviamente, a catalizzare e attirare l’attenzione dei visitatori.
Tuttavia, i simboli presenti sulla statua (come la corona di alloro del dio) riconducevano, come nel caso della decorazione scultorea dei frontoni esterni, all’ambito agonale, tanto importante ad Olimpia.
Dobbiamo anche mettere in evidenza che nei frontoni proprio il rapporto tra luogo e mito diventa assolutamente dominante. Sul frontone est erano rappresentati i due contendenti, ovvero Pelope ed Enomao, con al centro la figura di Zeus, eretto e frontale, che dominava la scena.
I due sfidanti sono raffigurati mentre si preparavano alla gara coi carri, un motivo perfettamente in linea con i giochi atletici che si svolgevano a Olimpia ogni 4 anni. Tuttavia, la raffigurazione risulta anche profondamente legata alla storia del santuario, nonché al culto eroico.
Sul frontone occidentale veniva invece rappresentata la lotta furibonda tra Centauri, incarnazione dello spirito selvaggio, e Lapiti. Si trattava con tutta probabilità di un voluto rimando, se si pensa alla data di costruzione del tempio, alla vittoria dei Greci sui Persiani.
Tale vittoria simboleggiava per il mondo ellenico la barbarie domata dal controllo razionale, tema onnipresente della scultura del tempio. Tale riferimento deve essere inteso come una voluta e insistita forma di autocelebrazione.
Tra l’altro, si tratta di un atteggiamento pienamente comprensibile, se teniamo presente l’importanza delle guerre vittoriose contro la Persia, non solo per l’universo ellenico, ma per l’intero mondo occidentale, che tanto deve agli antichi Greci sotto ogni punto di vista.
Le metope erano caratterizzate, invece, dalla rappresentazione del ciclo delle fatiche di Eracle, l’altro eroe al quale, secondo la tradizione mitica, era attribuita l’invenzione dei giochi.
Ma in che modo era scolpito l’eroe sulle metope? Eracle era rappresentato nella sua veste più fiera ed eroica, ovvero nella nobiltà del combattimento, con evidente allusione ai giochi che si svolgevano periodicamente a Olimpia.
Concludiamo il nostro discorso mettendo in evidenza che Olimpia rappresenta, con tutta probabilità, il santuario più emblematico e rappresentativo dello spirito religioso panellenico.
Proprio questo spirito viene espresso nel migliore dei modi nella molteplicità di figure, richiami e simboli, nonché nella compresenza di edifici sacri, civili e sportivi, che costituiscono l'elemento caratterizzante del luogo.
Tra l’altro, gli storici delle religioni e dell’antica Grecia hanno messo in evidenza il profondo sincretismo tra culto uranio ed eroico-ctonio, indubbiamente presente all'interno del santuario.
Comunque sia, i due santuari panellenici di Delfi e di Olimpia hanno rivestito un ruolo significativo e importantissimo non solo nell’universo religioso dell’antica Grecia, ma in tutti i settori del mondo ellenico, come appare chiaro dagli studi svolti su questi straordinari siti.
Prof. Giovanni Pellegrino





















