St. Patrick's Day ☘️
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St. Patrick's Day ☘️
neopets brain rot got me shipping nabille and jazan hard,,
Chiudeva gli occhi neri; le sopracciglia disegnate. Sbatteva lentamente le palpebre e di tanto in tanto mi guardava. Camminava avanti e indietro, lentamente, per la via, e quando talvolta si voltava nella mia direzione, mi guardava negli occhi coi suoi occhi scuri così penetranti. Tornai a leggere il menù. Cercavo di non guardarla. “Lei ha un bellissimo sguardo” – < Me la trovai lì, davanti a me, quasi di sorpresa, la donna dal bel viso, le sopracciglia disegnate… con un sorriso tra il malizioso e il divertito. “Lei è molto sfacciata” – risposi sorridendo, non sapendo bene a chi mi stessi rivolgendo. “Non direi, è lei che mi fissa da mezzora!” “Ma è colpa sua, perché è molto bella; dovrebbe saperlo”. Incassò il complimento, le scappò un sorriso. “Non mi invita a sedere?” “Potrebbe pentirsene” - le risposi. “Sta diventando scortese, vuole che la preghi?” “La prego io, invece, si sieda, e mi spieghi perché è così bella” “Ha voglia di scherzare, naturalmente. Credo che lei si diverta a prendermi in giro” replicò sedendosi con grazia al tavolino dove stavo io. Le donne vanno e vengono, e ciò che rimane, alla fine, sei tu; con i tuoi piccoli pensieri modesti, i desideri, le illusioni. “Come si chiama?” le chiesi “Nabille” “Prego?” “Nabille; sono Libanese di madre e di padre Francese” “Che ci fa qui, in Italia, e a Milano?” “Ci vivo. Sono sposata ad un Italiano da molti anni” “Sembra così giovane…” “Lo sono. E’ contrario ai matrimoni giovanili?” “Sono contrario ai matrimoni. Alla visione istituzionale delle cose… penso che rovinino la genuinità dei rapporti, e il loro significato”
“Che concetto anni ’70! Si prende così sul serio, e critica le sacre istituzioni; mi ricorda così mio padre.” “Per questo, suo padre ha sposato una Libanese?” “Non so, forse…Ma non credo.” “E allora?” “ Mia madre studiava a Parigi. Si sono conosciuti all’ École Supérieure .d'études Politiques. Lui si era laureato in …(come si dice in Italiano?) … “Amministrazione Pubblica”. Lei in “Educazione e Psicologia”; fu amore a prima vista, e si sposarono subito dopo il dottorato.” Guardavo quegli occhi intensi e profondi, e mi chiedevo perché quella donna così bella, così raffinata, si fosse fermata a parlare con me, con uno sconosciuto, qui, a Milano. Qui e ora. “Si ferma spesso a parlare con gli sconosciuti?” Le chiesi sorridendo. “No! E’ la prima volta” si difese. “…Dunque?” “Lei fa troppe domande” socchiuse un po’ gli occhi, sorridendo. “Forse ha ragione..”. Le sorrisi di rimando. Guardai l’ora: era decisamente troppo tardi per me. Le notò il mio gesto. “Deve andare?” Mi chiese cortesemente. Riflettei per qualche secondo, e poi dissi: “Ahimè sì; la compagnia è gradevole, signorina Nabille, ma …”
“Certo, io l’ho disturbata, e non volevo…” Il suo volto si intimidì un poco. La guardai per qualche istante, riflettendo su cosa dire. Pensai all’imbarazzo e al coraggio che ci vuole a volte per fare domande semplici, naturali, ovvie: “Vorrei rivederla, è possibile?” Lei non rispose, mi guardò soltanto, e quello sguardo mi colpì, dolce profondo. “Ne sarei felice” rispose. “Io sono qua ogni mercoledì sera” dissi io “lei viene spesso? Potremmo rincontrarci in questo posto” “No… è un caso che sia qua… Ma sarò qui mercoledì prossimo; se mi promette che ci sarà anche lei” “Glielo prometto.” Mi alzai e salutai garbatamente. Quegli occhi neri e dolci mi sorridevano, con pudore e malizia. Le persone vanno e vengono, pensai fugacemente di nuovo tra di me. “Arrivederci” mi disse. “Ciao, Nabille” “Non so neanche come si chiama Lei” “S.” Le risposi. “Ciao, S.” e mi porse la mano “è stato un piacere rivederti” “Il piacere è mio” Non la rivedrò mai più, pensai. Non verrà all’appuntamento. Le persone vanno e vengono, niente resta, tutto si muove e cambia. La baciai sulla guancia, aveva un vago profumo di rose e spezie. La sua pelle emanava calore e colore. Lasciai il suo volto, e mi diressi da Corso Como in stazione Garibaldi. Il mio treno partiva da lì a 5 minuti.
Nabille - Milano
La guardai, guardai quegli occhi blu lago: quel blu freddo e intenso dei suoi occhi contornato di tracce rosse. Avrei voluto sedurla - quegli occhi mi ricordavano quanto fosse desiderabile tutto ciò che Lei era. Non riuscii a dire proprio nulla, tutta la sera.
“Eccole il resto”, ci interrompe il cameriere. “Grazie” risponde lei sorridendo. I suoi boccoli neri, morbidi e scurissimi, si muovono sulle spalle chiare.
Ci infiliamo i cappotti, e ci avviciniamo alla porta. Milano fuori è bellissima; la temperatura è tiepida e l’aria moderata nonostante sia già metà Novembre. “In che direzione?” mi chiede. “Di là”, e indico. “C’è un clima stupendo stasera, vero?” “Sì”, ammetto. La afferro sottobraccio. Il fruscio dei nostri cappotti ci fa conforto reciproco. Sento il suo profumo seduttivo, dolce e intenso, misto a quel liquore di cioccolata che emanava sempre la sua pelle.
“Sai, hai un buon profumo”, mi sorprende nei medesimi pensieri, lei, senza ragione. “Anche tu...” le rispondo, avvicinandomi al suo collo bianco. “Il tuo profumo ricorda la terra, il mare" “Terra?”, mi dice.
“I profumi delle donne hanno sempre il profumo delle terre lontane, riacquisite ”, le rispondo .
“mmh...” pronunzia, e si fa pensierosa.
La guardo senza vedere e aggiungo, “non c’è niente in amore che detto ad alta voce alla fine non sia o strano o banale, a volte più banale di quanto vorremo” Lei mi scruta come un bambino che si è infilato in un affare più grosso di lui, indecisa se fermarmi o restare a vedere come va a finire. Io mi addentro in questo labirinto sdrucido, “sai..ad esempio.. a te vorrei dire ciò che importante dire quando si ama una persona, ma qualsiasi cosa pensi alla fine mi sembra sempre incompleta: l’amore una volta detto, si sbiadisce. Non riuscirei a dirti ti amo, senza banalizzare quel che provo, proprio per il fatto di averlo detto”, faccio una pausa e aggiungo “...Non è stupido?” Si ferma e mi guarda un po’ stupìta e un po’ divertita. Io non mi ero neanche accorto di averle appena svelato tutto quel che pensavo di lei, così, senza remore. “Sei stupita?” le chiedo, per costruirmi una inutile difesa all’inevitabile. “Sì”.
“Scusa, non dovevo parlare così...”, biascico un po’ alla rinfusa
“Non hai capito...” mi risponde lei, e si fa seria. Non ride più, e i suoi occhi mi guardano fissi. Non capivo, in effetti. “Sei uno stupido... ” mi dice sorridendo. Mi afferra la nuca con dolcezza e ride con gli occhi. Sento le sue dita calde sul mio collo. Eravamo lì in fondo a via Moscova, al centro di questa piccola piazza, tra le panchine verdi, l’uno di fronte all’altra. Il suo profumo, era irresistibile. Un odore di mele e pane usciva dalla panetteria all’angolo; le sue labbra si tagliavano sul suo viso nitido, come fragole sulla neve. Lei mi attravea a sè con un sorriso che sembrava dire, che aspetti? Le baciai delicatamente le labbra rosse, amandola. La sua bocca era una piccola pesca appena tratta dal ramo. Il suo collo emanava un profumo stupendo ed acre: era il suo odore, il suo odore di terra e menta; ed era lì per me, ora. Alzai lo sguardo al cielo e vidi i tetti di Milano e i lampioni rossastri. La guardai negli occhi, quelle pupille amaranto e azzurre: lei mi fissava dentro, come sempre, mi frugava nelle profondità dell’anima: era lo sguardo di una persona che ti “cerca”. Ci stringevamo le mani e sentivo il calore delle sue mani, bianche e umide, tra le mie palme solide. “Baciami ancora, per favore”, mi disse guardandomi fisso negli occhi.
Ti piaceva molto? Se la rincontrassi oggi cosa faresti?
Ha due figli ora. Ma io credo che lei abbia pensato più volte alle stesse cose che io ho scritto per tutti e due. Una sera mi costrinse quasi a farle la corte, mi invitò a teatro, poi cena con amici, poi insistette per non andare a casa e arrivammo su in vetta: la montagna, il silenzio, la luna piena, io parlavo, la facevo sorridere, e la attiravo coi miei sorrisi, e a un certo punto nella quiete della notte, sotto i raggi della luna, stavamo per baciarci, quando il telefono alle 3.30 am interruppe questa situazione: era il suo lui. E ovviamente, comprensibilmente, si è ritratta. Ma io so che lei voleva fare l'amore. Dopo non ci fu più l’occasione… Però lei mi deve ancora un bacio, quindi credo che….un giorno...
raccontami i tuoi sogni!!
ho mille sogni. Nabille, in realtà era un'amica, legata al suo ragazzo di allora, e che desideravo come compagna. Conoscendo sia la sua schiettezza, che la sua lealtà verso il suo legame, decisi di scriverle questi pezzi di romanzo inventati, che le davo da leggere con una scusa, in cui la protagonista era una certa Nabille, diversa da lei in tutto tranne che nell'aspetto, e il protagonista ero io. E in cui calavo quasi integralmente pezzi di conversazioni nostre, ma ricalcate alla situazione. Non so quante volte ci siamo baciati lì, nella finzione.
**---** Cap 2.
"Io credo” le dissi “che si debba dormire in due letti separati. Ogni tanto ho bisogno di stare solo per raccogliere le idee e non essere distratto da pensieri estranei; pensa alla bellezza di stare soli e, se ami qualcuno o qualcuna, se la desideri, allora sì ha senso andare nel suo letto, e dormire con lei. Secondo me, è la metafora della vita, stare soli per imparare a stare insieme, per essere felici quando si sta insieme.” La guardai, guardai quegli occhi blu lago, di quel blu freddo e intenso, pensavo a quanto fossero belli, sulla sua pelle chiara come neve, i lunghi ricci, morbidi come una cascata calda e scura, e il suo sorriso che emanava una pura luce piena di amore femminile. Provai l’impulso di baciarla. Lei mi guardava, con i suoi occhi luminosi e intensi. Le presi la mano sinistra, bianca e luminosa come un opale; era calda e mandava un profumo eclettico; il palmo era umido, quasi bagnato: quell’umore, misto al profumo che mandava la sua pelle, mi fece pensare al fatto che il suo corpo era lì reale e presente davanti a me. Avrei voluto sedurla, mentre quegli occhi intensi mi dicevano quanto fosse desiderabile per me tutto ciò che c’era dentro quella persona. Non riuscii a dire nulla. La afferrai per le spalle e non sentii nessuna resistenza, il suo corpo era fiduciosamente abbandonato al mio contatto. Arrivò il cameriere e disse: “ Il conto, sono 7 euro” “Lascia che paghi io”, mi prevenne lei “Non vorrai privarmi del piacere di offrire”, le risposi “No, ci tengo...Davvero. Volevo che fossi mio ospite stasera”, replicò Nabille, e consegnò in fretta un foglio da 10 rosa al cameriere. Vidi gli occhi di quella mia amica sorridere, e non provai mai un tale desiderio che lei non fosse così straniera, così musulmana, così diversa. “Eccole il resto”, disse il cameriere. “Grazie”, rispose sempre sorridendo; e i suoi boccoli si mossero e scalarono quelle spalle dolcissime. Ci avvicinammo alla porta: Milano fuori era bellissima, la temperatura tiepida, e confortante, non ostante fossimo ormai a metà novembre. “In che direzione?” domandò. “Di là”, le risposi “C’è un clima stupendo stasera, vero?” disse lei. “Sì”. La presi al braccio. Il fruscio dei nostri cappotti ci faceva conforto reciproco. Seduttivo il suo profumo, dolce e intenso, misto a quel liquore di cioccolata che emanava sempre la sua pelle. “Sai, hai un buon profumo, Kappa di Krizia?”, mi disse lei. “Anche tu...” le risposi, avvicinandomi, mimando solo il gesto di sentirne il piacevole sentore, il mio volto al suo collo; e aggiunsi “sembra il profumo che hanno i fiori di castagno”. “I fiori di castagno?” disse un po’ sorpresa e incuriosita “ma sei sicuro? Non so neanche di cosa sanno...” Sanno di cioccolata, terra e mare, pensai fra me e me. Sanno di te.
Non risposi e dissi dopo un poco più ad alta voce “E’ un ottimo profumo”. “Come il tuo...Sai di cioccolata e mare” “Cioccolata e mare...Che bello. Sono i profumi che io amo di più”, mi rispose. “Non è vero, mi prendi in giro; ma sei carina a dirlo”, le dissi sorridendo. “Ma sì, ti dico”, ripetè divertita. “La cioccolata perchè mi ricorda le mie due città del cuore: Parigi e Milano. Le cioccolate calde che mia zia mi preparava nelle giornate di inverno, dopo la scuola a Parigi e anche successivamente quando ci siamo trasferiti a Milano. Il mare perchè mi ricorda la mia terra. Fondamentalmente, resterò sempre una donna di mare anche dopo tutti questi anni passati in città” “Già”, proseguii “ma il tuo profumo è più intenso, più dolce” “In che senso?” domandò divertita. Giocavamo. “Perchè il tuo è il profumo di una persona; una persona che ricorda la terra, il mare e la cioccolata: è il profumo di un essere umano, che vive di vita vissuta. I profumi delle donne ricordano il profumo delle terre lontane, riacquisite.” Le dissi. “Che cosa strana da dire...” e si fece pensierosa. Mi fermai a pensare, e aggiunsi, come in forma di spiegazione, “Non c’è niente che alla fine, una volta detta, non sia più banale di ciò che la parola in sè rappresenta; cosa potrei dire che non sembri superficiale, per descrivere quanto sei bella”. “Non esagerare, poi mi monto la testa” sorrise. “Vorrei poter dire ciò che importa dire quando si ama una persona; ma qualsiasi cosa che mi venga in mente mi sembra sempre così sciocca; mi sembra che i miei pensieri di amore, una volta detti, si sviliscano, si ammutoliscano quasi; il potere delle parole è così limitato e flebile se paragonato ai sentimenti che rappresentano. E io non riuscirei a dirti ti amo, senza banalizzare quel che ciò stesso dico, proprio per il fatto stesso di dirlo”. Si fermò e mi guardò un po’ stupìta. Io non mi ero neanche accorto, ma le avevo appena confessato tutto quel che pensavo di lei, così, senza freni e senza pudore. E tutto il mio amore, senza avvedermene. “Sei stupita?” le chiesi, come se mi rivolgessi a me stesso. “Sì”. “Scusa, non volevo offenderti, penso non ci sia niente di male nell’amore; anche se non è corrisposto, è un buon sentimento. E poi, in fondo, mi piace la nostra amicizia, così: un po’ dolce, un po’ da piccoli amanti ragazzini.” “Non hai capito...” mi disse; si fece seria, non rideva più, e i suoi occhi mi guardavano fissi; fissi nel cuore. Non capivo, in effetti. “Sei uno stupido” mi rispose; mi afferrò l’altra mano e sorrise con gli occhi. Eravamo lì in fondo a via Moscova, al centro di questa piccola piazza, tra le panchine verdi di Milano, l’uno di fronte all’altra, le mani nella mani. Il suo profumo era irrestitibile e sexy; un odore di mele e pane usciva dalla panetteria all’angolo. E le sue labbra, come fragole sulla neve, mi guardavano. Lei mi attravea a sè con il sorriso. Le baciai delicatamente le labbra rosse, amandola intensamente. La sua bocca era una pesca. Il suo collo emanava un profumo stupendo e acre; era il suo odore, il suo odore di terra e menta; ed era mio, in quel fragile istante. Alzai lo sguardo al cielo e vidi i tetti di Milano farsi calice nei lampioni rossastri. La guardai negli occhi, in quelle pupille amaranto e blu: lei mi guardava dentro, come sempre, e il suo sguardo mi frugava nelle profondità dell’anima; era lo sguardo di una persona stupìta e felice. Ci stringevamo e sentivo il calore delle sue mani, bianche e umide, tra le mie palme. “Baciami ancora, per favore” disse. Mi guardò negli occhi. Fu difficile fingere di non essere felice in quell’istante.
“Mi chiedo cosa io amo più di tutto di te” dissi dopo un po’. “Credo di saperlo” disse. Ci fu una pausa, fatta di nulla. “Davvero?” “Sì” “E me lo dirai?” “Lo sai già cosa ami di più di me” Lo sapevo, naturalmente. Amavo il suo essere al tempo stesso così terrena e mediterranea. Quegli occhi mi scrutavano dentro felici; il suo corpo emanava odore di terra bruciata mescolata al profumo di mele che erano nell’aria.
La riaccompagnai alla macchina e la aiutai a salire. Il resto del viaggio fu una sequenza di cose ovvie; ci lasciammo davanti alla porta di casa sua, e ci demmo la buona notte in modo semplice.
“E’ stata una bella serata” le dissi “Anche per me” mi rispose “Spero di rivederti presto?” le chiesi. Sorrise, senza aggiungere altro. Si avvicinò e mi baciò sulla bocca; una, due volte; poi tre; poi ancora una volta. “Adoro il tuo profumo” lei disse a me “Anche se non so perchè” Si alzò, chiuse la porta e se ne andò salutando con la mano. La vidi andare via, il suo corpo esile e un po’ fragile, un bagaglio di pensieri, felicità, tristezza e amore; e il suo corpo dolce e femminile, che per me significava così tanto, che correva infagottato nel cappotto e nella lana di maglione e nel cotone dell’intimo. E pensai, “è proprio vero, la felicità è una piccola cosa”.
**---** La natura, i giardini umidi e bagnati di pioggia novembrina, con le piante a foglie larghe, i sempreverdi, i cespugli che virano all’oro e al rosso in mezzo a macchie di verde smeraldo, verde scuro; le foglie vellutate sul retro e lucide sul dorso, umide e umidiccie; il terreno misto a pietrisco, acqua e pozzanghere; i muretti scrostati e un po’ cadenti, di granito e massa, sberciati ma resistenti, e bene in piedi; parapetti e corrimano duri e granulosi nel perduto stile liberty, o decò, della Milano residua della fine dell’800.