OFMD Ficlet - IX
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Sonata
Parte 1. Adagio con amore
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Parte 2. Crescendo
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Ed l'aveva dimenticata.
La sensazione dei primi giorni vissuti in mare, la costante impressione di perdere l'equilibrio, come se il mondo continuasse a spostarsi sotto i suoi piedi.
E ora eccola lì di nuovo, ed ecco la gravità che oscillava fuori asse, seguendo Stede che si ritirava dopo averlo avvolto in un'aura di lavanda e capelli biondi, dopo un bacio castissimo e struggente.
E qualcosa di Edward doveva essere rimasto lì, fra le sue labbra, perché Stede continuava ad attirarlo a sé come un pesce preso all'amo. Ed lo seguì quasi alla cieca, cercando di non uscire da quel profumato tepore; e quando incontrò di nuovo le labbra di Stede, le trovò curve in un sorriso.
"E adesso, perché ridi?" mormorò, strusciando per protesta la guancia contro quella di lui; il contrasto fra la pelle liscia sugli zigomi e la ruvidezza della mascella, dove iniziava a ricrescere la barba, fu una scoperta elettrizzante.
Dalla gola di Stede uscì una risata simile a un colpo di vento nelle vele. Chinò il capo e premette a propria volta il viso contro quello di Ed. "E' solo che," rispose, un poco senza fiato, "E' da tanto che volevo farlo."
Edward si mosse ancor prima di sapere cosa stava facendo.
Spingendosi fin dove poteva nello spazio di Stede, prese il suo viso fra le mani e lo trascinò in un bacio affamato e sudicio quanto quello di prima era stato candido.
Stede cedette immediatamente, con un gemito di cui Edward approfittò per insinuarsi nella sua bocca e reclamare le sue labbra, la lingua e i denti, sentendo il suo battito accelerare come se tenesse il suo cuore fra le dita; ed era una cosa barbara, forse, come la stretta di un boa, feroce come la trappola di certe piante carnivore; ma Edward non ebbe il tempo di spaventarsi della violenza del proprio desiderio, perché ecco, le mani di Stede erano sulla sua pelle, meravigliosamente calde strisciavano sotto gli abiti per accarezzargli la schiena e le spalle; ed era così bello da quasi far male, da spandere lunghi brividi che dal centro delle scapole si irradiavano per tutto il corpo.
Prima di rendersene conto, Ed era crollato, senz'ossa e percorso da fremiti, sulla spalla di Stede, che lo stringeva a sé senza smettere di sussurrargli all'orecchio.
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"Così, proprio così," mormorava Stede senza sapere cosa dicesse, come se le parole gli nascessero sulle labbra solo perché poteva imprimerle sulla pelle di Ed.
Il peso, il calore vivo del corpo contro il suo lo facevano sentire più saldo e più forte di quanto fosse mai stato; allo stesso tempo, l'affanno del respiro di Edward, indifeso e nascosto nel suo collo, faceva fiorire nel suo petto un languore che minacciava di scioglierlo, disintegrarlo come un castello di sabbia nella marea.
"Scusa," arrivò in un sospiro la voce di Ed; e quasi allo stesso tempo le sue braccia si mossero per cingere Stede in un abbraccio serrato. "Non so come si bacia un gentiluomo."
Avrebbe dovuto essere uno scherzo, una battuta sardonica, ma nella voce di Ed c'era qualcosa che assomigliava alla vergogna; e Stede non poteva tollerarlo.
"...Sai benissimo come baciare un pirata," sussurrò, sfiorando con le labbra la curva dell'orecchio di Edward e godendo del modo in cui inciampava il suo respiro, il guizzo dei tendini del collo.
"Stede." uscì dalle profondità del petto di Edward, quasi un monito, un rombo sotto il velluto della voce.
Stede fu attraversato da un brivido di delizia. Con curiosità avvicinò di nuovo il naso all'orecchio di Ed, lambì con la lingua la pelle delicatissima dietro il lobo; e dalla gola di Edward esalò un "ah" sfilacciato come stoffa che si strappi, mentre le sue mani afferravano i fianchi di Stede, vi si aggrappavano con un bisogno che gli diede una squisita vertigine.
"Non hai idea di cosa stai facendo." raspò Edward, una nota accorata nella voce che trasformò il rimprovero in protesta; ma subito dopo le sue labbra tornavano in cerca di quelle di Stede, morbide come non avevano alcun diritto di essere le labbra di un uomo la cui fama terrorizzava i mari.
"Non ce l'ho," confermò Stede rompendo il bacio, per sfiorare la pelle delicata delle guance, sotto gli occhi chiusi di Edward.
E che cosa incredibile, pensò facendo scorrere una mano dalla schiena alla nuca di Ed per affondare le dita fra i suoi capelli, godendo del brivido che lo percorse come se fosse proprio. Che sensazione esaltante non sapere cosa stesse facendo e gettarsi avanti comunque, ma senza paura, con infantile audacia; che cosa incredibile scoprirsi forti e fragili e sentire che nessuna delle due cose aveva importanza, e come poter spiegare a Ed che era questo, quello che faceva a Stede, semplicemente essendoci, semplicemente essendo Edward.
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Ed era trafitto da un milione di punture di spillo, ognuna un desiderio.
E ogni desiderio era per Stede, che innocente e senza pietà lo consumava di baci, di carezze snervanti come torture.
C'erano cose che Edward desiderava con intensità bruciante, chiare e istantanee come lampi, ma che confusamente non aveva mai osato associare a Stede; Stede, vezzoso e lucente come gli uccelli variopinti delle isole, fragile e ostinato come certi fiori rampicanti le cui corolle inghirlandavano le porte delle chiese come quelle dei bordelli; vicinissimo eppure irraggiungibile come il riflesso dorato del sole sull'oceano.
Per Edward, il sesso era sempre stato come l'alcool. Poteva stordire piacevolmente e dare la nausea e uccidere la noia e perfino distruggere un uomo, se non ci stava attento; ma Ed trovava che bere avesse il vantaggio di mettere a tacere molto meglio i ghiribizzi del cervello, e soprattutto era un vizio in cui poteva indulgere da solo. Dozzine di incontri fugaci, scopate senza pensieri e soluzioni precarie alle urgenze dei suoi quindici anni, e poi venti, e trenta, avevano lasciato sotto la pelle di Edward un ricordo confuso e complicato come il disegno dei suoi tatuaggi; ma quella collezione di gesti, di gambe e braccia e bocche senza neppure un volto non aveva niente a che vedere con Stede.
Stede che lo guardava con meraviglia, come se non avesse mai visto nulla come lui nella sua vita di ricco aristocratico, Stede che gli offriva marmellata e brandy e che sotto una luna piena grande da fare paura gli diceva porti bene le cose belle e gli sorrideva aperto e senza filtri, come se fosse Edward, proprio Edward, la più bella cosa davanti a lui.
"Stede," ansimò, mentre l'altro sembrava dedito con felice abbandono a succhiargli via la vita dal collo.
Stede si fermò per alzare su di lui uno sguardo adorante e - Cristo. Ed si inumidì le labbra, senza più ricordare cosa stesse dicendo, e sotto le ciglia bionde gli occhi di Stede si spostarono immediatamente sulla sua bocca, e lì si bloccarono. Edward lo guardò deglutire con fatica.
Uno dei lampi che tormentavano la coscienza di Edward gli mostrò chiara come il giorno l'immagine di Stede addossato al clavicembalo, il capo rovesciato all'indietro e le mani tuffate nei capelli di Ed, inginocchiato fra le sue gambe a succhiargli il cazzo.
L'immagine svanì veloce come era arrivata, ma Edward si rese conto di essere rimasto assente abbastanza a lungo da trasformare la luce negli occhi di Stede in un'ombra di rimorso.
"Forse ho esagerato." disse abbassando lo sguardo con un sorriso imbarazzato. "Perdonami, Edward, smetto di-"
"No!" esclamò Ed in un singulto afferrando la mano di Stede, i cui occhi tornarono istantaneamente nei suoi.
Il cuore di Edward batteva a colpi dolorosi come cannonate, ma cercò di mettere tutta la tenerezza di cui era capace nel portare la mano si Stede alle labbra per baciarne le nocche.
I suoi occhi ora erano colmi di un interrogativo talmente fragile che Edward si trovò a balbettare una cosa qualsiasi, solo per cercare di impedirgli di rompersi come cristallo.
"...Spostiamoci da qui, ok?"
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Stede si ritrovò a farsi guidare per mano come un bambino, alzandosi dalla panca del clavicembalo e seguendo Edward fino al sofa.
Era in parte tornato in sé dopo essersi lasciato ubriacare dal contatto con la pelle di Edward, e aver forse trasgredito un limite nel proprio irresponsabile abbandono; ma la mano di Ed nella sua lo tratteneva, come la cima gettata a un uomo in mare, e Stede vi si aggrappò finché Ed non lo fece sedere fra i cuscini e prese posto al suo fianco. Senza lasciare la sua mano, e abbastanza vicino perché le loro ginocchia si toccassero; Stede si sentì un po' riconfortato.
Osò alzare di nuovo gli occhi sul volto di Edward e rimase qualche momento così, perché lo sguardo di Ed era su di lui e c'era dentro - qualcosa; qualcosa che faceva sentire Stede come sotto il primo sole che riscalda l'alba.
"Scusa se sono stato impulsivo." sospirò, chiudendo gli occhi per concentrarsi solo sulla sensazione della mano di Ed, grande e calda e ancora stretta nella sua.
Ed diede in una piccola risata vagamente esasperata, e Stede riaprì un occhio.
Edward lo guardava mordendosi le labbra. "Stede, senti," farfugliò, scrollando la testa, "se non la smetti di scusarti finisce che mi uccidi."
E poi chinò il capo, si fece avanti fino a nascondere la testa sotto il suo mento. "E se non posso toccarti subito, finisce che mi uccido io." mugolò contro il petto di Stede, che prese istantaneamente fuoco.
"Posso farlo anche io?" balbettò, con voce un'ottava più acuta del normale, il viso in fiamme ma il cuore di nuovo inondato da quell'audacia irragionevole; e in premio ottenne un suono strozzato dalla gola di Edward, che sollevò il capo per annuire.
E poi fu il turno di Stede di lottare con il proprio respiro, perché in un gesto Ed si era liberato della maglia che indossava e adesso stava davanti a lui, nudo dalla cintola in su, e Stede fu istantaneamente certo che non gli sarebbe bastato il resto della vita per scoprire ogni tatuaggio e cicatrice, ogni venatura di peli, per imprimersi nella memoria la forma delle clavicole e delle spalle.
Con mani che tremavano cercando di sciogliere il primo dei nodi della sua cravatta, chinò il capo per posare un bacio sul petto di Edward; e quando premette sulla sua pelle, poté sentire il suo cuore palpitare sulle labbra.
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