Una foto. Molti ricordi.
Questa foto l'ho scattata il 13 giugno 2009 a Teheran.
L'autista che mi portava in giro con l'interprete era rimasto bloccato in una stradina perché erano cominciate le rivolte di strada per l'esito delle elezioni presidenziali del giorno prima.
Sentivo le grida, ero uscita dall'auto nonostante il parere contrario dei miei accompagnatori iraniani e vedevo in lontananza ragazzi e ragazze invadere la strada con pietre e molotov. L'operatore, un giovane iraniano terrorizzato si rifiutò di scendere con me. Allora corsi verso gli scontri con il cellulare e scattai al volo alcune foto e alcuni filmati infilandomi tra i rivoltosi.
Ricordo bene le rivolte, le grida dalle strade e dai tetti, per segnalare ai fuggitivi rincorsi dalle milizie di entrare nei portoni. Ricordo la repressione feroce dei basiji, i posti di blocco notturni, i poliziotti in borghese a cavallo delle moto da trial che facevano irruzione nel traffico caotico e perennemente bloccato della capitale iraniana e picchiavano selvaggiamente tutti gli occupanti di un'auto a caso. Seminare il terrore sempre e comunque, nessuno doveva pensarsi al riparo.
Ricordo l'irruzione nel mio albergo per catturarmi il 14 giugno dopo che ero riuscita a trovare (colpi di fortuna accadono) e a intervistare uno dei candidati favoriti che si opponevano all'orrendo presidente Ahmadinejad, resosi latitante perché inseguito subito da mandato d'arresto. Sì l'avevo scovato, ma per un puro colpo di culo: ero andata a casa dell'ex sindaco di Teheran, sempre schierato contro le frange estreme, dai pasdaran agli ayatollah più rigorosi, e mentre eravamo in una stanza, chiuse in attesa di sapere se ci avrebbe parlato, la mia interprete (bravissima), sente la voce di un uomo, esce con la scusa di andare al bagno, sbircia da una porta e torna dicendomi : "Sono sicura che è lui, che si nasconde qui. Proviamo a chiedere un'intervista!".
Insomma per questa intervista fecero irruzione nell'albergo dove stavo per arrestare me, l'operatore e il fonico (che era il padre dell'operatore) ma mi nascosi in camera (loro li chiusi nel mobile sotto il lavello del cucinino che c'è sempre nelle camere iraniane) per ore infinite e stando stesa in sospensione sulle braccia controllavo attraverso il filo di luce sotto la porta se i picchiatori erano ancora lì ad aspettarmi al varco. Ne vedevo le suole degli stivaloni. Fortunatamente il giornalista francese che era nella stanza di fronte alla mia aveva detto loro che non c'ero. Sapeva di mentire, sapeva anche come ci si comporta in certi frangenti. In quei giorni, quando faceva buio e nelle ore notturne un gruppo di basiji si posizionava esattamente sul punto della strada sul quale si affacciava la finestra della mia camera e io da dietro la tenda al buio vedevo tutte le violenze, le angherie e gli arresti che facevano a chi passava di lì e sapendolo, il collega francese ogni tanto mi chiedeva di venire a vedere anche lui.
Davanti alla mia porta avevano lasciato un paio di uomini di guardia ma io fui più tenace di loro a trattenere il fiato, a non fare un solo rumore, a sfidarli a chi durava di più.
Ricordo il montatore da cui andammo per montare il servizio per le 20 di quel 13 gennaio, credo che fosse casa sua, era un appartamento in una stradina asfaltata male, in parte sterrata ma dentro la città. Mi raccontò che aveva appena vinto da straniero il concorso per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, il suo sogno fin da bambino, che sarebbe dovuto partire per l'Italia, ma che non poteva lasciare l'Iran perché non gli rilasciavano il passaporto. Ed era costretto a rinunciare al suo sogno. Era un esperto di Fellini, era un esperto di tutto il cinema italiano. Non era un ragazzino, era un giovane uomo che avrebbe voluto costruire la sua strada nella vita.
Tutti i giornalisti italiani e stranieri abbandonarono Teheran, io rimasi ancora due giorni fino a 24 ore prima dello scadere del visto ma le autorità non mi permettevano di inviare i servizi in Italia, né certamente di fare dirette.
Perché 24 ore prima dello scadere del visto? Perché il volo Alitalia Teheran-Roma partiva la mattina alle 4, il visto scadeva a mezzanotte: dovevo evitare che in quelle 4 ore la polizia potesse avere la scusa di un visto scaduto per potermi arrestare in aeroporto.













