IO E L'ANTIDOLORIFICO
Sto prendendo un antidolorifico oppioide. Il mio rapporto con lui è un legame di fratellanza: nel momento del bisogno, il farmaco mi tende la mano senza chiedere nulla in cambio.
Non l'ho nemmeno pagato, perché esistono ancora le esenzioni per malati oncologici. Fino a quando dureranno? Temo che non sia una domanda oziosa o irragionevole. La sedazione del dolore è un diritto. Ma i diritti sono quella cosa che ci stanno togliendo con lenta e inerosabile crudeltà, giorno dopo giorno, per spingerci verso assicurazioni e altre schifezze onerose.
Ora per fortuna non ho questo problema. Posso contare sul caldo abbraccio del farmaco. L'antidolorifico mi ha mostrato amicizia disinteressata. E sappiamo bene che non potrò mai ricambiare il favore: non ho mai sentito parlare di oppioidi che si sentono abbandonati e bisognosi d'aiuto.
Il farmaco è racchiuso in una pastiglia che rilascia gradualmente il principio attivo nell'arco di dodici ore. La pastiglia va ingoiata integra.
Il foglietto illustrativo è scritto in caratteri quasi microscopici, ma sono riuscito eroicamente a leggerlo, malgrado cheratocono e presbiopia, grazie alla portentosa combinazione di occhiali e pittoresca lente di ingrandimento alla Sherlock Holmes.
Ho scoperto che la modalità di assunzione non è un dettaglio insignificante. Non bisogna masticare la pastiglia per nessun motivo. Il lento rilascio della sostanza è garantito dalla sua integrità. Masticare significa esporsi a un dosaggio eccessivo. Ti piomba addosso in un colpo solo.
E infatti c'è il rovescio della medaglia: gli oppioidi sedano il dolore, ma possono causare una pericolosa assuefazione, soprattutto quando li sottovaluti e ti viene voglia di cercare la botta, il flash, l'uso ricreativo.
Sembra che questa voglia, negli Stati Uniti, sia venuta a un sacco di gente negli ultimi decenni, anche per colpa di strategie pubblicitarie aggressive, prive di riferimenti ai rischi. Sembra che molte persone, un bel giorno, abbiano depennato l'integrità della pastiglia e il rispetto delle prescrizioni mediche dall'elenco delle priorità. Sembra che abbiano cominciato a masticare, tritare e sniffare quella pastiglia, per poi ritrovarsi tossicodipendenti ed esposte al consumo di eroina.
Insomma, non è una roba da prendere sottogamba.
E io un giorno ho commesso una leggerezza. Mi sono addormentato proprio a ridosso dell'orario stabilito per l'assunzione della sostanza.
Le mie dormite ultimamente funzionano così: "Mi sdraio un attimo sul divano. Appoggio la testa sul cuscino. Cosa potrà mai andare storto?". È un grande classico intramontabile.
Qualcosa va sempre storto. È la regola del 2025. Mi addormento in un nanosecondo ogni volta che l'idea di riposare per un attimo attraversa la mia mente per poi dissolversi senza lasciare traccia.
Risultato: domenica ho dormito per due ore nel momento sbagliato.
Al risveglio sapevo di non aver preso la pastiglia. Ma questa consapevolezza non era abbastanza forte per soddisfare il rigore e la severità del mio lato ossessivo compulsivo. Raggiungeva un onesto 99,9 per cento. E tutta la mia attenzione era puntata sul rimanente 0,1. Quello sgraziato numerino con la virgola era un piccolo e fastidioso insetto psichico che mi sussurrava: "Vuoi vedere che l'hai presa nel dormiveglia, durante un attacco di sonnambulismo?".
Ero dunque davanti a un bivio: la prendo lo stesso o se ne riparla fra dodici ore? La prudenza ha avuto la meglio. Ho pensato: "Salto il turno. Non posso assumere doppia razione. Non è un gioco".
Non volevo correre il rischio di un'overdose solitaria, tra l'altro senza aver sperimentato l'ebbrezza di essere una rockstar maledetta.
Mi sono preparato a dodici ore senza pastiglia.
Un gioco da ragazzi? All'inizio sì. Per cinque o sei ore non è successo nulla. Ho guardato due puntate di una serie TV. Ho sentito piccoli fastidi a cui non ho dato peso: una leggera sensazione a livello lombare, nell'addome e sulla coscia destra. Poi i fastidi sono cresciuti. Dopo nove ore ho smesso di chiamarli fastidi, perché la parola più corretta era "dolori". Dopo dieci ore quei dolori erano vere e proprie fitte.
Mancavano due ore. La sofferenza non era trascurabile, ma c'erano pensieri confortanti che mi davano forza. Il dolore sperimentato in passato aveva raggiunto il parossismo, aveva superato la soglia della tollerabilità, mi aveva gettato nella disperazione. Questa volta non ne avrebbe avuto il tempo.
Ho trascorso le ultime due ore passeggiando nervosamente avanti e indietro, mentre mi crogiolavo nell'autoflagellazione: "Danilo, ma perché devi essere così svampito? Perché? Sei una testa di c@zz0, ecco cosa sei. Lo sei sempre stato. Non cambierai mai".
Ho pensato a un episodio accaduto in seconda elementare. Dopo aver mangiato una merendina, durante l'intervallo, mi era venuto un dubbio: "Ho gettato la carta che la avvolgeva nel cestino o l'ho ingoiata?". Poi mi ero rivolto alla maestra in lacrime: "Aiuto! Aiuto! Ho mangiato la carta. Moriro!". Ancora oggi gli ex compagni delle elementari ricordano quella faccenda per prendermi in giro.
Non avevo mangiato la carta. Non ho preso la pastiglia nel dormiveglia. Ma sono così distratto e ossessivo che dubito sempre delle mie percezioni.
Le ultime due ore sono trascorse senza fare troppi danni. E ho appreso una lezione di vita. Metterò sempre la sveglia per non saltare altri turni. Odio il dolore in tutte le sue forme.
[L'Ideota]








