Montale è un uomo che ha vissuto una delle grandi sfortune che può colpire un artista, ossia vedere la propria memoria soverchiata dal ricordo di una singola opera. Nel momento in cui si sente il nome di Montale è inevitabile che la nostra mente vada a ripescare quegli splendidi versi di Ho sceso dandoti il braccio rendendo poi difficile il trovare altre parole dello stesso autore.
Sicuramente Ho sceso dandoti il braccio resta uno dei capolavori della poesia montaliana tuttavia non dobbiamo dimenticare che questo compare per la prima volta all'interno di Xenia, una delle raccolte dell'ultimo Montale. Riprendiamo allora una delle poesie del primo Montale, anzi, riprendiamo la poesia che apre l'opera omnia del poeta, la prima poesia che troviamo quando apriamo la prima raccolta del poeta (Ossi di seppia): In limine.
Innanzitutto converrà fare una precisazione riguardo al titolo: In limine è latino ed è traducibile in italiano come "Sulla soglia", dietro a questa semplice traduzione si cela tuttavia una doppia funzione: la prima è di matrice metaletteraria, In limine è difatti la poesia che funge da soglia, la poesia che una volta letta (o varcata) ci immetterà all'interno dell'opera; il secondo compito che assolve è quello di annunciare ciò che sarà uno dei temi costanti all'interno della raccolta Ossi di seppia ossia il confine, il limite che deve essere varcato… ma, a questo riguardo, parleremo più approfonditamente di seguito; ora passiamo alla poesia.
L'opera si apre con un comando, un ordine, Godi, che il poeta rivolge a un tu non meglio specificato che è tuttavia facile da identificare con il lettore. Ma il godere dipende da una causa esterna al lettore e al poeta, il godere dipende da un agente che Montale identifica col vento, vento che rimena l'ondata della vita, che quindi anima la stasi del pomario con la vita stessa; non ci è possibile godere senza il dono che il vento ci porta, non ci è possibile godere se un agente esterno non ce lo concede. Qui arriviamo a un punto fondamentale all'interno di tutta la poetica montaliana: il godere, o come verrà indicato in una poesia successiva il miracolo, ci è concesso e noi dobbiamo quindi afferrarlo, vederlo, trovarlo. Il vento in questo caso ci concede il tutto, un vento che animando la cresta degli alberi ci viene descritto come il commuoversi dell'eterno grembo, come moto stesso di una realtà superiore ma non divina, una realtà interna al nostro mondo. Eppure a questo punto il poeta introduce un nuovo elemento, un elemento che diventerà una costante all'interno di Montale; un muro, un limite al di là del quale al poeta non è concesso di vedere, ora perché al di sopra ci sono di cocci di bottiglia ora per un altro motivo, ma al di là del quale noi lettori dobbiamo andare poiché questo ostacolo ci impedisce di raggiungere la verità. Ecco allora che il muro presto si muta e diviene una rete, una rete nella quale siamo imprigionati, una rete fatta di apparenze di illusioni fallaci da cui dobbiamo essere in grado di liberarci; ed è proprio dall'interno di questa rete che sentiamo arrivare un'ultimo comando da parte di Montale, quello di cercare una maglia rotta, una via di fuga dai simulacri che ci ingannano e raggiungere finalmente la verità.
Questo è quello che chiede Montale, balzare al di là delle maschere, dei simulacri quando ci verrà concessa l'occasione. Lui non può farlo ma se grazie alle sue parole uno solo di noi sarà in grado di farcela per lui la sete si farà lieve, meno acre la ruggine.
Ora è giusto lasciarvi alla bellezza dei versi, buona lettura.
Godi se il vento ch’ entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
orto non era, ma reliquario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’ eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall’ erto muro.
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…