L’essere è, e non può non essere; il non essere non è, e non può essere.
Parmenide
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L’essere è, e non può non essere; il non essere non è, e non può essere.
Parmenide
In verità questo sembra il significato della parola “istante”: ciò da cui partono i cambiamenti nelle due opposte direzioni. Non è infatti dall’immobilità ancora immobile, né dal movimento ancora in moto, che c’è il mutamento; ma è questo istante dalla straordinaria natura, posto in mezzo tra movimento e immobilità, e che non è in alcun tempo, ciò verso il quale e dal quale quanto si muove muta nella quiete e quanto è fermo muta nel movimento.
Platone, Parmenide, 156 d-e
Anteprima Hyele2020 - particolare #lacittadeifilosofi #archeologia #filosofia #parmenide #velia #anticaroma #magnagrecia #lacittainfinita #paesaggiourbano #architetturafantastica https://www.instagram.com/p/CDt2Juusor9/?igshid=1ve1vtdbjp4dd
Nel percorrere le due vie: aletheia (verità) e doxa (opinione), Parmenide si rende conto di una terza via (quella percorsa dalla maggior parte dei mortali) caratterizzata dalla mescolanza di essere e non essere. Per Parmenide, infatti l'essere è (esiste) ed è per questo che possiamo pensarlo e comunicarlo, mentre il non essere non è (non esiste) e non è pensabile o comunicabile. La mescolanza si crea, ad esempio, quando gli uomini associano l'essere alla luce ed il non essere alle tenebre. Ma anche le tenebre sono una forma di essere o non sarebbero pensabile e conunicabili:
"tutto è pieno insieme di luce e di notte oscura di ambedue in giuste proporzioni, poiché, se né l’una né l’altra è presente, c’è il nulla"
[Frammento 9, poema sulla natura, Parmenide]
Parmenide. Tono serio
Con Parmenide siamo di fronte al primo esplicito negatore del divenire: le cose non divengono, che mutino di forma e di sostanza è opinione priva di verità. Dal promontorio di Elea, poco distante da Capo Palinuro, Parmenide osserva la vastità dell'orizzonte e trae la conclusione che oltre l'essere non c'è nulla, ovvero che l'essere è, il non-essere non è. Non si tratta di un indovinello, non è un trucchetto da enigmisti: l'essere trova la sua opposizione nel nulla, ma l'opporsi al nulla rende questa opposizione la più radicale e gravida di implicazioni. Che l'essere si opponga al nulla significa infatti che è impossibilitato a non essere, tutto è destinato ad esistere perché il nulla non esiste, l'argomento si sostiene da sé. La generazione, la distruzione, la nascita e la morte delle creature sono illusione, doxa, non-verità. L'essere è lo sfero perfettissimo che contiene tutto dentro di sé e nulla lascia al di fuori, è l'infinito, il puro indeterminato, perché se fosse le determinazioni, cioè le singole cose che esistono e si corrompono, allora si esporrebbe all'eventualità del non-essere, ma questo è impossibile. Da qui discenderanno poi i celebri paradossi di Zenone sull'impossibilità del movimento e la natura infinita della realtà contro l'apparenza del divenire. Nulla si muove, tutto è immutabile, lo stesso Achille non raggiungerà mai la tartaruga, mentre la freccia scoccata è un insieme di istanti immobili, fotogrammi, che si susseguono e si moltiplicano all'infinito, ma come può l'istante immobile generare il movimento? Il divenire è questa illusione che tutto si muova quando in realtà tutto è fermo. Sono argomenti, questi, che daranno filo da torcere alla generazione di pensatori successivi, i quali si cimenteranno nell'impresa di giustificare il movimento alla luce dell'evidenza dell'essere immutabile, tenendo impegnati filosofi del calibro di Aristotele e di Platone, che ancora oggi non se ne spegne il riverbero: “Non si potrà mai fare che siano le cose che non sono", "Non costringerai a esistere ciò che non esiste.”
[anche su fmentis.blogspot.com]
L’ammiraglio dei pirati
Forse avrete letto su qualche trafiletto di giornale la notizia della morte di Emanuele Severino. Ma la notizia è stata data in modo incompleto. Nell’annunciare la sua presunta morte, i giornalisti avrebbero dovuto anche spiegare che Emanuele Severino è colui che ci ha insegnato che la morte è un assurdo logico. In che senso? Posto che l’essere sia e il non-essere non sia, l’uno non può in alcun modo diventare l’altro. Dunque i cambiamenti non riguardano mai l’esistenza reale, ma soltanto la percezione che ne abbiamo. Ogni cosa che esista è per definizione eterna. Di questa tesi un po’ controintuitiva sentii parlare per la prima volta a un’età forse troppo precoce, sedici anni. Durante il primo anno di filosofia, conclusa la trattazione di Parmenide, il professore aveva aggiunto: “C’è anche chi pensa che con Parmenide la filosofia sia finita, e che ogni teoria formulata dopo di lui non abbia fondamento. È la tesi di Emanuele Severino nell’Essenza del Nichilismo”. Quelle parole mi folgorarono. Sapete come sono i maschi a sedici anni, un miscuglio di pigrizia e impulsività. Pigro e impulsivo com’ero, rimasi deliziato dall’idea che quel grande inizio della metafisica, con Parmenide che ne enunciava il principio fondante (l’essere non può non essere), fosse anche il suo gran finale. Il fatto che tutte le filosofie successive fossero solo una pantomima, divertente ma sconnessa dalla realtà delle cose come stavano, mi dava un’arma segreta per liquidare in fretta e furia ogni ulteriore seccatura e per risparmiarmi un sacco di fatiche.
In realtà, com’è noto, Severino non era rimasto a Parmenide, ma ci era ritornato. (Ritornare a Parmenide si chiamava il saggio del ‘64 per cui sarebbe stato cacciato dall’Università Cattolica). E ci era ritornato coi mezzi di trasporto pubblico del pensiero moderno. I suoi studi giovanili e la sua tesi erano stati incentrati sulla fenomenologia, in particolare su Heidegger che ne era stato il massimo campione. "Fenomenologia”, ovvero? Nella prima metà del ‘900, di fronte all’avanzata tumultuosa delle scienze matematiche, la filosofia aveva tentato di darsi nuove basi oggettive e di arrivare a nuove conclusioni certe esaminando le cose non come fatti esterni alla mente (sport in cui le scienze matematiche erano insuperabili) ma come processi interni alla mente stessa, tra i quali la stessa conoscenza scientifica veniva annoverata. Per dirla con Schopenhauer, “Non conosco il sole e la terra, ma un occhio che vede il sole e una mano che tocca la terra”. Ma è proprio su basi fenomenologiche, è proprio analizzando le cose come processi della mente soggettiva, che Severino ha potuto riaprire l’antica ferita di Parmenide. “Divenire” infatti è una categoria che non rispecchia fedelmente il susseguirsi in sequenza delle nostre immagini mentali. Quando ci sembra che “il legno diventi la cenere”, quello che la nostra mente ha concepito di fatto è un legno che smette di esistere e una cenere che esce dal nulla. Il che, nella realtà, è impossibile. Quella fuga e quella chiusura gelosa nella mente individuale, tipiche della filosofia moderna (e potrei dire borghese), con Severino hanno partorito daccapo il più potente, arcaico (e forse aristocratico) dei princìpi assoluti: l’Essere che non può non essere.
Ma mi illudevo, da adolescente, credendo che quel principio sarebbe stato un’arma difensiva. Certo, lì per lì funzionava molto bene. Il nichilismo tra i miei coetanei andava di moda più delle All Star, e l’Essenza del Nichilismo mi aiutava a non cascarci. Ogni volta che durante una serata quelli partivano con “tutto è relativo”, “siamo solo corpi meccanici”, “viviamo solo per il sesso”, “non vedo l’ora di morire”, voilà che Severino e l’illusorietà del divenire mi facevano da antidoto. In questo, senza saperlo, scimmiottavo il Severino maturo, che compiendo il passo successivo si era chiesto: “Perché allora le cose ci appaiono transitorie e non eterne?” E il motivo, per lui, era che nell’uomo è innata una volontà di dominio sulle cose, che quindi egli si raffigura come corpi circoscritti, descrivibili, misurabili, e a quel punto dominabili. “Corpi meccanici”, “viviamo per il sesso” e tutto il repertorio dell’adolescente depresso non erano altro che il menù baby del riduzionismo finalizzato al dominio.
Ma torniamo a noi: ogni cosa rassicurante, prima o poi, diventa opprimente. Con Severino ciò avvenne negli anni dell’università. Era diventato un’ossessione, un ostacolo che dovevo superare se volevo fregiarmi di esprimere un pensiero indipendente.
Era stato Kant a paragonare la filosofia alla navigazione in un mare nebbioso. Bene, Severino era il capo dei pirati. Il suo vessillo nero spuntava minaccioso dalla nebbia, e con poche cannonate lui ti colava a picco. Di fronte a quel micidiale bandito avevi due possibilità: scappare in lacrime e non attraversare quel mare, oppure provare a sloggiarlo.
La scelta più comune è sempre stata la prima. “Non è vero che il divenire è solo illusione non ci vedo non ci sento blablablablabla continuo a fare finta di niente” è stata la reazione standard. Utile per omologarsi al pensiero dominante, ottima per riscuotere successo in una società di passerine arrossate, eccellente per lucrare finanziamenti accademici. Ma fatale per qualunque seria ricerca filosofica. No, Severino andava affrontato e smentito, o come minimo integrato. Ancora oggi, quando concludo il corso di filosofia del 5° anno di liceo, riservo le ultime due lezioni a Severino e a Lévinas, l’altro corsaro suo rivale. Gli studenti devono sapere che, se vogliono fregiarsi di avere un pensiero indipendente e fondato, devono prima essersi confrontati con entrambi.
In più occasioni mi sono messo in testa di contattare il Pirata in persona. Buttavo giù piccoli scritti di metafisica immaginando lui come destinatario, almanaccavo corposi trattati dedicati a lui di cui poi non scrivevo neanche il sommario, sognavo di sottoporgli dal vivo anche solo un bigliettino con un elenco di brevi proposizioni. Ma erano, appunto, solo sogni. Nel 2015 mi è capitato persino di trascinare alcuni studenti ad un convegno alla Lateranense, dove Severino era l’ospite d’onore. Solo per scoprire, delusi, che si era sentito male e non si era mosso da Brescia.
L’incontro faccia a faccia, insomma, non c’è mai stato. Ma la sua presenza l’ho comunque sentita. E scommetto che questa sensazione non si interromperà con la morte. Da vero ammiraglio dei pirati, Severino avrà seconde e terze vite al timone della sua nave fantasma, sarà zombi o mostro marino a seconda delle fasi lunari. Continuerà a infestare le acque del pensiero occidentale, scoraggiando i marinai. Alcuni cambieranno rotta, cercandosi porti più piccoli e sicuri. Altri naufragheranno. Altri ancora passeranno indenni. Ma nessuno potrà fare a meno di raccontare la sua leggenda.
Ananke - il destino
“Secondo Parmenide, l’essere stesso è avvolto dai «vincoli della corda» della «possente Ananke». E nella visione platonica, appare una immensa luce «legata al cielo come i canapi che fasciano le chiglie delle triremi, abbracciandone così l’intera circonferenza». In ogni caso essenziale è il vincolo.”
Roberto Calasso “Le Nozze di Cadmo e Armonia”