Questo dei dettagli (il fatto del dio delle piccole cose) è una caratteristica psicolinguistica che faccio osservare ai miei alunni ogni volta che illustro l'uso spagnolo e italiano dell'imperfetto dell'indicativo. Una coppia di amici, uomo-donna, vanno a casa di conoscenti per la prima volta. Se chiedi a lui come è andata la serata ti risponderà una cosa tipo: “Bene, sono simpatici. Ci siamo divertiti…” Se chiedi a lei… “Hanno una bella casa. C'era anche il loro cane che aveva un po’ di febbre. Le pareti erano piene di quadri. Però sugli scaffali avevano pochi libri (e anche un filo di polvere, in verità). Quando siamo arrivati, c'era già la tavola imbandita. Con gusto, ma senza ostentazione… E le candele erano accese…” E così via descrivendo e descrivendo, prima di farci sapere come è andata. Insomma le donne, come fanno molti scrittori di professione, descrivono la scena e fanno un largo uso dell'imperfetto per preparare l'azione (come nelle favole, in cui c'era una volta una bambina che faceva questo è quello, aveva quello è questo, vestiva in un certo modo e poi all'improvviso arrivò il lupo, la strega o il principe dei suoi sogni); gli uomini vanno al sodo, non offrono (e forse nemmeno ricordano) dettagli e finiscono per raccontare presto fatti e misfatti, usando direttamente il passato prossimo o il passato remoto e rifuggendo dall'imperfetto dell'indicativo ("Cappuccetto Rosso non sentì i consigli della mamma e così lei e la nonna furono mangiate dal lupo e salvate da un cacciatore").
Gaetano Aitan Vergara















