“ Non mi piace fare teoria ma credo che una tecnologia si sviluppa e si afferma solo se incarna un contenuto capace di suscitare un desiderio. Senza questa laica trinità (tecnologia, contenuto, desiderio) nessun nuovo medium, nessun nuovo strumento o linguaggio può imporsi. Ogni tecnologia per essere accettata (e cioè seguita, ambita, anche solo acquistata) deve dimostrare di avere un contenuto che a me – a me cittadino, potenziale fruitore – risulta attraente e in qualche modo irrinunciabile. Deve essere in grado, cioè, di alimentare un mio desiderio, convincendomi a cambiare un comportamento. Il caso della radio è emblematico in un momento particolare della sua storia. A metà degli anni Cinquanta commercializzano il transistor, questa geniale invenzione (che valse a tre fisici americani il meritatissimo premio Nobel per la Fisica nel 1956) che elimina le valvole e consente di ridurre prodigiosamente le dimensioni dell’apparecchio. La radio può miniaturizzarsi e diventa portatile; può smettere di essere qualcosa di immobile e familiare, insediato negli spazi centrali della casa (e che per questo doveva adottare un linguaggio generalista e plurigenerazionale capace di richiamare e radunare tutti), per trasformarsi in qualcosa di personale, che può stare nella mia stanza. Ma perché io devo desiderare una mia piccola radio personale, diversa da quella dei miei genitori, da ascoltare da solo nella mia cameretta? Il caso vuole che nello stesso giro di anni si affermasse un linguaggio, musicale e molto più che musicale, che alimentava proprio il desiderio delle generazioni di definirsi per differenza, ossia il rock’n’roll. La prima radio a transistor viene messa in vendita il 18 ottobre del 1954, Rock Around the Clock era stata incisa poco meno di sei mesi prima. Ecco perché desidero la mia radio, per ascoltare una musica diversa da quella dei miei genitori! Per non dire una cosa alla lunga più importante: non c’è più bisogno del filo elettrico per ascoltare la radio, che così può portare informazioni e suoni davvero ovunque, realizzando quel destino wireless che era già contenuto nell’intuizione di Marconi, come ha fatto notare Riccardo Chiaberge.
Nasce anche una nuova industria e anche in questo caso accade qualcosa di istruttivo dal punto di vista della cultura industriale. Gli americani lanciano le prime radio a transistor ma poi fermano la produzione, forse per non danneggiare le grandi industrie che vendevano le valvole e le vecchie radio. Allora a commercializzare le radio a transistor in America arriva una azienda giapponese, la Tsushin Kogyo, ma il nome del marchio era impronunciabile per gli americani. Quindi i giapponesi inventano un nome nuovo e facile: Sony. Del resto c’è un film di Spielberg, 1941 Allarme a Hollywood, in cui si immagina che i giapponesi razziano la West Coast (era l’incubo americano durante la guerra nel Pacifico: il film ironicamente finge che si sia realizzato) e al momento di trascinare la grande radio d’anteguerra sul piccolo sommergibile si accorgono che non c’entra e lanciano la maledizione: «bisognerebbe inventarle più piccole». Una specie di intuizione «post-datata». Vedi quante cose insegna sulla storia materiale e dell’immaginario la vita della radio? “
Marino Sinibaldi, Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, a cura di Giorgio Zanchini, Laterza (collana Saggi tascabili), 1ª edizione 2014. [Libro elettronico]