Più passa il tempo e più mi stanco a morte di fare tutto, mi stanco anche di alzarmi dal letto di notte per andare a fare pipì. “Quasi quasi torno al vasino” è quello che ho pensato la notte scorsa mentre mi avviavo verso il bagno ormai battuto dalla vescica. Arrivo in bagno, mi siedo sul water (quando mi alzo dal letto non riesco a farla in piedi) e piscio. Sto ancora mezzo dormendo, quando capisco che la fitta ai reni che mi ha costretto ad alzarmi dal letto non va via con la pipì. Alzo la testa verso lo specchio e in un attimo capisco cosa sta succedendo. Io lo so perchè già mi è successo in passato, a voi spero non accada mai nella vita, perchè questa cosa che mi sta per succedere è una delle cose più dolorose che può capitare ad un essere umano: LA COLICA RENALE. Si presenta così, con uno stimolo per andare al bagno, che non va via, e poi aumenta, aumenta e aumenta. Il dolore è provocato da un calcolo, ossia una pietruzza, che si muove nei cunicoli del rene urtando e graffiando le pareti interne. E’ come se un bambino molesto stesse giocando a Sapientino col mio rene, infilandomi gli spinotti completamente a cazzo. Comunque a me viene in mente quello che dice il mio amico sciamanico Fabio, che dice che le malattie sono solo frutto dell’inconscio e dei mass media. Quindi mi convinco che le coliche renali sono solo un’invenzione del capitale e me ne ritorno a letto indifferente. Passano 5 minuti e sto urlando come un pazzo dal dolore: “CAPITALISTI BASTARDIIIIII”. Spero così di attirare l’attenzione dei miei coinquilini, ma le mie urla non sortiscono effetto. Allora prendo una penna che ho sul comodino e la stringo forte tra i denti tipo Rambo quando lo sparano, poi faccio uno sforzo incredibile per alzarmi dal letto e trascinarmi nel corridoio. Apro le porte dei miei coinquilini senza bussare e le trovo entrambe vuote. Maledico la rivoluzione sessuale del ‘68 e me ne vado in cucina. Mi siedo su una sedia, il dolore è insopportabile e valuto tre possibilità: buttarmi dalla finestra e farla finita con questa storia, oppure chiamare un’ambulanza, o andare all’ospedale a piedi. Se avessi visto il Napoli vincere uno scudetto o una Champions sarei senz’altro andato per la prima possibilità, invece Britos e Inler me la fanno escludere. Il problema dell’ambulanza invece è che non mi ricordo mai se il numero è 112, 113, o 114, e io che sono un timido di quelli che non hanno manco il coraggio di chiedere l’orario agli sconosciuti, penso che sarebbe troppo imbarazzante sbagliare numero, e poi siamo in Italia e le ambulanze arrivano dopo un’ ora e il pronto soccorso alla fine sta a 100 metri da casa mia. Quindi torno in versione Rambo ferito, mi infilo i jeans, mi metto le uniche scarpe che riesco a infilare già allacciate, che sono delle scarpe rosa comprate anni fa chissà per quale assurdo motivo e che non ho mai usato, infine prendo il primo maglione che trovo, che è un maglione peruviano (o peruano) col cappuccio da elfo e con trame colorate improponibili. Esco da casa, mi butto in ascensore e improvvisamente parte un conato di vomito, di quelli che sai che hai al massimo cinque secondi e infatti passano quattro secondi e vomito, violentemente, all’in piedi. Il getto ha un raggio di 160°, grado più grado meno, il che vuol dire che i miei jeans vengono ricoperti di macchie violacee di Chianti del Carrefour in offerta e pezzetti di fettine sceltissime di manzo adulto, sempre in offerta. L’immagine non è delle più luminose della settimana, ma il sollievo che mi provoca il vomito è qualcosa di divino. Nel tunnel di dolore della colica il vomito mi fa rivedere la luce, passano dieci secondi in cui non provo dolore, sorrido anche se già sento sopravvenire il bambino infame, costante come prima a infilare i suoi spinotti nel mio indifeso rene. Ho giusto il tempo di rientrare nel tunnel, che l’ascensore arriva al piano terra, apro la porta e mi trovo di faccia la polacca che fa le pulizie nel palazzo, che mi guarda schifata e dice qualcosa tipo “Paravnosky”, io faccio la faccia più sofferente che riesco a fare e le rispondo timidamente “Mi dispiace” e scappo fuori dal portone pulendomi la barba col maglione peruano (o peruviano).
Ora nelle mie affrettate valutazioni non avevo calcolato due cose: la prima è che l’ospedale non sta a 100 metri da casa, ma ad almeno un chilometro e poi che a Roma c’è il nubifragio. Ma ormai non posso tornare indietro, non potrei mai riaffrontare lo sguardo schifato della polacca e rischiare di sbagliare il numero dell’ambulanza. E poi ormai sono Rambo e Rambo non torna mai indietro.
Dopo venti minuti sono al vetro dell’accettazione del pronto soccorso dell’ospedale Madre Giuseppina Vannini di Torpignattara, piegato in due dal dolore, con un maglione scandaloso inzuppato d’acqua, la zip aperta che fa intravedere la maglia che uso per pigiama di Snoopy che abbraccia il pianeta terra e sotto la scritta “l’amicizia non conosce distanze”, dei jeans maculati di viola e con bassorilievi in carne, delle scarpe rosa e cosa di cui mi ricordo solo ora che mi rifletto nel vetro, una cresta punk violentissima che mi sono fatto fare ieri dai miei coinquilini (che ora staranno dormendo nel letto di chissà quale fica bisessuale incontrata ieri sera al Fanfulla, proprio mentre io me ne tornavo a casa perchè mi ero stancato di assistere allo sfacelo umano del sabato sera al Fanfulla). Comunque il tizio dal vetro mi guarda e già ha deciso che sono un tossico a rota e quando gli dico le parole “colica” e “renale”, fa una faccia sorpresa e gli esce anche un sorrisetto di compassione, come se stesse pensando: “ma guarda un po’, forse dovrei avere meno pregiudizi e osservare di più la realtà che mi circonda. Come ho giudicato male questo povero e innocente ragazzo punk!”. Comunque questo evento apparentemente irrilevante si rivela decisivo, in quanto il tipo, mangiato dal senso di colpa, mi da il codice giallo e poi, sempre col suo sorrisetto, mi dice che il codice rosso si da solo a chi sta morendo. Io intanto penso che vorrei avere proprio un bel codice rosso, non tanto per essere curato prima, ma perchè, se effettivamente stessi morendo, sarebbe meglio, malgrado non possa vedere il Napoli vincere lo scudetto. Comunque mi siedo su una sedia in sala d’attesa e soffro, soffro talmente tanto che non riesco a trattenere le urla, così in pochi minuti divento l’attrazione della sala. Tutti mi guardano urlare e bestemmiare tutti i santi che non esistono e piangere come un cane di quelli brutti e sporchi. Questo siparietto attira finalmente l’attenzione di un infermiere che mi prende sotto braccio e mi accompagna in ambulatorio. Qui trovo il medico, un baffone coi capelli lunghi e bianchi e degli occhiali da serial killer o da hipster, che mi porge un bicchierino di plastica e indicandomi un separè mi dice: “Falla qui dentro”. E qui sorge un mio grossissimo problema: per me pisciare in un luogo pubblico è praticamente un’impresa, il problema più grande è quando c’è una fila e so che qualcuno sta aspettando che finisco. Ecco, in quel momento mi capita spesso di cacciare il pisello, fare il tipo indifferente per una ventina di secondi, in cui non succede niente e poi inizio a pensare che qualcuno fuori la porta starà pensando “Ma che sta facendo questo? Quanto ci mette per pisciare? Ma poi non sento schizzi! Vuoi vedere che questo è uno di quelli che non riesce a pisciare quando c’è qualcuno che lo aspetta?!”. A quel punto è finita, so che non riuscirò mai a pisciare nonostante la vescica stia per esplodere, tiro su la zip e scarico, esco e per non destare sospetti mi lavo anche le mani (cosa che non faccio mai quando piscio veramente). Ma ora la situazione è di vita o di morte, vado convinto dietro il separè, so che non posso farmi prendere dalla paranoia in un momento così tragico e sono sicuro che il mio corpo stia pensando la stessa cosa. Quindi mi sbottono, caccio fuori il pisello e… Niente cazzo! Passano venti secondi di niente e poi comincio a pensare al baffone che fa un’occhiata all’infermiere, l’infermiere che fa un sorrisetto maligno e lì è finita, faccio passare altri 30 secondi in cui cerco una scusa valida, poi esco col bicchiere vuoto e dico: “Il dolore ha coinvolto gli addominali e quindi non riesco fare pipì”. Il medico baffone mi fa lo stesso sguardo che mi fece la professoressa Picone quando le dissi che non avevo portato la versione perchè si era bucata la cartella e mi era caduta per strada. Comunque poi mi dice di sdraiarmi sul lettino e io mi sdraio, mi chiede se è la prima volta che mi succede e io gli dico di no ma che non mi ricordavo che fosse così doloroso, poi mi chiede se è il rene sinistro e io gli dico che no è quello destro. A quel punto si volta verso l’infermiere e dice una sola parola: “TORADOL”. E se ne va.
Rimango solo con l’infermiere, che è un cinquantenne con i capelli a spazzola ingellati e l’orecchino, che mi dice di chiamarsi Bruno e che lui lo sa cosa sono le coliche renali, non perchè le ha viste ai pazienti, ma perchè ce le ha avute pure lui. Bruno è gentilissimo con me, mi chiede se per piacere posso levarmi il maglione peruviano, così che lui possa infilarmi un ago nella vena, io gli regalo il braccio con piacere. Bruno inserisce l’ago e lo attacca a una flebo di Toradol, poi mi dice: “Resta qua che te vado a recuperà na barela”. Rimango da solo per almeno cinque minuti, in cui verifico che questo che le fitte sono ancora più forti e che il Toradol non serve a un cazzo di niente, quindi inizio a ricordare tutti quei bei reportage della Gabanelli sulla Sanità italiana. Quindi faccio l’unica cosa che posso fare: urlo. Chiedo aiuto piangendo come una checca ballerina a cui hanno rubato il tutù e per la seconda volta questa strategia funziona. Bruno arriva correndo con una barella, mi fa salire su e poi di corsa mi porta nel corridoio, percorriamo dieci metri, poi Bruno mi parcheggia in mezzo ad altre barelle parcheggiate a cazzo nel corridoio. Ecco una foto del mio braccio con Bruno sullo sfondo:
Bruno mi da una bacinella per vomitare quasi pulita e una coperta che mi rimbocca amorevolmente, dunque, se ne va, ma io lo fermo con un braccio e gli chiedo piangendo: “Bruno dove vai ora? Dove sta il dottore? Come mi guarirete?”. Bruno indica la flebo sulla mia testa e dice solo una parola: “TORADOL”. Io lo guardo spaventato e gli dico che questa cosa non serve a niente e che ho bisogno di qualcosa di potente subito o che mi diano l’iniezione letale a questo punto. Bruno allora si guarda intorno, vede che non c’è nessun medico nei paraggi e gira la rotella della flebo a palla. Le gocce iniziano a scorrere velocissime e la boccetta sembra svuotarsi a vista d’occhio, ma io continuo a pensare che questo Toradol sia acqua fresca per il bambino diabolico che ormai ha smesso di giocare a Sapientino e mi sta prendendo il rene a calci e sputi.
Bruno se n’è andato, io sono solo a dimenarmi sulla barella a urlare e a piangere svegliando tutti i pakistani alcolizzati che animano il corridoio del Madre Giuseppina Vannini, che mi urlano qualche parola pakistana tipo “PARNOJABI”. Ormai neanche più la strategia della checca ballerina funziona e mi ritorna in mente la Gabanelli, maledico Rosy Bindi e tutti i ministri della Sanità degli anni ‘80 in poi, maledico anche i mass media e il capitalismo, con attenzione particolare nei confronti dell’industria farmaceutica e nello specifico del Toradol di merda.
Sono contratto in posizione a uovo alla coque quando stremato dal dolore guardo verso l’alto e vedo questo:
"GESU’, confido in te!". Lo dico ad alta voce e il mio tono non è ironico. Poi penso che Gesù, però, forse non ha il potere di farmi morire e mandarmi all’inferno (che sicuramente è molto meglio delle coliche renali). Alla fine capisco che con Gesù non attacca la psicologia inversa e allora provo l’ultima strategia che mi rimane: la resistenza passiva. Fisso Gesù mentre il dolore mi dilania e mando via ogni tipo di pensiero, finchè riesco a non pensare a niente, mentre succede questo comincio a sentire un canto, di quelli religiosi tipo questo:
http://www.youtube.com/watch?v=aRwhkBAeheM
Poi si apre la porta in fondo al corridoio e compare una schiera di donne, sono vestite di bianco, sono tutte di nazionalità diversa e mi sorridono da lontano. Mi viene in mente la descrizione di Dante del cerchio dei Beati che lessi in terzo liceo e del fatto che pensassi quanto mi sarei rotto le palle a passare l’eternità a cantare con gli angeli. Ma evidentemente Dante aveva omesso un dettaglio fondamentale: Gli angeli sono femmine di diverse nazionalità che ti sorridono! Gli angeli vengono verso di me e io sono pronto a concedermi a loro, allargo le braccia in segno di pace ma gli angeli non si fermano alla mia barella e procedono lungo il corridoio. Guardo la schiera passare e vorrei dire “Sono qua, portatemi con voi” ma qualcosa mi dice che è meglio che mi sto zitto. In coda alla schiera vedo Bruno, che segue gli angeli con la testa bassa. Esclamo: “Bruno! Ma dove state andando?” Bruno mi risponde: “Nnamo a fa ‘a messa, è domenica!”. In un attimo capisco che l’ospedale in cui sono è uno di quegli ospedali romani comandati dal Vaticano e che dunque quegli angeli sono delle normalissime suore multietniche. Riguardo Gesù e noto che sta sorridendo, sorrido anche io, effettivamente ci avevo quasi creduto. Comunque mentre ragiono, mi rendo conto che il dolore è più lieve di prima, che il bambino si sta stancando di giocare e che posso anche lasciare la scomodissima posizione a uovo alla coque. Guardo la flebo ed è vuota.
In pochi minuti la fitta va via e io mi sento come quando quella volta a Ischia mio cugino Simone mi stava affogando e io riuscii a liberarmi e a riprendere aria. Mi sento bene, ma bene bene. Anzi, mi sento meglio di prima! Improvvisamente la barella diventa il più soffice dei giacigli, la coperta il ristoro ancestrale e protettore, il vomito la fragranza dei vigneti toscani. Arrivo addirittura a pensare che dovrei dare qualche possibilità a queste scarpe rosa che ora spuntano dalla coperta. Di colpo mi viene un sonno di quelli che sei contento e ti bei del fatto che tra poco dormirai. Mi calo il cappuccio del maglione peruano fino al naso e mentre mi addormento chiedo scusa a tutti: alla rivoluzione sessuale del ‘68, ai santi che non esistono, al Fanfulla, agli hipster, alla professoressa Picone, a Britos & Inler, a quelli che stanno in fila al cesso dietro di me, a Rosy Bindi, ai mass media, al capitalismo, alle case farmaceutiche e al fantastico, magico, unico, inimitabile TORADOL.