Nel ricostruire, insomma, una storia di valori reali, com'è quella del Serodine, come non rievocare, intendo, il quadro delle occasioni palesemente mancate e che perciò, meglio delle poche favorevoli, significano in tutte lettere il destino e la condizione reale di un uomo e ne riflettono fors'anche l'umor prevalente?
Roberto Longhi, "Giovanni Serodine" (1950), in Id., Da Cimabue a Morandi, a c. di G. Contini, Mondadori, Milano 1982, pp. 894-921, qui p. 897.










