Guardare il lato storto delle cose. Ma con molto amore e ironia.
di Enrico Fornaroli
Io e Francesca Ghermandi siamo andati a scuola insieme. Niente elementari, medie o scuole superiori però, bensì un corso di fumetto a Bologna nei lontani anni Ottanta. Per la precisione il 1983. Era il Centro di Applicazione “Zio Feininger” – Scuola del fumetto e delle arti grafiche italiane. Un nome un po’ altisonante, ma che risultò ben superiore alle aspettative, perché i docenti erano Lorenzo Mattotti, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Igort, Daniele Brolli, ovvero il gruppo Valvoline Motorcomics al completo, e Andrea Pazienza. Che dire, il meglio del fumetto di ricerca di quegli anni concentrato in un unico spazio laboratoriale. E l’esperimento funzionò, perché da quell’esperienza didattica di pochi anni uscirono alcuni degli autori della generazione successiva, pronti a rinnovare con le proprie storie il fumetto degli anni a venire.
Io preferii dedicarmi alla ricerca teoria, sempre nell’ambito del fumetto, mentre Francesca mostrò la stoffa di cui era fatta, sin dalle prime tavole disegnate per il quotidiano Reporter (su testi di Massimo Semerano), sfoggiando uno stile già inconfondibile. Una plastica ligne claire, impreziosita dal retino, che evocava Yves Chaland e Daniel Torres, mentre la lezione del folle genio di Tex Avery si incarnava nelle strisce di Hiwata Pete e nel mix splatter/cartoon delle tavole di Helter Skelter.
Era iniziato un cammino che le avrebbe permesso di coltivare la sua passione per il disegno, di esplorare i mondi creati nelle sue storie raccontate, di non accontentarsi mai dei traguardi raggiunti, di non percorrere strade già battute, ma di adattare ogni volta il segno alle storie. Un esercizio fatto di un grande, sconfinato amore per il dettaglio e di un intenso lavoro compiuto striscia dopo striscia, tavola dopo tavola, affezionandosi ad autori che ogni volta le cambiano la vita. I primi, cronologicamente, sono Chester Gould, Floyd Gottfredson, Carl Barks, George McManus, poi arriveranno Magnus, Daniel Clows, Charles Burns… Ma sopra tutti rimarrà Andrea Pazienza, vero imperituro nume tutelare.
Ed è mediante il medesimo gusto per il grottesco, la stessa disarmante ironia, che Francesca ama raccontare la realtà, anche straziante e senza speranza, attraverso la lente deformante della comicità. Una realtà filtrata e rielaborata dalla memoria. A volte acida e provocante, ma sempre liberatoria. Questo anche quando, negli anni Ottanta e Novanta, i suoi disegni si caratterizzavano per una pulizia assoluta, dove la precisione chirurgica del pennarello, senza sfumature o chiaroschuri, incideva la pagina bianca. Poi le atmosfere si sono incupite, le storie e i personaggi sono diventati più inquietanti, le ambientazioni sempre più opprimenti e claustrofobiche.
Penso a Suburbia, storie di un’umanità emarginata in una baraccopoli ai confini di una grande città, oppure alle due splendide graphic novel, Grenuord e Cronache dalla Palude, in cui le inquietudini di un’umanità alla deriva ci narrano di una dolente quotidianità dal sapore agrodolce. E allora Francesca ha compreso l’importanza delle ombre; e le ombre l’hanno portata a usare la penna biro, pastosa, morbida, sinuosa (in Grenuord), oppure il pennello, nervoso, invadente, vibrante (in Cronache dalla palude).
Perché in Francesca Ghermandi il segno influenza sempre il tono della storia. La forma è sempre contenuto. Anche quando racconta realtà suburbane popolate da un’umanità derelitta e stravagante:
“È una scelta che deriva forse da un certo sguardo malinconico padano, l’abitudine di guardare sempre il lato storto delle cose. Ma con molto amore e ironia”.