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Rivendico il diritto di essere una donna libera. Dopo l’assoluzione di Berlusconi, Boccassini,Iafrate, Ruby, dove sta la vera libertà?
Milano 21 Luglio – Quando si potrà dire con la forza di oggi che nella libertà c’è dignità? E quando la donna riuscirà a rispettare l’autodeterminazione di un’altra donna senza giudicare, senza catalogare, senza accusare in nome di una dignità che diventa discriminazione di comodo, per dire io sono perbene e tu no, per affermare un moralismo peloso che è di facciata, che s’impone in un costume liberalizzato in cui conta l’individuo e la sua etica a cui rispondere con la propria verità? E dove sta la libertà nel pregiudizio, nella condanna a priori? Parliamo dell’universo femminile che ha ruotato intorno al Rubygate.
Ad esempio ricordiamo il movimento antiberlusconiano, nato per indicare in Ruby e nelle Olgettine tutto il male possibile. Il 13 febbraio 2011 scesero in piazza quasi un milione di donne al grido”giù le mani dalla nostra dignità” per segnalare il degrado dell’immagine femminile prodotto dal loro comportamento, ma era, proprio alla luce dell’assoluzione di Berlusconi, un tentativo plateale di colpire lo stesso Berlusconi e una stupida e sterile contrapposizione tra donne moralmente ineccepibili e donne, per così dire, di malaffare, dimenticando, per uno scopo tutto strumentale, tutte le lotte per la libertà sessuale e per liberare il corpo dai pregiudizi di allora. Sembrava, questa sinistra in piazza, un’accozzaglia di suore di clausura in gita turistica, schiava di un pregiudizio che non ha fatto onore all’intelligenza e all’onestà intellettuale.
La verità di Ruby è stato il bisogno, la mitomania, l’ambizione, paradossalmente, nonostante la furbizia, l’immaturità. Peccati veniali, se si considerano lo scempio e il fango di quattro anni di gogna mediatica. Perché la causa di tanto accanimento “non sussiste”, non c’è mai stata. E adesso?
Giorgia Iafrati, splendida figura di libertà e di verità, solare, per niente intimorita dall’incalzare della Boccassini, sicura e consapevole. Ha liquidato le insistenti e maliziose domande con una risposta inequivocabile e lapidaria “Ho agito nell’interesse della minore.”
E infine Ilda Boccassini, capelli rossi nel ricordo di una spavalderia di conquiste personali impallidita dall’età, le labbra all’ingiù, quasi una smorfia perenne di disgusto, la voce petulante e monocorde, il passo sicuro da leonessa nel suo tribunale immaginario che non conosce sconfitte. Eppure nella sua favola di magistrato invincibile, un domatore l’ha bacchettata fino a farla sanguinare, rendendo ridicoli la sua baldanza e il suo orgoglio. Non è dato sapere se, dopo la sconfitta (ma proprio con l’odiato Berlusconi doveva capitare?) la sempre più rossa Ilda abbia fatto qualche riflessione, ma le domande sono davvero tante: perché tanti pregiudizi nei confronti di Berlusconi? Perché sprecare tempo e carriera nella rincorsa di un unico scopo: condannare Berlusconi? Perché rinnegare la propria libertà intellettuale per vedere annientato Berlusconi? Sono domande che, dopo l’assoluzione, l’uomo comune si pone. Senza voler offendere nessuno, naturalmente.
Nene










