Più della definizione da vocabolario, trovo interessante l’uso del termine “semicolti” che fa il vecchio Gianfranco La Grassa. Il semicolto non è tanto quello che ha ricevuto un’istruzione insufficiente, ma è piuttosto quello che ha ricevuto l’istruzione reputata più che sufficiente nella società della scolarizzazione universale. L’immagine dell’abietto scrittorucolo evocata da La Grassa, con evidente riferimento a Saviano ma, se vogliamo, anche a Michela Murgia, Gramellini et similia, è perfetta per tematizzare il fenomeno: il ruolo di queste figure è custodire le colonne d’Ercole della media borghesia, il limite della pozzanghera oltre la quale ci sono i draghi dell’autenticamente significativo, e dunque incomprensibile all’uomo che se ne va sicuro, squadrato nella sua completezza di restrizioni e miopie. Nella pozza sorvegliata dagli intellettuali in armi sguazzano tranquilli i semicolti. Il semicolto è ciò che accade quando si centrifuga un essere umano piuttosto ottuso, ma non tanto da meritarsi una diagnosi di ritardo, attraverso la macchina foucaultiana di disciplina che è la scuola-università. Ne emerge un’entità contraddittoria, a cui hanno dato gli strumenti per dire qualcosa senza che abbia, né possa mai avere, nulla di interessante da dire. Così come la riproducibilità tecnica di Benjamin è una formidabile minaccia al concetto di arte nella modernità, così l’istruzione di massa permette la riproducibilità intellettuale degli esseri umani, tanto che un semicolto è quasi del tutto indistinguibile dall’altro. Li si riconosce soprattutto per come utilizzano categorie polverose, superate, incomplete. Se parlano di politica, è facile che si identifichino in una specie di sinistra liberal e combattano battaglie carnevalesche contro una vacua e multiforme repressione, del tutto ignari del concetto di fine della storia. Quanto all’arte, sono immancabilmente winckelmanniani (di norma senza saperlo), cianciano di piana bellezza e si sono persi la Teoria estetica di Adorno. Se disgraziatamente scrivono, di solito ti ammorbano con ipertrofie linguistiche da tardo romanticismo, indotti dal libro di testo a credere che esista un linguaggio letterario archetipico, ovviamente da usare come un marchio quando si pretende di far letteratura. Pasolini dice che la grazia dei contadini ignoranti si ritrova solo ai massimi gradi dell’intelletto. Ha ragione. Tutto quello che c’è di mezzo è greve, banale, irrilevante eppure inevitabile in quando rumore di fondo della società di massa. Sequenza di conati del significato, esoscheletri delle parole, tutte cose che sapevamo già ripetute fino alla nausea. La folla che abita al secondo piano del popolo, in cui si è persa infine la meraviglia dell’altro.








