Borgeful, she's analog, od bongo
15 ans Carton records, encore une parfaite soirée
le périscope
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NJ WEEKENDER FALL EDITION 2023
Come si scrive nelle lettere di risposta ad importanti inviti ufficiali "per impegni istituzionali precedentemente fissati, non potrò intervenire..." ecc. ecc. Mi era finora capitato raramente di non assistere ad un concerto di Novara Jazz. E' capitato però, sabato scorso, per la coincidenza con un concerto della Scala, con biglietto acquistato tempo fa. E così, dopo averlo tanto ascoltato su disco mi sono perso "James Brandon Lewis Quartet" che, a detta dei molti presenti, ha dato, com'era prevedibile, il meglio di sé o meglio "hanno" dato il meglio di sé, insieme a Lewis, Aruàn Ortiz al pianoforte, Brad Jones al basso e il grande Chad Taylor alla batteria. Subito dopo (mi sono perso anche) "Cheickh Tidiane Seck Mandugue Quartet", con il particolarissimo pianoforte del malese Cheikh Tidiane Seck ed è vero un peccato perché la musica africana è quella che, negli ultimi anni, mi ha maggiormente emozionato e stupito. Quello che non mi sono perso (o almeno solo in parte), è la seconda serata di "NJ Weekender Fall Edition", appuntamento ormai tradizionale con l'edizione primaverile e quella autunnale, appunto. Non mi pronuncio sui DJset poiché non ho mai compreso appieno la funzione, ma sembra che Max Jazz Cat Conti, che ha aperto la giornata di domenica, sia stato un eccellente "compilatore”. Quello invece che ho gustato è stato il bel concerto dei "She's Analog", a cui si è unita una straordinaria Adele Altro (voce), che ha incantato il pubblico con una voce intima e calda, che risente di tanti echi del passato (magari anche quella di Suzanne Vega, tanto per buttare lì un nome). La band esplora territori tra il jazz e qualcos'altro, ed è proprio il confine con questo qualcos'altro, il luogo dove nasce la poesia del gruppo composto da Stefano Calderano alla chitarra, Luca Sguera alle tastiere, Giovanni Iacoviella alla batteria. Dopo la sosta per il piacevole buffet, eccoci di novo nella sala concerti di Nova (lo spazio Nova ha una sala concerti ed una sala performance, e su questo torneremo più tardi), per l'attesa esibizione di Daniela Pes. Anche qui il jazz è, diciamo così, un ambito di riferimento, poiché i ritmi e soprattutto le parole di Daniela Pes costituiscono una cosa a sé; si tratta di una lingua fatta di termini della Gallura e di termini inventati, che si amalgamano in un continuum di suoni elettronici di raffinata eleganza e misteriosa potenza evocatrice. La serata non è finita qui, poiché subito dopo il suggestivo set di Daniela Pes è stata la volta del collettivo “Addict Ameba”. Qualche parola sullo spazio Nòva, anzi semplicemente “Nòva”, va spesa, visto che il luogo pare ormai destinato ai concerti “in piedi”, che ormai sembrano aver preso il sopravvento su un ascolto di tipo più tradizionale. É probabile molti artisti gradiscano “avere il pubblico addosso”, però ci sarebbe anche da valutare se al pubblico piaccia stare addosso agli artisti. Indubbiamente un pubblico giovane, di cui spesso si lamenta la mancanza e magari con una birra in mano rigorosamente in piedi o seduto per terra, fa molto Mainzer Strße berlinese, dà quel tono anticonformista e alternativo che non guasta mai. Forse è da queste piccole cose che ci si incomincia a sentire anziani, visto che si preferirebbe, potendo, stare comodamente seduti in santa pace ad ascoltare chi suona, ma si sa non si può avere tutto…
NOVARA JAZZ 2022: BRUNO CHEVILLON, ARCHIPELAGOS, SHE’S ANALOG E ORCHESTRE TOUT PUISSANT MARCEL DUCHAMP
Che l’organo sia uno strumento versatile è risaputo, ma è anche risaputo che,pensando alla musica d’organo, il riferimento sia sempre, o quasi, alla musica sacra se non proprio “chiesastica”e ,qualche volta, anche con una connotazione psicologica che contempla una certa noiosità. Naturalmente sono beceri luoghi comuni, ma è certo che fino a che non si è ascoltato un musicista come Kit Downes, che apre l’ultimo giorno di “Novara Jazz” con uno straordinario concerto sull’organo “Biroldi” della Chiesa di San Giovanni Decollato di Novara (da poco restituito restaurato alla città), non si è ancora assaporato appieno cosa possa produrre un organo (e la bravura del compositore, s’intende). Dimenticatevi tutto o quasi tutto di quello che la vostra memoria ha sedimentato nella parola “organo” e voltate pagina: niente registri consueti, niente movimenti, niente ascendenze codificate, tutto nuovo, tutto mai sentito (o quasi mai). Uso “spregiudicato” dello strumento, officina di suoni, asimmetricità della composizione, luce nuova. Tim Downes sembra maneggiare la musica d’organo con irriverenza, ma non è così, si tratta piuttosto di una liberazione dello strumento da quegli schemi fissi che hanno abituato lo spettatore ad aspettarsi da questo strumento solo un certo tipo di musica e non altro. Un timore reverenziale che nel pubblico è venuto meno con questo straordinario concerto che, se in parte risente della “britannicità” per alcune impostazioni del musicista di Norwich, porta contemporaneamente una travolgente folata di novità, nell’uso dell’organo. Il concerto di questa mattina riassume in un certo senso tutta la “mission” e l’anima del jazz: la continua, indomita, perseverante ricerca di suoni nuovi, ritmi nuovi, persino l’utilizzo diverso dello strumento stesso. Un’ora dopo, nella bella sala della Collezione Giannoni, mentre nel cortile dell’Arengo vanno a spegnersi le note dell’esibizione dell”Orchestra Erios”, ci aspetta il bel quadro di Filiberto Mingozzi con la sua “Sinfonia del mare” dinnanzi al quale, Bruno Chevillon con il suo contrabbasso sembra voler ricreare l’universo mondo, più che dare una interpretazione sonora del quadro esposto alle sue spalle. Grevi, acuti, ronzii, percussioni, silenzi armonie, cromature. Da quella creatura di legno sollecitata dalle mani di Chevillon esce davvero di tutto: l’archetto che increspa le corde, sibili prolungati, pizzicori tremanti, stridere delle dita sul legno della cassa armonica, e infine, dalla voce di Chevillon, in consonanza con la sottile malinconia della composizione, una poesia di Pier Paolo Pasolini, “Il giorno della mia morte”. Uno dei concerti più intensi del Festival. Nel pomeriggio nel verde intenso di un altro luogo storico della città, il Parco dei Bambini ecco “Archipelagos” un interessante progetto della batterista Framcesca Remigi che trae ispirazione da alcuni scritti di Noam Chomski, Zygmunt Bauman ed altri. Quindi dopo il Parco, ci si ritrova nel Chiostro della Canonica con “She’s Analog” di Stefano Caldarano alla chitarra, Luca Sguerra al piano e Synt, Giovanni Iacovella alla batteria e all’elettronica. Grande capacità di passare dai ritmi e dai toni più duri a dolcezze infinite, una versatilità che non è propria di tutte le formazioni. I suoni del Synt di Sguerra trovano spesso il controcanto della chitarra di Stefano Calderano. Suggestioni profonde che non vengono solo dall’elettronica, ma che affondano le proprie radici anche nelle radici etniche (e folk) della musica. Ricordiamo in particolare i lavori di Luca Sguerra sulla musica africana, e queste suggestioni si sentono tutte e sembrano sposarsi magnificamente col luogo che accoglie il concerto, il magnifico quadriportico attiguo al Duomo di Novara che sul far della sera assume il suo aspetto più suggestivo. Un piccolo, meraviglioso gioiello (un altro) di questo Festival. (Continua)
SHE’S ANALOG, “WHAT I BRING, WHAT I LIVE”
Nello scorso mese di settembre è arrivato sul mercato un oggettino sonoro di tutto riguardo confezionato da Stefano Calderano (chitarra, effetti), Luca Sguera (rhodes, prophet) e Giovanni Iacovella (batteria, live electronics). Il gruppo si chiama “She’s Analog” e il lavoro “What I Bring, What I Live” ed è prodotto da quella piccola ma inesauribile miniera di novità che è la “Auand Records”. Dopo aver rimosso il cellophane, quello della bella ed inquietante copertina che riproduce un’opera di Manuela Naddeo, comincerei a parlare dell’oggettino prendendo spunto da uno dei pezzi più minimali e, a mio modo di vedere, più originali del disco, “Revolution”. Forse perché dietro quel termine che fin da adolescente stimolava e turbava i miei sogni e i miei desideri, ho sempre riposto una morbosa curiosità. E anche questa volta la curiosità è stata ben riposta. Un brano in cui la chitarra di Stefano Calderano lascia intravedere per pochi secondi una sorta di melodia che subito dopo diventa tutt’altro, un percorso tortuoso fatti di duomi elettronici, disarmonie ed atonalità che poi mutano nuovamente in armonie, ricominciamenti, incursioni nella sperimentazione per poi tornare alla dolcezza di una quasi-ballad con un finale in crescendo che improvvisamente si mozza in un puntillismo elettronico. Insomma un “repertorio”, una wunderkammer di somorità imprevedibili e variegate, che in una parola definirei sorprendenti. E francamente è tutto il disco ad essere una magnifica sorpresa, basta tornare alla traccia n. 7 per averne conferma con “Limited Edition Punk Version” dove a fronte di un inizio minimale e sussurrato dalla chitarra si contrappone un maestoso ed ipnotico finale dove gli strumenti di Luca Sguerra e Giovanni Iacovella sembrano scavare nel profondo. “Song” sommessa e profonda, “One Week”, ironica e variegata, “Plan Rice”, turbata e sfuggente, poi la caotica ed ambientale “Matrice Humaine”, la disturbante e trasognata “Long Distance Runners”, completano questo bell’esercizio di straniamento musicale portato a compimento da tre musicisti coraggiosi, incuranti di mode e modi che debbano necessariamente essere ricondotti all’interno di schemi prefissati. Di questa irrequieta ricerca davvero non simpuò fare a meno.
ELBOW ROCKETS
Sword