È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che camp
Claire Keane
Sade Olutola

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Stranger Things

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Kiana Khansmith

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È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che camp
Trasformare una ex-officina in uno spazio di devozioni domestiche non è impresa da poco. Lo può fare un architetto, ma la trasformazione sar
NOVARA JAZZ 2026, SECONDO WEEKEND
È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che campeggia sulla volta del Salone d’Onore del Tribunale di Novara, il fondale per l’inizio del secondo intensissimo weekend di Novara Jazz 2026. A cercare il connubio, o il contrasto, tra jazz e luoghi ci ha provato l’accordion solo di un ospite d’eccezione Gianni Coscia, premiato con la Chiave d’oro di Novara Jazz 2026: veramente un grandioso interprete dello strumento che, nelle sue mani, diventa qualcosa di più e di diverso dalle reminiscenze di nostalgici tanghi argentini o della musica folk italiana o europea e nello stesso tempo è tutto insieme. Inevitabili i ricordi del decano della fisarmonica italiana che, curiosamente, non si è mai considerato un solista e lo stesso nome dello strumento, a suo dire, dovrebbe essere “armonica” (senza l’inutile suffisso “fisa”) il che darebbe l’idea di una coralità del suono, quasi di un insieme di strumenti; in modo analogo Coscia considera il pubblico, parte integrante di ciò che in un concerto viene prodotto. I suoi primi ricordi corrono alla fisarmonica regalatagli dal padre e al liceo di Alessandria, dove incontra Umberto Eco, suo compagno di scuola, che scrisse addirittura versi per lui, musicista alle prime armi, e per la sua musica. Poi il racconto dei vagabondaggi per la campagna alessandrina quando girava per i cortili delle cascine ad allietare (e anche per raccattare qualche soldo) il suo primo pubblico. Insomma un insieme di parole e musica proposti al folto e attentissimo pubblico di Novara Jazz, con un ricordo che riguarda proprio la città di Novara, quando nel 1970, Gorni Kramer e la sua orchestra della Radio Televisione Italiana (allora la televisione era una cosa seria), approdarono proprio nel cortile del Broletto e in quelle fila suonava anche lui. Tra un ricordo e l’altro prendono corpo tante melodie italiane e anche classici del jazz come il magnifico mélange Cole Porter-George Gerswin, una “Sophisticated Lady” di Duke Ellington dove Gianni Coscia si permette di cambiare i toni bassi con grande disinvoltura e poi ancora una parte della colonna sonora di “Profumo di donna”, con “Por una cabeza”, il famosissimo tango scritto nel 1935 da Carlos Gardel. Insomma Coscia, un musicista che non ha fatto il musicista per tutta la vita ma che è indubbiamente nato musicista. Il racconto prosegue, per chi ha avuto il privilegio di averlo poi come commensale, tra un ricordo di Vittorio Gregotti e di tanti intellettuali e musicisti, tutti artisti che hanno, come lui, attraversato il Novecento. Sempre nella serata di giovedì, nel salone dell’Arengo del Broletto, l’appuntamento è con La trombettista inglese Laura Jurd e il suo progetto “Rites & Revelation”, con una formazione che vede insieme a lei Cori Smith alla viola, Tara Cunningham alla chitarra, Ruth Goller al basso, Corrie Dick alla batteria. Finalmente quattro (indiavolate) donne in una band di cinque elementi che riesce a far tremare anche le possenti mura del salone medievale dell’Arengo, con un jazz dal sound corposo e dirompente che sa sposarsi con echi di folk ritmato sulle corde del basso e della chitarra e che, a tratti, almeno agli ascoltatori piú agé, potrebbe far tornare alla mente le sonorità dei Pentangle. Un ascolto necessariamente partecipativo che non permette di lasciarsi troppo andare sulle ali delle consolatorie melodie folk, perché una “scimitarrata” di suoni elettrici è pronta ad abbattersi sull’ascoltatore. Anche questo concerto, benché agli antipodi del precedente, (ma il jazz è sempre diversità per antonomasia) molto suggestivo e ricercato. E siamo solo ai concerti di apertura del secondo intenso weekend di Novara Jazz 2026.
NOVARA JAZZ 2026 (parte I)
Racconta Corrado Beldì che quando un'entusiasta Tiziana Fausti andava ad incominciare l'avventura di Corso Como Dieci (la leggendaria galleria e showroom milanese di Carla Sozzani), aveva in testa di mettere un bel pianoforte nei locali della caffetteria al piano terra. Lui le disse che per farlo occorreva pensare ad incassi per il locale,
significativamente inferiori, visto i costi per SIAE, cachet degli artisti, spazi sottratti ai tavoli ecc.. Mi piace aprire questa cronaca del primo weekend di “Novara Jazz 2026” con questo aneddoto raccontato prima del concerto di apertura del Festival con Aural Trio, all’Opificio di Novara dell’amico Fabio Barozzi, che offre alla città un locale dal fascino unico, con una cucina di gran qualità e originalità e, appunto, cosa non comune da trovare, un apposito spazio dedicato al jazz e agli appuntamenti settimanali con la rassegna “Taste of Jazz”. Gettare il cuore oltre l’ostacolo, in tempi difficili come questi, è un gran merito e Novara Jazz e i suoi intrepidi “fiancheggiatori” continuano a farlo con successo. Sembra dello stesso parere il bravo leader dell’Aural Trio, il batterista Giuseppe M. De Vito, che conduce una band dal temperamento vivace e dalle tante curiosità verso una sperimentazione aperta alla ricerca verso sfere sonore di ambiti più ampi, sempre che ancora si possano definire con precisione i confini dell’universo jazz. Dopo di loro una Jam di una formazione rodata (Eugenia Canale al pianoforte, Alessandro Borgini alla chitarra, Marcello Testa al contrabbasso, Nicola Stranieri alla belatteria) e dedicata a Sonny Rollins recentemente scomparso. L’Opificio, come da tradizione del festival novarese, che comprende molte attività collaterali, ospita anche la mostra fotografica, tutta al femminile, di Paolo Caivano intitolata "Jazz Woman” comprensiva anche di foto scattate nelle precedenti edizioni di Novara Jazz. Il legame tra jazz e fotografia è decisamente unico nel panorama musicale mondiale, come un cordone ombelicale che tiene uniti due mondi attraverso un tradizionale uso della pellicola, e ora necessariamente anche delle immagini digitali, in un rigoroso (come si dice in questo casi), B/N. Caivano segue da decenni festivals e concerti in Italia e in Europa e l’omaggio di NJ era certamente dovuto. Nella giornata di sabato 30 maggio, ilFestival si trasferisce nel magnifico museo etnografico di Villa Caccia di Romagnano Sesia, opera architettonica “campestre” di Alessandro Antonelli, con il brillante concerto di Lea Maria Fries con un quartetto composto dalla stessa Fries (voce), Gauthiet Toux (pianoforte), Juilian Herné (basso), Antonio Paganotti (batteria). La Fries è una elegante e raffinata vocalist che ha presentato un repertorio sempre in bilico tra tradizione jazz con qualche incursione nella ricerca vocale, il tutto sempre orchestrato amabilmente con un perfetto equilibrio tra i generi: gusto della misura che senza rinunciare alla piacevolezza dell’ascolto, non sembrava temere la curiosa esplorazione di altri mondi sonori.
Nel pomeriggio invece, nel fascino inconsueto e discreto di Casa Antonelli a Maggiora, paese alle pendici delle Colline novaresi, il concerto di Julie Campiche, arpista e musicista ginevrina che utilizza l’arpa in accoppiata con l’elettronica, insieme ad altri strumenti poco convenzionali nell’abbinamento, quali un organetto diatonico e un tamburo. Le composizioni che Julie Campiche ha proposto al pubblico sono tratte dall’album “Unapoken”, incentrato sulla rivendicazioni del lavoro femminile, attraverso figure di donne fortemente impegnate sul fronte della militanza, come quello, per fare un solo esempio, della svizzera Grisélidis Réal, (1929-2005), artista, poetessa e prostituta combattiva sul fronte dei diritti delle “Sex workers”. Un concerto “in solo” di intimo lirismo senza rinunciare, da un lato alla ricerca sonora nel confronto serrato tra arpa ed elettronica, dall’altro alla necessità impellente di sostanziare la materia sonora con un messaggio di chiaro impegno sociale e, perché no, politico.(continua)
NOVARA JAZZ 2026 (parte II)
(segue). La sera del sabato, al Parco Beldì di Oleggio, “Taurn” un gruppo della scena underground bolognese, forse oltre i confini del jazz, sempre ammettendo che il jazz possa avere confini rigidamente stabiliti.
Nella giornata di domenica 31 maggio, si conclude il primo We di Novara Jazz 2026, con l'altro appuntamento tradizionale, il concerto di mezzogiorno nella sala della musica di Villa Picchetta a Cameri, ai confini del lussureggiante Parco del Ticino. Jacopo Fagioli, compositore toscano, segnalato dalla rivista “Musica Jazz” come nuovo talento dell’anno, che ha entusiasmato il pubblico, con tromba e trombone, accompagnato dal sax e dal clarinetto di Giulia Barba. “The keys are in the Garden” è il titolo di una delle composizioni presentate che fa riferimento ad un episodio accaduto all’autore, può essere un ottimo suggerimento di come accingersi ad ascoltare il jazz. “Avevo dimenticato le chiavi in un giardino a Siena”, racconta il giovane musicista, “solo quando ho smesso di cercarle e mi sono sdraiato nella medesima posizione che avevo in giardino e le ho ritrovate”. Un invito a lasciarsi andare che vale per la musica, ma per il jazz in particolare, un invito a lasciar fluire il suono attraverso il corpo, un farsi attraversare, prima di ricercare necessariamente una spiegazione razionale. Nel
Pomeriggio il magnifico parco del Castello di Cavagliano, a pochi chilometri da Novara, è il palcoscenico naturale (che è una definizione che preferisco alla ormai insopportabile “location”), ospita un altro gruppo di musicisti svizzeri, di Zurigo per la precisione, con un progetto che possiamo annoverare nei repertori jazz ma potremmo anche rinominare con tante altre etichette come match-rock, post punk, elettronica, ambient o in fondo ciò che si vuole, tanto la loro musica è di difficile definizione. Ma in questi casi il problema è tutto di chi scrive per riuscite a trasmettere al lettore almeno un vago sentore di ciò che avrebbe potuto ascoltare. Di fatto il risultato è quello di un nastro musicale fluente, con in bella evidenza il cantato-declamatorio di Tapiwa Svosve (anche all’elettronica e al sax), come molto ben calibrato duo chitarra-basso di Vojko Huter e Xaver Rúgge, e il valido Paul Armeller alla batteria. Una necessaria ultima considerazione: quale posto occupa la cultura e la cultura musicale in particolare nella piccola Confederazione Elvetica che si occupa delle spese sostenute dai musicisti? Non è questa la sede per discutere dei finanziamenti alla cultura, ma certo è che il divario tra molti paesi europei e l’Italia è, anche in questo campo, se non drammatico, almeno piuttosto evidente. Dopo il tour de force del Festival “fuori porta” del primo weekend della XXIII edizione di Novara Jazz, da giovedì 4 giugno il Festival torna in città per quattro lunghi giorni, ricordo che si ricomincia con l’Accordion solo di Gianni Coscia, chiave d’oro 2026 di Novara Jazz, presso il sontuoso salone del Tribunale di Novara.
"... Intanto la cronologia cresceva giorno dopo giorno. Vederla nel suo insieme a stampa fu una sorpresa e ci si accorse che, pur somigliando a tutti i suoi libri, era una cosa nuovissima nella sua opera. Decine centinaia migliaia di fogli e foglietti, barattoli di Coccoina, mazzi di biro, ettometri di nastro da macchina per scrivere, pile di pagine e di carta carbone, forbici e taglierini: tutto riportato entro i margini di un libro. L'ordine dopo il caos e dopo il rischio del naufragio. Un libro vero e proprio, segnato con i numeri romani, dentro un libro più grande segnato coi numeri arabi: nel gioco delle scatole cinesi, da quello che so, questo libro dalle pagine romane è diventato piuttosto di culto tra i lettori di Arbasino, come se fosse non solo un suo libro, ma anche un libro un po' speciale, e dunque molto suo, di ritorno. È una cosa e l'altra, benché l'abbia scritto con me e non solo con me..."
(Dal Prologo di Raffaele Manica a "Autocronologia" di Alberto Arbasino - Adelphi)
Racconta Corrado Beldì che quando un’entusiasta Tiziana Fausti andava ad incominciare l’avventura di Corso Como Dieci (la leggendaria galler
L E T T U R E Recensione di Mario Grella Com’è che un ragazzo di provincia si è spinto a scrivere addirittura una storia del rock che è una
Il presidente dell'Eurispes, dice che «Più di 6 su 10 non arrivano a fine mese. Il 10% più ricco detiene il 59,9% della ricchezza». Ma evidentemente gli italiani sono contenti così, Étienne de La Boétie ci scrisse "Discorso sulla servitù volontaria" su questa patologia sociale che può essere volgarmente definita come "Sindrome di Tafazzi"
Non ho mai amato molto Pedro Almodóvar, e continuo ad amarlo poco. Quello che trasmette il film é che il regista (Raul-Pedro) è veramente ne
AMARGA NAVIDAD
Chissà perché i distributori traducano i titoli di alcuni film, mentre altri li lascino in lingua originale…Forse perché alcuni titoli sono intraducibili o forse perché il regista impone il titolo originale? Non lo so, comunque, "Amarga Navidad" significa “Natale amaro” nel quale personalmente non vedo nulla di intraducibile se non nel termine “Natale” che, oltre che ad indicare la festa cristiana, potrebbe anche indicare una nascita o almeno la nascita di un qualcosa che sembrava non dover nascere e cioè nel nostro caso il film che Raul, regista di mezz’età o poco più, da ben cinque anni non riesce a girare per mancanza di ispirazione. A un certo punto sembra riuscirci (ma tutto questo lo capiremo alla fine del film) anche se Raoul vive con un compagno, Santi, più giovane di lui che però non è proprio la persona giusta a cui fare riferimento per un sostegno nella scrittura. In realtà la prima lettrice di Raul è Monica, a servizio da Raul da molti anni, che tuttavia, per stare a sua volta accanto alla compagna di vita gravemente malata, si licenzia. Cosa imbastisce Raul per la trama del film? Esattamente una vicenda che è la sua stessa vicenda di sterilità creativa, prendendo ispirazione da una regista amica, Elsa che dopo due film di culto, ma scarsamente circolati nelle sale, trova la vena creatrice in Bonifacio, un pompiere con l’hobby dello spogliarello e in due care amiche Patricia, con un marito che la tradisce, e Natalia afflitta da problemi relazionali col figlio. Raul quindi pensa bene di costruire il film (e qui siamo in pieno meta-cinema), ispirandosi a vicende altrui che assomigliano molto alla propria. Il risultato finale è una specie di frittata cinematografica, un gioco di scatole cinesi in cui è difficile districarsi e che, nonostante lo sforzo dello spettatore per l’incrociarsi di tre o quattro piani narrativi, non ci prospetta nemmeno la gioia finale di una agnizione cinematografica. Non ho mai amato molto Almodóvar, e continuo ad amarlo poco, di conseguenza mi sono limitato ad una visione passiva del film senza grande partecipazione, magari godendo visivamente dei suoi rossi e dei suoi blu, delle tende multicolori e tropicali, degli arredi bizzarramente raffinati e delle belle inquadrature della Lanzarote vulcanica e lunare, dove sono ambientate alcune sequenze del film. Paradossalmente però il tentativo di Almodovar di “giocare di seconda intenzione” cioè il voler mostrare la crisi di creatività di un regista, la sua messa a nudo di fronte al blocco dello scrittore, intendendo però mostrare che da quella crisi è brillantemente uscito grazie a “Amarga Navidad”, non riesce minimamente. Quello che invece trasmette il film é che il regista (Raul-Pedro) è veramente nel pieno di una crisi creativa, e allora forse sarebbe stato meglio aspettare che passasse.
Novara, 26 maggio. LIBRO DI DEVOZIONI URBANE
Con l'arrivo della cosiddetta "bella stagione" (in realtà quella in cui le piante soffrono di più) riprendono le buone abitudini. E dategliela un po' di acqua alle piante intorno a casa vostra! Loro chiedono poco e ci danno molto: la possibilità di sopravvivere!
Li aspettavo gli intelligentoni negazionisti, no-vax, fascistoidi e chi più ne ha più ne metta: "Mai sentito un caldo così..." dicono stentorei quando ti incontrano, scrivono con sdegno sui social... Sono gli stessi per cui Greta Thunberg è una "gretina" secondo la nota definizione dei giornali della destra. Non importa se il mondo della scienza ci dica che il pianeta si sta surriscaldando più del previsto (che era già grave), non importa se in Europa questo riscaldamento è ancora più veloce, non importa se i ghiacciai si sciolgono a una velocità doppia che in passato, non importa che i numeri ci dicano che la CO2 riversata nell'aria è sempre di più, non importa se le polveri sottili hanno raggiunto livelli molto preoccupanti. Non importa nemmeno vedere cose anomale anche a casa propria: parassiti mai visti prima, "Ibis sacri" che di solito stavano sul Nilo ora sono sugli alberi dei parchi. Non importa niente, loro credono che faccia così caldo a maggio per caso. C'è una barzelletta che racconta che la Terra incontra Giove nello spazio che gli chiede: "come va?" E la Terra risponde: "Così cosi, stavo bene ma mi son beccata l'umanità..." Risponde Giove: "Ah ma non preoccuparti dopo un po' passa...".
Salvini solidarizza con gli autotrasportatori che minacciano uno sciopero contro di lui. Sarà il mondo alla rovescia di cui blaterava Vannacci...
ABITAVO A PENNY LANE (parte I)
“Com’è che un ragazzo di provincia si è spinto a scrivere addirittura una storia del rock che è una storia assolutamente metropolitana?” Questa è la domanda che vorrei porre al mio amico Riccardo Bertoncelli, guru italiano della storia e della critica del rock, che ha appena pubblicato per Feltrinelli “Abitavo a Penny Lane” una autobiografia (si può ancora dire vero?) il cui sottotitolo non lascia alcun dubbio al riguardo: memoria di anni gloriosi di rock, jazz e blues. In realtà quella domanda iniziale non gliela posso proprio fare perché era la domanda che lo faceva già imbufalire quando a porglierla era, con ripetitiva ossessione (“quasi una gag” scrive nel libro), Massimo Villa che con lui fu conduttore di un programma storico (e mai aggettivo fu usato più a proposito) di Radio Rai (che allora si chiamava così) intitolato “Per voi giovani” a cui collaborarono anche Renzo Arbore e Carlo Massarini per citare i nomi più noti. Però leggere la storia di questo ragazzone di provincia (ma solo anagraficamente), che ha raccontato, come mai nessuno, quegli anni irripetibili e che ha contribuito fortemente alla diffusione di quella musica in una italietta allora tutta Rita Pavone, Celentano e Gianni Morandi, è una gran bella cosa ed è anche molto divertente. Del resto era scritto nelle stelle, infatti Riccardo, come racconta in apertura del libro, è nato il 21 marzo 1952, lo stesso giorno in cui nacque il rock & roll : una scoperta che fece in età adulta, quando il 1^ dicembre 1992 la rivista “Life” dedicò uno “special issue” ai “40 anni del rock” e ne individuò la data di nascita proprio nello svolgimento di un evento musicale, in realtà un ballo pubblico, alla Cleveland Arena. E così, mentre “Moondog Coronation Ball” gettò il semino della musica che cambiò la storia della nostra cultura, Riccardo Bertoncelli nasceva nella “brumal” o “fatal” Novara che, benché sempre associata ad atmosfere crepuscolari o eventi funesti, ha dato i natali ad uno dei più grandi critici del mondo “rock, jazz e blues”(come recita il sottotitolo), ma soprattutto alla persona che ha reso permeabile quel mondo, che prendeva corpo fuori d’Italia a tutta una generazione e anche alle successive. Non nego che è per me stato doppiamente bello leggere questo straordinario volumetto, perché Riccardo è un caro amico, conosciuto negli anni di Radio Kabouter, insieme a tanti altri amici e al suo amico del cuore, Diego, che compare spesso nel suo racconto definito da Bertoncelli “l’unico ragazzo del quartiere ‘dentro’ la musica” e che lo iniziò all’ascolto dei Byrds, ma soprattutto dei Beatles. Se vogliamo, questo libro racconta di una vicenda sociologicamente piuttosto significativa: l’impermeabilità della cultura musicale italiana di allora, alle sferzanti novità che arrivavano dall’Inghilterra e dagli USA, una resistenza passiva che faceva sì che non circolasse quasi nessun materiale musicale relativo a quella “Nouvelle vague” della musica giovane. Solo la trasmissione Rai “Bandiera Gialla” di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni del 1965 cominciò a dimostrare un certo interesse per i ragazzi “beat”, poi per il rhtythm and blues, ma Bertoncelli aveva i suoi pusher musicali di fiducia, oltre le leggendarie Radio Luxembourg, Radio London e Radio Caroline, che erano spesso anche rivenditori di materiali semi-clandestini e che comunque riuscirono piano piano a far arrivare quelle novità nella sua Penny Lane novarese e poi da lì in tutta Italia. (continua)
ABITAVO A PENNY LANE (parte II)
(segue) Ma quello che mancava completamente in quegli anni erano le riviste specializzate e le curiosità giovanili di chi come lui smaniava per Bob Dylan e che non potevano certo essere soddisfatte da riviste come “Ciao amici”, “Giovani” o “Big”. A tal proposito un ricordo anche personale su “Olivieri dischi” che era uno storico negozio di Novara (ai fratelli Olivieri è dedicato oggi il bell’auditorio del Conservatorio Cantelli della città): è lì che le impellenti necessità musicali del giovane Bertoncelli diventavano tangibili. Insieme al negozio dei fratelli Olivieri di Novara, un altro luogo entrerà nella storia leggendaria del rock e del blues in Italia, ovvero la “Wunderkammer” di Carù Dischi di Gallarate di Paolo Carù che Bertoncelli cominciò a frequentare dal 1970 (quando ancora si chiamava “cartolibreria”) e tra Paolo e Riccardo ci fu subito una vicendevole simpatia, tanto che ben presto i due collaborarono strettamente in una fanzine di informazione discografica che si chiamava “Pop Messenger Service”, addirittura patrocinata da una delle più importanti case discografiche italiane, la Ricordi. Nel frattempo col suo prorompente entusiasmo per le nuove sonorità che andavano dalla West Coast al British Blues e al jazz d’avanguardia, Bertoncelli fondò una propria fanzine, “Freak” il cui sottotitolo, anzi, uno dei sottotitoli, non lasciava dubbi: “Mensile pop per lucide menti aperte”. Ecco, io credo che Bertoncelli meriti un posto nella cultura e non solo musicale italiana, anche per questa sua indomita opera di informazione e divulgazione di generi musicali che in quegli anni, stiamo parlando della fine della fine degli anni Sessanta e i primi favolosi Settanta, poco o nulla arrivavano in Italia e i pochi materiali e testi, a parte quelli un po’ stereotipati e stitici della stampa ufficiale, circolavano come dei samiszdat in un paese ancora molto provinciale e culturalmente pigro. Non voglio togliere il gusto al lettore di godersi questa tonificante cavalcata attraverso le praterie del rock, del folk, del blues, del jazz di quel periodo, raccontati così meravigliosamente bene e con un profondo senso autocritico e con la consueta ironia da Riccardo Bertoncelli, il ragazzo di provincia che arrivò al cospetto di gente come Frank Zappa, che lanciava strali contro le “smagliature” della musica degli Area, che saccheggiava i negozietti di bootleg della Swinging London o dei primi anni del Punk, colui che fece imbufalire Francesco Guccini, tanto da essere citato nella sua canzone più famosa “ L’Avvelenata” (la prima canzone italiana “con le parolacce”), ma ancora il Bertoncelli anima rock di una delle più importanti riviste musicali dell’epoca come “Gong”, quello che racconta l’evoluzione stilistica del “menestrello di Duluth”, Mr. Robert “Dylan” Zimmermann e, come s’usa dire, molto altro. In oltre duecento intense ed emozionanti pagine passano davvero i sogni di una generazione, ma forse anche di altre, tutte quelle che hanno amato la “musica da non consumare”: da Jimi Hendrix a John Mayall, da Jerry Garçia ai “Talking Heads”, da Lou Reed a Patty Smith, senza tralasciare formazioni e musicisti che non sono entrati nel vortice del consumo, ma che hanno lasciato tracce profonde nella cultura musicale. Collaboratore di molte trasmissioni radiofoniche italiane, della raffinata stazione radio della Svizzera italiana, anima di molte riviste specializzate, una padronanza totale della materia, una cultura musicale spaventosa, gli incontri con tanti personaggi fondamentali per la cultura “alternativa” di quegli anni, fanno di questo autore e del suo godibilissimo racconto, un libro che non può mancare per nessun motivo nella biblioteca di chi ha amato i Sixties e i Seventies e non solo in campo strettamente musicale. Correte in libreria. Peace & Love.
Ci sono dischi che sono pianeti a sé stanti, anche se i pianeti a sé stanti, sono sempre parte di un tutto che potremmo definire “l’universo