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ROMANIA100 by a Psychiatrist's view Via Flickr: winter in Sighetu Marmației Photography’s new conscience linktr.ee/GlennLosack glosack.wixsite.com/tbws
Sighetu Maramației to Lviv, 26th - 28th June We only spent one night in Romania's border town Sighetu Marmației. We arrived by train around 9pm. It was another long train ride, but the scenery was beautiful and we had a compartment partly to ourselves. At one point we shared it with a lovely elderly couple and later with two noisy teenage boys. In Sighetu we stayed in an Airbnb, the beautiful home of a very welcoming couple and we were sad we didn't get to spend more time there and with them. They were very relaxed about our check out the next day, which meant we could have a quiet day to ourselves before heading over the border to Ukraine and catching another overnight train. The border was the most scenic border we've ever crossed. Here Romania and the Ukraine are separated by the river Tisa. Once you've passed the Romanian passport control you cross over a beautiful old wooden bridge, which looks like something out of an old western, into the Ukraine. The whole procedure took only twenty minutes and left us plenty of time to get our tickets printed out at the forlorn train station, exchange money on the second floor of a plastic store, buy food for the journey ahead and go for an incredibly delicious schaschlik thanks to the recommendation of the Airbnb couple. Our sleeper train was glamorous in a very communist style. It had decorated carpets, red leather seats and chunky orange lamps. Luckily we got a 4-bed compartment all to ourselves, although we still didn't get much sleep as usual. And at 5:15am it was time for our wake-up call for our arrival in Lviv at 6am. Needles to say it's been a very tired and slow but yet really nice day in Lviv so far.
Strada Corneliu Coposu (Sighetu Marmației) ❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃❃ #stradacorneliucoposu #corneliucoposu #chusayinka #sighetumarmatiei #sighetu #maramures #rumanía #rumania #romania #rumania #romania #ig_romania #romaniamagica #romaniafrumoasa #romaniatravel #romaniateiubesc #topromaniaphoto #romanian #romaniapitoreasca #discoverromania #descoperaromania #exploreromania #igersromania #visitromania #promovezromania #travelromania #clock #streetclock #maramures_romania #reloj #relojes (en Sighetu Marmației, Maramureș) https://www.instagram.com/p/CkZvQGzquvh/?igshid=NGJjMDIxMWI=
Monument a Taras ŞEVÇENKO (1814-1861) (Sighetu Marmatiei) Tarás Hryhórovych Shevchenko fue un poeta, humanista y pintor ucraniano, uno de fundadores de la literatura moderna ucraniana. ⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔⬕⬔ #tarasşevçenko #sighetumarmatiei #sighetu #sighetumarmaţiei #maramures #maramureș #maramurescounty #beautifulcity #beautifulcities #beautifulcityview #beautifulday #beautifulcity❤️ #romania #romaniamagica #romaniaascunsa #romaniacaptures #rumania (en Sighetu Marmației, Maramureș) https://www.instagram.com/p/Ci94ut0qPGb/?igshid=NGJjMDIxMWI=
Educate, engage, and inspire!!! 😎🙂🕵🏼♂️ The #professor in #sighetu style (at Detroit, Michigan) https://www.instagram.com/p/B4CbjDylYJt/?igshid=2bgil43psx7f
Ritorno a Isengard
(Romania on the road - ultima puntata)
“Unde mergi?”
“La Sighetu”.
“Şi noi. Vii!”
Il bagaglio di Massi era stato recuperato. Qualche ultimo sporco caffè e una pinta di birra erano stati consumati, in compagnia di pensionati e di operai in pausa pranzo, dentro quei localetti cadenti, metà spacci e metà saloon, che trovavamo sul ciglio della strada o all’imbocco dei villaggi. Ci guardavano più straniti che indispettiti, i loro avventori. Nessun viaggiatore proveniente da un paese ricco si sarebbe mai andato a ficcare in posti del genere, dunque io e Massi, per loro, dovevamo essere matti, e in quanto matti, in fin dei conti, dovevamo essere innocui.
Adesso facevamo rotta verso la base. Attorno a noi, come i palchi e i corridoi di un teatro dell’opera, si aprivano i colli e i ruscelli del Maramureș. Poi abbiamo intravisto quel ragazzo che faceva l’autostop. Stessa destinazione, quasi stessa età, lo carichiamo subito.
“Ma voi non siete di queste parti. Di che regione siete?” ci chiede dopo un po’.
“In realtà siamo italiani!” sorrido. “Stiamo andando a Sighetu perché a luglio avevamo lavorato là come volontari per due settimane…” e via con tutta la nostra saga. E lui con la sua. Studiava in un liceo informatico in città, ma ogni tanto, come quel pomeriggio, andava a trovare la nonna nella sua fattoria di campagna: non avendo una macchina, ci andava in autostop.
Maramureș – Munţi Rodnei – Bucovina – Moldavia – Sighișoara – Maramureș, il nostro cerchio si stava per chiudere. Ed era stato un cerchio piccolo, se consideriamo che la Romania è estesa quasi quanto l’Italia continentale (238.000 kmq contro 260.000). “Il Pugno”, così dicono i rumeni come noi diciamo “lo Stivale”, è denso di montagne da aggirare, vallate, foreste ancora intatte, fiumi dalle anse sinuose, alture da valicare. La rete stradale, costruita in gran parte dall’Unione Europea, è tuttora gratuita e sicurissima, ma snella, quasi sempre con una sola corsia a salire e una sola a scendere. È un territorio che ti impone tempi di viaggio lenti e meditativi. E che ti impone brucianti rinunce. Come il suo Dio.
Sì, era l’ora dei rimpianti. L’ora delle occasioni perdute. Accarezzavamo con la fantasia tutte le mete alle quali avevamo dovuto rinunciare, perché erano fuori dalla nostra portata. Il Delta del Danubio, la più grande riserva di uccelli selvatici in Europa, dove ci si può muovere soltanto in barca. Oradea, perla del Liberty e della Secessione al confine con l’Ungheria. La stessa Bucarest, dove erano in corso delle proteste che la polizia ha represso nel sangue, proprio mentre a Cluj impazzava l’Untold, il più affollato festival di musica elettronica del vecchio continente.
Non è che avevamo sbagliato tutto?
Poteva darsi.
Avevamo ancora quattro o cinque giorni prima del rientro finale in Italia. FedEle, la nostra brava puledra, la mattina dopo l’avrei portata a farsi bella all’autolavaggio e l’avrei riconsegnata. Cosa avremmo potuto fare, senza di lei? Dove andare?
Le attrazioni della zona le avevamo già più o meno visitate con il gruppo dei volontari. Quello che vedete nella foto, per esempio, è il monastero di Săpânţa, l’edificio in legno più alto d’Europa: un ibrido stupefacente fra le forme gotiche, l’impianto bizantino e il materiale prediletto dall’architettura nordica.
Poco distante, il Cimitero Dipinto. Qui, a partire dagli anni ’70, un artista si è messo, di buona lena, a dipingere le tombe una per una: sul fronte il mestiere che faceva il defunto, sul retro la sua famiglia, e in basso il riassunto della sua vita in rime baciate.
Le immagini sono allegre e colorate, ma le storie sono strazianti. “Marito mio, in che momento difficile ti ho lasciato!” dice una donna di cui subito sotto si scopre che è morta a 32 anni. O il violinista del paese, che racconta: “Quando arrivavo a un matrimonio e mi mettevo a suonare, io mi divertivo, a tutti piaceva e si stava bene tra amici. Ovunque facessi feste, la mia voce era conosciuta…ma quando sono tornato a casa, lungo la strada mi aspettava la morte”. Mi ha riportato alla mente un violinista rumeno che suonava per strada dietro la mia facoltà. Mi raccontava che quando era in patria si esibiva, più o meno, a un matrimonio ogni settimana. La festa durava tre giorni, e poi, con quel che aveva guadagnato, andava avanti per altri quattro, fino al matrimonio della settimana dopo…
Non ci eravamo fatti mancare neanche i paesaggi dei Monti Apuseni, tagliati così fuori dalla civiltà che in alcuni villaggi l’elettricità è arrivata solo nel 2005. E non ci eravamo fatti mancare la miniera di Sulda, dove invece la civiltà è arrivata fin troppo, visto che sul fondo di questa vecchia cava di salgemma ora c’è un parco divertimenti con tanto di tavoli da biliardo, campi da tennis e ruota panoramica. Per non parlare, poi, delle barchette romantiche in stile Villa Borghese…insomma, quel precipizio di 150 metri oggi tutto fa immaginare meno che Balrog dalle ali incandescenti e tamburi nelle tenebre.
Sighetu, invece, è gremita di sinistre memorie sul ‘900. Lì, data la prossimità con l’Unione Sovietica, si trovava il carcere per i prigionieri politici del regime comunista, quello che oggi è il “Memorial”. Una specie di immensa via Tasso dove hanno finito i loro giorni i membri dei “vecchi partiti” “borghesi” e “nemici del Popolo”, già provati dagli anni terribili in cui il dittatore militare Antonescu aveva consegnato il paese nelle mani di Hitler. E, a proposito di Hitler, la sinagoga di Sighetu, che in quanto città di frontiera era abitata quasi per metà da ebrei, era stata il punto di raccolta per le future vittime dei campi di sterminio. Tra di loro un ragazzo che sarebbe diventato uno scrittore premio Nobel per la pace: Elie Wiesel.
L’atmosfera che si respira per le strade è tuttora carica di pesantezza. Lungo il corso principale, appena caduto il comunismo, le varie confessioni religiose hanno fatto a gara a chi ricostruiva non la chiesa più bella, ma la chiesa più grossa, per intimidire i rivali. Sproporzionate per un paesetto di 40.000 abitanti, ti compaiono davanti tutte in fila la chiesa romano-cattolica, quella greco-cattolica, quella ortodossa, quella riformata, quella avventista…e altre che sono rimaste allo stato di scheletri di cemento abbandonati, una con una torre campanaria che pare la brutta copia di Isengard. Quando cala la notte non c’è granché da fare, cosicché tanti giovani si danno alla vita degli orchetti: chi beve, chi sniffa colla, chi allunga le mani, chi scatena risse con futili pretesti. Il lato oscuro del mondo tradizionale si svela all’ombra di quella torre, in tutta la sua tragicità: poliziotti che non usano i guanti di velluto, ospedali psichiatrici che spesso inghiottiscono criminali comuni, ragazzine che si abituano fin dalla pubertà a esercitare quel fascino ferreo e volitivo delle orientali, che in realtà si basa su un presupposto teorico ben chiaro: che il maschio sia un troglodita sciocco, da blandire, coccolare, comandare e sgridare come si fa con un animale domestico, perché provare a ragionarci sarebbe fatica sprecata. D’altro canto, non è che i maschietti si sforzino molto di smentire questo pregiudizio…in queste terre, va da sé, un’accettazione pubblica dell’omosessualità è ben di là da venire, mentre una coabitazione pacifica con i musulmani (che fino all’altroieri erano gli invasori, i taglieggiatori, gli schiavisti) è semplicemente inimmaginabile.
Una terra di missione in piena regola, questo sputo di mondo in cima al Maramureș, una terra che ha ferite, che ha bisogni, che ispira un mare di orrenda tenerezza. La famiglia Tinc, che ci dà un tetto sulla testa per la notte del 5 agosto, è un’oasi di luce, di umorismo e di apertura in questo grigiore. Si direbbe che è stata trapiantata qui da un musical di Broadway. I Ministri della nostra Repubblica la bollerebbero, indignati, come “radical chic”...e i Tinc farebbero bene ad andarne fieri.
Il parco auto del paesino è composto da vecchie Dacie Logan traballanti + una Ferrari gialla. Il che la dice lunga sul modello di “sviluppo” che si è affermato qui. A me e a Massi, però, in quel momento importava poco, visto che eravamo definitivamente appiedati.
Un’idea, però, ci era venuta. Ci era venuta giorni prima, mentre chiacchieravamo del più e del meno, tra il sopra e il sotto del letto a castello, disturbati solo dal rumore dei grilli, nella camerata del monastero di Sihla.
“E se andassimo a Budapest?”
Perché no? Distava solo otto ore di pullman da Sighetu, e da lì avremmo potuto prendere un aereo per l’Italia ad un prezzo molto più accomodante. Inoltre, i primi giorni di agosto erano proprio quelli in cui si teneva il famoso festival di musica sulla famosa isola in mezzo al Danubio. Infine eravamo stati ospitati spesso da famiglie della minoranza ungherese, il che ci aveva incuriositi e ci aveva messo voglia di vedere almeno il meglio dell’Ungheria. Valeva la pena di fare un salto oltrefrontiera. Oltre quella contesissima frontiera.
E così, ci preparavamo a lasciare la Romania.
Ma che cosa lasciavamo, di preciso?
Lasciavamo una parte del mondo sconfitta, marginale, tagliata fuori da tutte le dinamiche che contano, inadeguata, lasciata a secco, affezionata alle sue tradizioni e insieme cosciente del suo disincanto. Una terra addolorata e ostinata, umiliata e sprezzante, dove convivono la praticità e la contemplazione, dove ogni ragazzino sa aggiustare un motore o un orologio, ma c’è chi piange ancora sulle icone. Un popolo che ha qualcosa di magico, e che ci somiglia molto di più di quanto immaginiamo. Magari non proprio a tutti tutti noi occidentali, ma almeno a chi di noi si sente un disco rotto di canzoni fuori moda, che la modernità ha scaraventato senza troppi complimenti nel secchio della differenziata. Senza, al contempo, riuscire a deluderlo così tanto da fargli rimpiangere il vecchio mondo con le sue atrocità. Sospesi, né carne né pesce, senza un chiaro destino di fronte: c’è qualcosa, in fondo, che accomuna loro, i contadini che ancora trebbiano con la falce, e noi, i frutti rammolliti di un’istruzione superiore troppo, troppo all’antica.
Questo il bilancio filosofico. Quanto a quello economico, invece, c’era poco da rattristarsi. Se si esclude l’affitto di FedEle, avevamo speso meno di 50 euro a testa in otto giorni e 1.100 chilometri di viaggio.
A Parigi spendevo la stessa cifra per offrire a una ragazza una sola serata.
Il pulmino per “Budapeșta” è un oggetto fantasma. Una leggenda metropolitana, tipo il binario 9 e ¾. Il barista e la farmacista sostengono che passi ogni sera alle 21 davanti al cadavere del vecchio Hotel Corona. Dicono che ha nove posti, che chi prima arriva meglio alloggia. Poi, a Satu Mare, ci travaseranno su un altro pulmino più capiente. Sarà un viaggio notturno e scomodo, ma all’alba ci risveglieremo a Budapest.
In città c’è chi lo fa ogni settimana come pendolare.
Eccolo, sta arrivando, esiste davvero. Saliamo a bordo. Il sole è tramontato.
Domani saremo in un paese dalla lingua impossibile, in cui dovremo dire in inglese persino “Buongiorno” e “Grazie”. Saremo turisti. Stranieri. Intrusi. Saremo sacchi di monete con le gambe. Intorno a noi, risuoneranno le lingue di mezzo globo e gireranno le solite turiste in shorts. Nei “ruin bar” la birra ci verrà servita fredda e alla spina, ci daranno la carta delle palinke, ci spilleranno cifre astronomiche. Faremo la coda alla mostra di Frida Kahlo. Saremo tornati. Al solito andazzo, al solito mondo. E in mezzo a tutti quegli shorts e a tutta quella birra e a tutti quei soldi, soldi, soldi fino a vomitare, di tanto in tanto ci balenerà nella memoria lo sguardo perso e malinconico di Alëša. E con un’ombra di pudore ci domanderemo:
“Che cosa ci direbbe, lui, se fosse qui?”
Hotel Gradina Morii, il mio soggiorno a #Sighetu #Marmatiei, #Romania, scopri tutto-> www.bit.ly/gradinamorii (presso Sighetu Marmatiei)