Vittore Lamberti era rimasto lì immobile, inchiodato alla sedia come se un qualche tipo di gas velenoso gli avesse penetrato le pareti dei polmoni, paralizzandone il respiro e l'espressione del volto. «Ma... cosa...?» Il buio della sala lo opprimeva già da un po'. Stentava a seguire con gli occhi le scene che si susseguivano vorticosamente, confusamente sul palcoscenico. Atti banali, parole retoriche e scontate, reazioni esasperate e imbecilli. Non ne poteva più, ma non erano soltanto la noia o il disappunto a tormentarlo. C'era un'angoscia più grande. La sensazione che qualcosa di brutto stesse per avvenire lì dentro. Poi la vide. Attraversava il palcoscenico a piccoli passi, quasi saltellando, agghindata con semplicità illuminata dallo splendore delle luci di scena. Un corpetto, una parrucca, una passata di trucco sulle guance e intorno agli occhi, scarpe troppo alte; belle, sottili, nude braccia bianche. Sorrideva, mostrando la sua figura esile e acerba agli occhi affamati, insaziabili del pubblico. Poi un'ombra le attraversò per un secondo il viso - sofferenza, forse? - e la sua espressione tornò assolutamente asettica. Lascio cadere le corte braccia lungo il corpo e si irrigidì come un animale impaurito o uno strano soprammobile. Fu allora che entrarono loro. Gli Altri. Da tutte le direzioni, attraversando le tavole del parquet ad ampie falcate, le si avvicinarono da ogni lato, sovrastandola. Lo sguardo di tutti lì su pareva essersi spento. All'improvviso uno di loro le tirò un braccio. Lei non oppose resistenza. Un altro le accarezzò la spalla. Lei non disse nulla. Uno le passò una mano sulla schiena. Lei non mosse un muscolo del viso. Uno si abbassò ai suoi piedi e, sollevandole il vestito, iniziò a stringerle le ginocchia. La sagoma delle pallide cosce vibrava nella luce accecante dei riflettori, fissandosi sulla retina degli spettatori come quella di un prosciutto di fronte a uomini che si rotolavano nel fango della propria ingordigia. Uno le accarezzava il viso, mentre un altro le abbassava lentamente la spallina. Un altro si mise ad annusarla, fissando il naso nell'incavatura del suo collo. Mentre indugiava lì, facendole sentire il fiato fetido e caldo sulla pelle, un altro già le ispezionava i seni. Qualcuno la sollevò da dietro. Altri si abbandonavano lascivamente sui suoi fianchi. I loro occhi si erano ormai nuovamente accesi. Sotto lo sguardo divertito della regista, quegli attori avevano smesso di fingere. Si erano trasformati in quello che erano davvero: bestie, ragazzotti in preda alle ossessioni dei propri spiriti, adolescenti arrabbiati, violenti, perversi. La sua denuncia, forse, non era meno perversa. Aveva creato un meccanismo terribile per poterne mostrare a tutti la mostruosità. Per rendere chiunque parte di quella mostruosità. Per rendere chiunque colpevole di quella mostruosità. Ma in fondo, chi tra quegli uomini lì fuori, sempre impegnati a profondersi in lodi reciproche e celebrazioni del proprio medesimo ingegno, sarebbe stato così attento da accorgersene? Vittore, agghiacciato alla vista di un simile abominio, fissò il suo sguardo negli occhi ciechi di lei. Intravide un riflesso sulla sua guancia che poteva essere una lacrima. Neanche lei recitava più. Non era più soltanto la vittima di quelle mani mai richieste che strusciavano sul suo corpetto, sulla sua gonna, sulle sue braccia, sul viso, sul collo, sul sesso, sui seni. Lei non si sarebbe mai ribellata, perché ciò che la inchiodava lì era l'illusione che tutto quello sarebbe servito a qualcosa. Che l'avrebbe resa diversa. Speciale. Che l'avrebbe liberata. Stava denunciando qualcuno in quel momento? Forse. Sicuramente stava denunciando se stessa. Voleva alzarsi in piedi e urlare. Un leone ruggiva dentro di lui. Ruggiva e attaccava tutte le menzogne, le falsità di chi aveva pensato di combattere le leggi ipocrite della morale, svilendo i corpi, ponendoli al servizio di una satira egoista e superba, degli occhi sporchi di un pubblico laido e guardone. Ebbe paura di diventare così. Di riprendere a scrivere solo per rendere anche gli altri colpevoli di quella mostruosità che iniziava a insinuarsi nelle viscere della propria anima. Per sporcare. Per far sì che nessuno potesse salvarsi. Ebbe paura di guardare nel proprio futuro. «In nome dell'Arte», avrebbero detto all'esterno quegli uomini, «tutto è lecito.» E si sentì nauseato al solo pensiero che l'Arte potesse essere davvero finita in quelle bocche ignoranti, perverse e disgustose di laidi ominicchi di provincia.