"Le storie sono come ragni, con lunghe zampe, e sono come le ragnatele in cui l'uomo finisce aggrovigliato, ma che se le guardi sotto una foglia, nella rugiada del mattino, sembrano tanto belle con quel modo elegante di collegarsi una all'altra, strette strette."
- Neil Gaiman
Se siete arrivati fin qui,
probabilmente è perché state cercando qualcosa.
L'ultima volta che è capitato a me,
cercavo un posto dove stare.
Trovai un libro, una penna e una raccolta di poesie.
Se avete un gran bisogno di perdervi,
siete i benvenuti.
Vi auguro di non trovarvi più.
Il team di Fiabe Storte:
- Glitch, l'autore
- AkitaWolf, la creatrice del nostro fantastico logo
Remember not to get too close to stars:
they’re never gonna give you love like ours.
In un mondo che mondo non è, a tutti gli amanti è concessa la rara fortuna di un curioso destino: essi non vivono una vita ma due, nello stesso istante e nello stesso universo. Non intrappolati e divisi come un’anima in due corpi, ma liberi e completi come due anime in quattro!
È forse una metafora complessa, per chi in un mondo che mondo non è non vi ha mai messo piede. Ma in un mondo che mondo non è, questa metafora non è una metafora. E ciò rende senza dubbio il tutto più chiaro.
In questo mondo che mondo non è, gli amanti (che poi amanti effettivamente sono) hanno due anime ciascuno.
La prima, incompleta, vaga libera per il mondo alla ricerca di avventure. Assetata e indefessa, mai arresta il suo girovagare e la serie interminabile delle sue scoperte. Dai monti del Nepal costellati di variopinti villaggi e popolati di gente dal cuore tenero d’una determinazione dura come uno scosceso sentiero himalayano, agli sconfinati orizzonti dei mari del Nord: lì dove l’acqua risuona di spade, di rotte imprudenti, di giornate che si susseguono ancora lunghe come stagioni. Dalle strade delle metropoli in cui è facile perdersi, nei cui vicoli han trovato riparo coloro che non avrebbero saputo crescere altrove e di questo hanno fatto una forza, imparando a muoversi sinuosi come ombre, efficaci come note d’un blues; alle foreste remote che la “civiltà” dell’uomo ha salvato al massacro e che dell’impronta umana preservano poco più che un ricordo diffidente e ostile.
La seconda anima, pacata e gioviale, non ama quasi mai la fretta. Vive in un luogo che è a un passo da tutto il mondo, ma raramente mette piede fuori dal proprio isolato se non per qualche piccolo e abitudinario rituale. Ad esempio, questo mattino s’è alzato dal letto, si è sciacquato la faccia, ha infilato i calzoni, ha rivolto un sorriso all’edicolante e un altro al barista, ha ordinato un cornetto al cioccolato e uno al pistacchio – da portar via – e al suo letto ha fatto infine ritorno.
Dando un bacio sulla fronte all’anima sua amante, adesso le dice: “Buongiorno tesoro, stamattina ho fatto prima io: so che non accade spesso” e porge cornetto e caffè.
Così passano la vita, queste due anime qui. Tra cornetti e quotidiani lasciati a metà, ad ascoltare e rispettare il ritmo delle stagioni e non lasciarsi mai, eppure desiderarsi sempre. E raccontarsi, giorno dopo giorno, delle meraviglie vissute dall’altra anima propria: quella sempre di corsa, quella in pena. Per dare a quello spasmo d’infinito un senso.
Così trascorre la vita di queste anime fortunate che non hanno rimpianto né d’amore né di libertà, poiché entrambi vivono in maniera perfetta.
E a noi che viviamo in un mondo che è un mondo ma amanti siamo lo stesso, e abbiamo distanze a separarci e sentieri scoscesi che ci allontaneranno, non resta che quest’unico dono. Che allungando la mano nelle notti impietose, il desiderio ci porti a sfiorarci comunque le dita sbiancate dai riflessi lunari. E che si rincontri con la libertà l’amore, nelle mattine in cui – porgendoci caffè e cornetto – diremo ancora: “Buongiorno tesoro, stamattina ho fatto prima io: so che non accade spesso.”
Racconti Interattivi. 60 likes · 50 talking about this. Se per cambiare il destino di una storia bastasse una reaction, avresti il coraggio di assumerti una simile responsabilità?
E se le vecchie Fiabe Storte diventassero interattive?
C’è una casa che non è una casa, dove i corridoi sono fatti di parole e le finestre di ricordi. Nella casa che non è una casa ci sono odori che non sono odori e rumori che non sono rumori, ma soltanto sensazioni. Le tende sono fatte di oblio, le tovaglie di seta, le doghe dei materassi scricchiolano molto.
In questa casa, vi ho incontrato. In questa casa sono sempre stato solo. In questa casa ho scritto, ho pensato, ho idealizzato. In questa casa, voi siete le ladre che vi si sono intrufolate. Ognuna ha rubato un mobile, un’idea, una canzone. E poi l’ha lasciato lì dov’era. Diverso.
Sto finendo le storie. Se le storie finissero, la casa che non è una casa crollerebbe. Ma una casa che non è una casa non può crollare e allora la casa che non è una casa scomparirebbe e basta, come se non fosse mai esistita.
Chi entra qui, vi fa caso solo se viene invitato a prendere il tè. Succede come una sorta di strana magia. Tu sei lì che cammini tranquilla, coi capelli che sfregando compongono melodie nostalgiche (un vago suono di violini e di strazianti canti popolari, per essere precisi), io ti incontro e ti invito a prendere un tè e all’improvviso la casa che non è una casa è non è attorno a noi.
Mi dispiace aver abbattuto quelle belle pareti rosa pesca, aver bruciato i poster e distrutto il giradischi, aver rotto i tubi del riscaldamento che presto qui farà un gran freddo, aver rovesciato il latte e miele sul parquet e perso il mio cappello preferito. Ma avevo bisogno di salire assonnato sui treni e non riuscire ad urlare. Avevo bisogno di avere paura di Dio e degli umani, di riconoscere i miei simili che tornano sfatti a casa al mattino. Nel mondo sono andato, dal mondo son tornato sempre vivo.
Avevo bisogno di sedere da solo in questo stanzino con le pareti tutte uguali, a parlare a una fotografia che è davvero una fotografia e non risponderà. E allora scriverò ovunque il tuo nome il tuo nome il tuo nome il tuo nome il tuo nome il tuo nome vecchie canzoni il tuo nome. Perché a chi serve un Amore, quando in questa stanza che non è una stanza posso coltivare ossessioni e senso di colpa per qualcuno che me ne liberi. Il tuo nome. Me stesso. Il tuo nome. Il tuo nome.
Perché a chi serve un Amore, quando in questa stanza non si può spegnere la luce?
Questa è la prima delle poesie che ho pubblicato con gli amici di Crossing Poetry, nonché l'inizio di una nuova fantastica avventura.
D'ora in poi, pubblicherò sulla mia pagina facebook, appena nata, tutti i miei lavori, nonché sul mio profilo instagram, e sui nuovissimi portali:
Quello su cui siete adesso per la poesia e i racconti.
GLITCH PHOTOGRAPHY per la fotografia.
Le pagine che usavo in precedenza (fb.me/fiabestorte) e fiabestorte.tumblr.com restano il punto di riferimento per quel progetto e non verranno dismesse.
Ringrazio in anticipo chi vorrà accompagnarmi e sostenermi in questa nuova avventura. Tutto questo non esisterebbe senza quelle preziosissime persone che ogni giorno mi spingono a mandarlo avanti.
In poche righe 002 - Rullini, cocktail, succhiotti sul collo
Un rifiuto, forse. Non ne era neppure sicuro. Quello di cui era certo era che si trattasse di un minuscolo intoppo nella sua spregevole ed elegantissima tela. Un calcolo sbagliato, un difetto di produzione terribilmente antiestetico. Insopportabile, imperdonabile. Almeno in quelle ore.
Alla fine, era giunto a compiersi ognuno dei desideri sbagliati che aveva espresso da ragazzino e che un po’ per pigrizia, un po’ per imprudenza non aveva mai trovato il tempo di rinnegare.
Non credere più in nulla.
Non cedere troppo fiato ai pensieri.
Viversi come un corpo in una distesa di altri corpi.
Lasciarsi desiderare una notte e poi rinnegare, mille e mille altre volte ancora.
Rinnegare. Mille e mille altre volte ancora. Rinnegato.
C’era un ultimo filo da spezzare. Le domande. Erano quelle a fargli puntare ancora gli occhi al cielo, di notte. A non lasciarlo sprofondare nella terra, nel suo materialismo. A non renderlo come quegli altri, come quella gente lì che tanto aveva desiderato imitare e che, adesso che lo idolatrava, ogni tanto gli faceva anche un po’ schifo. Le domande. E due, tre canzoni ascoltate di nascosto, di autori che aveva amato e di cui neppure ricordava più il nome. Scriveva, un po’. Non leggeva quasi più. Rinnegato.
Portavano spesso gli stessi braccialetti. Avevano lo stesso modo di reagire di fronte a una fotocamera, a una macchina da presa. Modelle imbarazzate, a volte un po’ banali nelle loro debolezze, nei piccoli desideri che si mostravano da sé nelle foto migliori. Una galleria ampia di corpi, di nudi, di banalità e peculiarità uniche. Di bellezza originale ed evidente, che non aveva mai saputo guardarsi con le giuste lenti. Di sguardi che avevano imparato a mentire, e a farlo bene.
Le domande. Continuava a esser tutta colpa delle domande. Non c’erano più difetti di tecnica. Non un punto messo a fuoco per errore nelle foto, non una parola troppo impacciata negli approcci, non un gesto meno che ponderato nei contatti. Non servivano più motivazioni. I ricordi, pure quelli, avevano smesso di attaccarsi alle immagini, alle note, alle ipocondrie e non pesavano più nulla. Erano irreali, evanescenti, frutto della stessa fantasia, madre e matrigna di tutti i sogni a cui aveva smesso di dare ascolto.
Le domande. Le domande possono ridurre un esteta alla rovina, un artista alla disperazione, un toyboy al rimpianto. Lui di domande se ne poneva ancora. Qualche volta si era chiesto addirittura che sapore avessero in quei tempi i baci degli amanti, quelli veri. E le carezze anche al mattino, le bocche che non sapevano di alcool. Ogni tanto si chiedeva che odore avessero i giardini non toccati dal tabacco.
Lui di domande se ne poneva ancora. Si chiese se sarebbero mai venuto a cercarlo. Poteva darsi. Del resto, era ancora vivo. Del resto.
Su Wattpad è finalmente disponibile il demo di quella che spero sarà prima o poi la RACCOLTA CARTACEA di FiabeStorte.
Una ventina di frammenti, tra racconti e poesie, di un'opera più grande che spero entri presto nelle fasi finali di preparazione.
Nel frattempo, per chi ha qualche minuto da perdere, ogni tanto, la sera, godetevi questa piccola anteprima: https://www.wattpad.com/story/94656931-fiabe-storte
(No, non è necessario scaricare l'app di Wattpad o iscriversi per leggere le storie. Se avete problemi con la visualizzazione non esitate a farmelo presente.)
Perdonerete la mia assenza di questi mesi, ma, tra gli impegni universitari e il trasloco in una nuova città, non mi è semplice curare con la stessa continuità tutti i miei account social.
Ai miei (pochi) lettori sento, però, di dovere una rassicurazione. Non ho smesso di scrivere, anzi. Sto lavorando a un paio di progetti che considero abbastanza grandi e importanti.
Se ne volete seguire gli sviluppi, qualche anticipazione sarà postata qui molto a breve: https://www.wattpad.com/user/AnotherGlitch
Credo di aver appena scritto una cosa enorme. Una cosa che mi ha fatto finalmente pensare che forse tutto questo tempo non è andato del tutto sprecato.
Non la pubblicherò qui. Non adesso, almeno. Non subito.
Ma ritenevo che doveste essere i primi a saperlo.
Vittore Lamberti era rimasto lì immobile, inchiodato alla sedia come se un qualche tipo di gas velenoso gli avesse penetrato le pareti dei polmoni, paralizzandone il respiro e l'espressione del volto. «Ma... cosa...?» Il buio della sala lo opprimeva già da un po'. Stentava a seguire con gli occhi le scene che si susseguivano vorticosamente, confusamente sul palcoscenico. Atti banali, parole retoriche e scontate, reazioni esasperate e imbecilli. Non ne poteva più, ma non erano soltanto la noia o il disappunto a tormentarlo. C'era un'angoscia più grande. La sensazione che qualcosa di brutto stesse per avvenire lì dentro. Poi la vide. Attraversava il palcoscenico a piccoli passi, quasi saltellando, agghindata con semplicità illuminata dallo splendore delle luci di scena. Un corpetto, una parrucca, una passata di trucco sulle guance e intorno agli occhi, scarpe troppo alte; belle, sottili, nude braccia bianche. Sorrideva, mostrando la sua figura esile e acerba agli occhi affamati, insaziabili del pubblico. Poi un'ombra le attraversò per un secondo il viso - sofferenza, forse? - e la sua espressione tornò assolutamente asettica. Lascio cadere le corte braccia lungo il corpo e si irrigidì come un animale impaurito o uno strano soprammobile. Fu allora che entrarono loro. Gli Altri. Da tutte le direzioni, attraversando le tavole del parquet ad ampie falcate, le si avvicinarono da ogni lato, sovrastandola. Lo sguardo di tutti lì su pareva essersi spento. All'improvviso uno di loro le tirò un braccio. Lei non oppose resistenza. Un altro le accarezzò la spalla. Lei non disse nulla. Uno le passò una mano sulla schiena. Lei non mosse un muscolo del viso. Uno si abbassò ai suoi piedi e, sollevandole il vestito, iniziò a stringerle le ginocchia. La sagoma delle pallide cosce vibrava nella luce accecante dei riflettori, fissandosi sulla retina degli spettatori come quella di un prosciutto di fronte a uomini che si rotolavano nel fango della propria ingordigia. Uno le accarezzava il viso, mentre un altro le abbassava lentamente la spallina. Un altro si mise ad annusarla, fissando il naso nell'incavatura del suo collo. Mentre indugiava lì, facendole sentire il fiato fetido e caldo sulla pelle, un altro già le ispezionava i seni. Qualcuno la sollevò da dietro. Altri si abbandonavano lascivamente sui suoi fianchi. I loro occhi si erano ormai nuovamente accesi. Sotto lo sguardo divertito della regista, quegli attori avevano smesso di fingere. Si erano trasformati in quello che erano davvero: bestie, ragazzotti in preda alle ossessioni dei propri spiriti, adolescenti arrabbiati, violenti, perversi. La sua denuncia, forse, non era meno perversa. Aveva creato un meccanismo terribile per poterne mostrare a tutti la mostruosità. Per rendere chiunque parte di quella mostruosità. Per rendere chiunque colpevole di quella mostruosità. Ma in fondo, chi tra quegli uomini lì fuori, sempre impegnati a profondersi in lodi reciproche e celebrazioni del proprio medesimo ingegno, sarebbe stato così attento da accorgersene? Vittore, agghiacciato alla vista di un simile abominio, fissò il suo sguardo negli occhi ciechi di lei. Intravide un riflesso sulla sua guancia che poteva essere una lacrima. Neanche lei recitava più. Non era più soltanto la vittima di quelle mani mai richieste che strusciavano sul suo corpetto, sulla sua gonna, sulle sue braccia, sul viso, sul collo, sul sesso, sui seni. Lei non si sarebbe mai ribellata, perché ciò che la inchiodava lì era l'illusione che tutto quello sarebbe servito a qualcosa. Che l'avrebbe resa diversa. Speciale. Che l'avrebbe liberata. Stava denunciando qualcuno in quel momento? Forse. Sicuramente stava denunciando se stessa. Voleva alzarsi in piedi e urlare. Un leone ruggiva dentro di lui. Ruggiva e attaccava tutte le menzogne, le falsità di chi aveva pensato di combattere le leggi ipocrite della morale, svilendo i corpi, ponendoli al servizio di una satira egoista e superba, degli occhi sporchi di un pubblico laido e guardone. Ebbe paura di diventare così. Di riprendere a scrivere solo per rendere anche gli altri colpevoli di quella mostruosità che iniziava a insinuarsi nelle viscere della propria anima. Per sporcare. Per far sì che nessuno potesse salvarsi. Ebbe paura di guardare nel proprio futuro. «In nome dell'Arte», avrebbero detto all'esterno quegli uomini, «tutto è lecito.» E si sentì nauseato al solo pensiero che l'Arte potesse essere davvero finita in quelle bocche ignoranti, perverse e disgustose di laidi ominicchi di provincia.
Tornai a quella spiaggia con una scatola di gessetti. La prima visita mi aveva innervosito molto ed ero piuttosto accigliato quando vi rimisi piede.
La prima volta. Lo scenario era senza alcun dubbio molto poetico. Seduto sulla sabbia, a gambe incrociate. I piedi scalzi e un taccuino sulle ginocchia. L’alba. O il tramonto, non lo ricordo neanche. Fissavo le onde rincorrersi e assalirsi, ingrossarsi e infrangersi l’una nell’altra in una romantica tempesta di spuma. Mordicchiavo una penna e cercavo parole nuove per descrivere quella scena antica. Mi resi conto che non ce n’erano. Che il mare d’inverno era una fantasia tanto stupenda da divenire banale, abusata. Un saggio pieno di luce una volta mi disse che stupenda era un aggettivo da telenovela. Nella struggente angoscia del momento, lo ringraziai sottovoce.
Tirai un lungo sospiro. Presi una manciata di sabbia e lasciai che i granelli mi sfuggissero con dolcezza dalle dita. Era così bella, così chiara. Troppo chiara. Bianca.
Mi guardai intorno e fu tutto ciò che vidi. Un bianco candore, un vuoto accecante. Ecco cos’era quella spiaggia d’inverno: una pagina asciutta, una canzone vuota. Altro che mare! Tutti quei granelli potevano essere storie, colori, parole. Ma non c’erano piedi a pestarli, non c’era acqua a bagnarli. Decisi che avrei dato loro un volto, una forma. Mi alzai in piedi e scappai via correndo.
Ero tornato. Tirai fuori i gessetti dalla scatola e mi accovacciai sul suolo sabbioso. Cosa avrei disegnato? Un volto, una persona. Ma non ero così bravo. Allora avrei scritto il suo nome. Ma era così scontato, mi sarei sentito la macchietta di un film adolescenziale americano. Presi il cellulare e cercai una di quelle opere inquietanti di McKean. Ma non avevo abbastanza colori e poi, dopo un po’, la vista di quelle realtà distorte e dai tratti oscuri aveva iniziato a inquietarmi. Ci sono corde, in un uomo che sarebbe meglio non toccare mai.
Con le gambe che tremavano e l’espressione vagamente turbata, mi spostai di lì. Non va bene, non va bene. Forse è il posto. Non è questo il posto giusto dove incominciare. Mi allontanai dal mare, seguendo il sentiero che mi avrebbe in qualche modo condotto alle strade e all’asfalto. La sabbia si faceva più rada, più sporca. Calpestai un mozzicone di sigaretta ancora acceso e sentii la pianta del piede che iniziava a scottarsi. Lo sollevai urlando e caddi. Mi guardai intorno confuso. La spiaggia era deserta, chi poteva averlo lasciato lì?
La prima volta che ero caduto su un terreno simile, c’era un sole diverso. Più caldo, più invadente. Il sole vivido e acido degli ultimi giorni di primavera. Ero lì, seduto, con la fronte nascosta tra le ginocchia, ed ero in pezzi. Ero certo di urlare, gridare fortissimo e non mi sentiva nessuno. Attorno a me angoscia, dipinti di morte e macabre immagini di mutilazione corrompevano la matassa dei pensieri. Vedevo le mie parti del corpo andare via. Un piede dalle caviglie insanguinate. Le gambe fisse al suolo, prosciugate di ogni forza. La testa rotolata via, lontano. Le braccia stanche, che con le ultime loro forze tentavano di scuoiarmi il ventre. E il petto. Quel petto pesante, appassito, marcito, raggrinzito. Nero. Quel petto da cui era partita tutta la Corruzione del mio cuore. Urlavo e non mi sentiva nessuno. Persi la voce, le forze, ogni parte del corpo e mi abbandonai lì, attendendo che quello stupido sole potesse almeno consumarmi, corrodermi. Farmi evaporare via, rendere leggero.
Fu allora che lei si alzò dall’angolo di sogno in cui si era rifugiata, con una grazia che mi fece quasi credere danzasse. Come se degli archi avessero iniziato a suonare una canzone dolce, lontano. Pianissimo. Si sedette accanto a me, raccolse quei piccoli abomini con la delicatezza con cui si colgono le fragole nei boschi. Mi prese la testa tra le mani. Perdonò ogni mia sconfitta. E ad un tratto mi ritrovai di nuovo debole, fragile, friabile. Ma integro.
Decisi che neanche quello era il posto giusto e mi avvicinai nuovamente alla riva. Avevo in mente un’opera grandiosa. Avrei fatto specchiare tutto l’universo in quella spiaggia. La vastità del cielo, il candore delle nuvole, la grandiosità dei monti e il verde vivo delle selve. Mi chinai per disegnare tutto ciò, ma mi accorsi che il suolo non era più liscio. Ovunque mi girassi c’erano degli intoppi, dei piccoli elementi di disturbo che il mare aveva lasciato lì a rovinare la mia opera. Non potevo tracciare una linea senza incrociare conchiglie, sassolini, gusci di paguro, ricci e orecchie di mare. Tirai fuori un arancione un po’ sbiadito e, quando fui sul punto di strofinarlo sulla sabbia, un granchietto dello stesso colore si frappose tra me e la mia superficie da disegno, impedendomi di incominciare la mia opera.
Il mio sguardo schizzò al cielo e, affranto, iniziai ad imprecare. Non capivo perché l’universo ce l’avesse tanto con me e col mio tentativo di riempire quella pagina bianca.
«È inutile che continui. Non vedi che non c’è spazio, lì?»
Mi voltai. E vidi che quella frase, urlata da un qualche punto lontano, proveniva da una strana figura seduta sugli scogli: un vecchio, del quale non avevo notato la presenza fino a quel momento. Aveva una barba ispida e poco curata e lo sguardo incrostato di salsedine, fisso tra le onde. Mi avvicinai a lui e gli parlai senza quel timore che mi aveva sempre afferrato nel rivolgermi agli sconosciuti. Gli parlai con naturalezza, come si fa nei sogni.
«Non so da dove iniziare. Questo posto è così vuoto.»
«Vuoto? Ma lo hai visto bene?»
«Sì. Tanto che ho avuto angoscia a guardarmi intorno. È tutto così incolore, così informe, che mi son sentito perso.»
Si voltò a scrutarmi per la prima volta. Ressi per qualche secondo il peso del suo sguardo che si piantava nei miei occhi e poi, come una falena tra le luci della notte, iniziava a vagare impazzito sulla bianca distesa di sabbia.
«Ma come? Non hai trovato lì forse i rifiuti, le cose che la gente non vuole più?» e indicò il punto dove mi ero scottato col mozzicone di sigaretta. «E non erano forse ricordi, quelli che hai trovato lì in mezzo?» Stavolta proprio non capivo come facesse a sapere. «E qui, qui vicino non c’erano forse conchiglie, ricci e tutta la vita che viene dal mare?»
Lo fissai con lo sguardo di chi crede di aver capito tutto della vita. «Ma sono cose insignificanti! Questa spiaggia è vuota, è bianca. Io avrei potuto darle una forma, un volto, un senso.»
Il vecchio non mi guardava più. Si era voltato ancora verso le onde e lasciava che la brezza marina gli accarezzasse il viso, con gli occhi socchiusi. Li riaprì, e perse nel mare lo sguardo di chi sa di non aver capito proprio tutto della vita, ma le cose che contano almeno le ha imparate.
«Credi davvero che sia stato creato tutto per i tuoi occhi? Bisogna farsi piccoli, a volte, per vedere bene. A volte si è troppo lontani, altre volte semplicemente troppo vicini. Bisogna avere gli occhi del paguro, di tanto in tanto. O del granchio. O di un viandante disperato del deserto, di un marinaio che sospira malinconico il ritorno, di un ragazzino che tra le curve della sabbia disegna quelle del suo primo amore.»
«E la mia opera? Che fine fa la mia opera?»
«Hai così tanto bisogno di dare un colore a questa sabbia?»
«C’è rabbia, qui dentro. C’è odio. C’è speranza, c’è gioia, c’è rancore. Ci sono mille storie di cui raccontare, mille mondi fantastici da delineare. Un racconto triste, di struggimento e malinconia. Che fine fa tutto questo, se la sabbia non trattiene i colori?»
«Qui.»
Mi fece segno di sedermi accanto a lui. Mi arrampicai sugli scogli e feci caso soltanto allora a una scatola di pastelli a cera, abbandonata un po’ a se stessa in un angolino e dall’aria piuttosto usurata. Doveva essere stata aperta, molto tempo prima, ma i pastelli all’interno non erano mai stati consumati. Mi fermai su una roccia stretta e livellata.
«Ci provasti anche tu…»
«Hai molte storie da raccontare, vero?»
«Sì.»
«E io ho tempo per ascoltarle.»
«E che si fa se non è il posto giusto? Se non è il momento giusto? Che si fa se le storie sono troppo inconsistenti, troppo disgustose, troppo lontane da questo candore, per insinuarsi tra questi granelli di sabbia?»
«Cosa cerchi?»
Mi fermai a riflettere un attimo. Una domanda così inaspettata meritava una risposta sincera.
«Un’alba che sappia perdonare e un frammento di cielo ancora libero dal tempo e i suoi peccati.»
Non rispose, ma curvò piano la bocca in un sorriso paterno.
«Qui è tanto bello, lo so.» gli dissi. Cercavo le parole con difficoltà: «Ma che si fa se qui non ci si sta più?»
Mi feci accanto al vecchio e lui mi indicò le onde.
«Il mare?»
«Il mare è un buon posto per partire.»
Gli occhi spenti, cupi, confusi. Lo sguardo allucinato e perso nel vuoto.
Iniziò a ripercorrere le strade, gli incroci, tutti gli sbagli che aveva commesso.
Quello era il palo a cui mi appoggiai la prima volta che. E quello il marciapiede del mio ultimo. Da quella finestra gettai quella sigaretta che. Batteva tratto per tratto ogni metro di asfalto, ogni facciata di edificio, ogni mozzicone gettato per terra. E continuava ad accelerare, sulla fitta rete di traiettorie sottili ed eleganti del suo percorso. Come se volasse o scivolasse sul terreno, con il corpo che si faceva sempre più vento, la testa più cielo. Era veloce. Leggero. Lontano.
«Ma che, piove?» chiese la signora che gestiva la tabaccheria, posando un pacchetto di Gauloises Rosse sul bancone.
«Ma che adda’ chiovere, signora?» rispose un vecchio dall’aria stranita, con la schiena poggiata all’ingresso del negozio e il naso che spuntava all’infuori, sotto la pioggia. «Nun chiove ‘cca. Chiove a Surriente…»
All’inizio non capii. Mi girai a guardarlo meglio, mentre ripeteva quelle parole. Ancora e ancora. Nessuno parve farci caso. Aveva un cappellino sbiadito e un paio di occhi grigi che forse desideravano raccontare molto più di quanto qualcuno sarebbe mai stato in grado di ascoltare.
All’improvviso anche la signora del negozio sembrò risvegliarsi dal suo torpore e lo incalzò: «Ma io ho visto che piove!»
Non rispose subito. Fece un passo verso l’esterno, lasciando che le gocce di quella fine pioggia primaverile gli bagnassero la giacca sudicia. «Chest’ è acqua passata.»
Si voltò verso di noi, quasi ridacchiando. «Chest’ è acqua passata, pajsà. Acqua passata.»
Succedeva da due anni, almeno. Due anni che tornava a dormire e lei era sempre lì che lo aspettava, seduta sul letto a gambe incrociate. Due anni che lo osservava arrivare con uno sguardo tra lo smaliziato e il compassionevole, tra l’amante e la madre. Due anni che ogni notte scoprivano di desiderarsi quanto la prima e all’alba riaprivano gli occhi stanchi, con occhiaie profonde, senza avere dormito.
La cosa lo sorprendeva. Fino a poco tempo prima, non avrebbe mai creduto di poter possedere una simile costanza nei sentimenti o nel desiderio d’una donna. Erano passati otto anni da quando diceva di aver perso l'unica donna che avesse mai amato e sapeva benissimo quanto il periodo che ne era seguito non fosse stato affatto semplice da affrontare. Ci era riuscito, facendo leva sul suo orgoglio e assecondando le sue paure. Aveva avuto molte altre relazioni, accomunate forse soltanto dalla loro essenza breve, intensa e poco impegnativa.
Di potenziali compagne di vita, insomma, era arrivato a conoscerne di ogni tipo. Dall’irrecuperabile anticonformista, che voleva vivere la sua commedia di vita col palco montato al contrario, alla ragazzina viziata in cerca di un’avventura e niente più. Dalla narcisista mai paga di complimenti, soddisfazioni e regali, all’anima smarrita e insicura che desiderava soltanto certezze e non ne aveva mai abbastanza. Dalla seduttrice più subdola e letale alla bambina più ingenua e innocente. Da quella che detestava tutte le altre donne sul pianeta a quella secondo cui la partenogenesi avrebbe dovuto essere un diritto federale.
Quanto alla prima, quella dopo cui erano venute tutte le altre, senza la quale tutte le altre non avrebbero potuto esistere, non se ne sapeva molto. Quelle rare volte che ne parlava, aveva un tono grave, come se stesse parlando di un caro defunto e mai del tutto dimenticato. Nessuno sapeva come fosse finita, in realtà, quella storia che a tutti era sembrata immortale. Nessuno aveva idea di che fine avesse fatto lei.
Conobbe Christine alle soglie dei ventotto. Per quanto gli costasse difficile ammetterlo, gli piaceva molto. Faceva parte di quel ristrettissimo novero di persone, cui Madre Natura aveva concesso una frizzantissima vitalità, non paragonabile a quella dei comuni mortali. Accorgersi di questi individui è semplicissimo: è necessaria, infatti, la loro sola presenza a sollevare il morale di chiunque abbiano intorno, ad alleggerirle, a far loro dimenticare qualsiasi forma di dolore.
Nel suo sorriso ritrovava una qualche forma di diroccato paradiso, nel suo sguardo quell’inferno che avrebbe sempre voluto visitare da turista. Perché, si sa, le città più belle da vedere sono quelle in cui è più difficile restare a vivere.
Per quanto gli costasse difficile ammetterlo, gli piaceva molto. E fu per questo che fu particolarmente meticoloso nell’applicare il suo protocollo con lei. La “regola del tre”, che gli aveva insegnato quella meravigliosa creatura del Tomáš di Kundera. E poi tutto ciò che aveva imparato dai libri dei suoi meravigliosi personaggi estetizzanti e dagli affascinanti personaggi dei polizieschi di provincia. Non affezionarsi mai.
L’interessamento reciproco si era presto trasformato in aperto corteggiamento. Il corteggiamento in una frequentazione abituale. La frequentazione abituale nella lusinga di lui e nell’amore di lei. La prima volta che avevano dato coronamento a questo strano intreccio di chiacchiere e passione, lo avevano fatto in una macchina, nel parcheggio di un grande centro commerciale, a orario di chiusura. Un reggiseno posato sul cruscotto da una mano frettolosa e una leva del cambio piantata dentro la schiena di lui, poco più dietro. Era stato un momento così squallido e basso che continuarono ancora, ogni volta che ne ebbero occasione. Erano liberi di continuare, sempre con la medesima certezza: per quanto spiacevole, ogni volta non poteva andare peggio della prima.
Ci fu una volta, però, a casa di lui, che fu davvero meravigliosa. Era una fredda mattinata di una corta giornata d’inverno e per giunta era così tardi che non ebbero neanche il tempo di spogliarsi del tutto. Ma si amarono con una passione e una intensità tali da ricordargli quelle volte, in cui, ancora poco più che adolescente, modellava tra le dita il corpo del suo giovanissimo amore e lo baciava con un’impudenza e un’urgenza che erano quasi timore reverenziale. Quella dolce creatura che aveva perso otto anni prima.
Avevano fatto l'amore una volta soltanto e lui se n'era comunque accorto dopo. Quando tutto intorno era così volgare che avevano giocato a trovare qualcosa da salvare. Ricordava il suo corpo tra le sue braccia, quando avevano finito di cercarsi. Nuda, inerme, dolcissima. Tenera nelle sue curve, nei suoi modi. Al riparo, tra le coperte con lui, il sesso imbarazzato e nascosto. Un fiore di papavero dai petali sgualciti.
Una sera che guidava verso casa sua, con Christine che si apprestava a sonnecchiare sul sedile del passeggero come al solito, si accorse di non aver fatto caso neanche a una parola del discorso che questa gli aveva rivolto appena pochi minuti prima. E questo non può essere un male, si disse, se la voce che le ha pronunciate mi ha rapito al punto tale da far perdere persino le proprie stesse parole di senso. Quella sera, per una volta, anche lui aveva parlato a lungo. Le aveva raccontato delle sue preoccupazioni, delle sue paure più o meno grandi. Lei aveva capito o, quanto meno, ci aveva provato e si era mostrata comprensiva. Non che questo gli rendesse più lieve il timore di morire da solo, senza che nessuno se ne accorgesse. Ma quanto meno sapeva che, quando la polizia dopo tre o quattro giorni avesse ritrovato il suo cadavere ormai in via di putrefazione, riverso nel proprio vomito e nel proprio piscio, una persona disposta a ripulirlo per il funerale ci sarebbe stata. Magari avrebbe usato dei guanti. O magari avrebbe chiamato qualcuno per farlo al suo posto. Però almeno sembrava avere una parvenza di buon gusto nel vestire e gli avrebbe garantito un abbigliamento dignitoso quando tutte le persone nella camera ardente avrebbero concentrato la propria attenzione su di lui.
Arrivò a casa sua, proseguì dritto e svoltò dietro l’angolo. Era una vera fortuna che Christine abitasse così vicino. Potevano ritrovarsi per fare colazione ogni mattina e darsi la buonanotte abbastanza tardi, la sera. La salutò anche quella volta, seguì lo stesso percorso che aveva fatto poco prima all’indietro e si ritrovò davanti casa sua. Girò la chiave nella serratura.
Erano due anni che faceva l'amore ogni notte con la stessa donna.
Due anni che tornava a dormire e lei era sempre lì che lo aspettava, seduta sul letto a gambe incrociate. Due anni che lo osservava arrivare con uno sguardo tra lo smaliziato e il compassionevole, tra l’amante e la madre. Due anni che ogni notte scoprivano di desiderarsi quanto la prima e all’alba riaprivano gli occhi stanchi, con occhiaie profonde, senza avere dormito.
Faceva l'amore ogni notte con la stessa donna, finché l'oscurità non ritirava dal suo corpo le sue lunghe braccia. Tornato il giorno, le ombre sparivano, tornavano al mondo che loro competeva. Quello della notte, del sonno, della morte.
Faceva l'amore ogni notte con la stessa donna, finché l'oscurità non portava via con sé anche il ricordo di qualcosa che forse non era stato mai.
A prima vista, il mare notturno potrebbe sembrare un'unica compatta distesa di nerapece. Quando si spegne anche l'ultima luce del crepuscolo, ecco che le onde possono tornare a fondersi con le pieghe del cielo, mentre l'orizzonte scompare, lasciando il mondo avvolto da un'unica cupola stellata. Quali siano davvero stelle e quali i loro riflessi nell'acqua poco importa allo sguardo felice e distratto di due amanti che siedono abbracciati su un molo, ad ammirare la luna che sembra sorridere ai loro sogni di gioventù.
Ma il mare notturno serba anche l'ombra di un altro sorriso; un sorriso silenzioso e discreto, che solo le onde intravedono nell’ombra e nessun altro sarà in grado di raccontare o ricordare: quello malinconico dei pescatori. Per questi indefessi uomini di mare, quella distesa di pece trapunta di stelle ha un sapore del tutto diverso. Di notte non serve aprire gli occhi per vedere i raggi della luna che guizzano leggeri tra le onde, come pesciolini che si lasciano andare in acqua per i loro primi brevi viaggi, sotto lo sguardo affettuoso della madre. Non serve sforzare le orecchie, ormai infiacchite da qualche inverno di troppo, per percepire il lieve fruscio dell'acqua che accarezza il legno della barca.
E poi i pescatori hanno qualche stella in più. Qualche stella che ha la forma della sagoma lontana di una lampara stanca e sbiadita. Nelle cupe e solitarie notti di pesca, le lampare non sono soltanto faretti che illuminano il cammino delle barche dei pescatori. Sono un segnale, un grido di solidarietà. Un modo, silenzioso e diretto, come si addice a uomini di questo tipo, di dire: “Ricordati che non sei solo questa notte.”
A volte mi son chiesto come si riesca a condurre una vita del genere. Come si possa resistere per nottate intere senza lasciarsi prendere dallo sconforto di fronte alla solitudine più assoluta, con la compagnia soltanto di qualche vecchio canto malinconico, che ha già scaldato l'anima ed il cuore di molti altri pescatori venuti prima di sé. Poi ho ripensato alla faccenda delle lampare. Al cuore che si scalda all'improvviso per la consapevolezza di non essere più solo, al pensiero che corre immediatamente ai propri cari, ai figli che dormono tranquilli nei propri letti e riaccoglieranno la mattina il loro padre stanco con abbracci festanti e qualche capriccio di gioventù. E ne ho concluso che il pescatore, come il poeta, non augurerebbe la propria vita a nessuno, ma in fondo per se stesso non ne sceglierebbe nessun’altra.
Gli occhi di Niccolò erano abituati ormai da anni all'oscurità della notte. Le luci della strada, soffuse e lontane, avevano come sempre un non-so-ché di malinconico. Le finestre scure degli edifici lo informarono che era probabilmente l'unica persona sveglia in tutto l'isolato.
Sua madre e suo padre dormivano beati nella stanza accanto, liberi, almeno per qualche ora, dagli affanni della giornata. Eppure c'era qualcosa che teneva Niccolò ancora sveglio e lo spingeva a premere il naso contro la fredda superficie della finestra di camera sua, per esplorare con lo sguardo quelle vie già battute più volte in così tante notti di insonnia.
Ma è solo quando ciò che si stava aspettando arriva, che possiamo renderci conto di cosa stessimo effettivamente aspettando. Fu questo ciò che successe anche a Niccolò quella sera.
Dapprima si trattava soltanto di un flebile gemito di luce, poi un paio di luminose macchie verdi andarono facendosi pian piano spazio nell'oscurità.
A piedi scalzi, cercando di attraversare silenziosamente il parquet di casa sua, Niccolò salì le scale che portavano alla soffitta e aprì la finestra, in attesa dell'arrivo della sua ospite.
Erozia scivolò dentro come un'ombra e si sedette nell'angolo della stanza opposto rispetto a dove si trovava ora il ragazzo. Era esattamente come la ricordava, non fosse stato per le due grandi e nere ali da pipistrello che le spuntavano adesso dalla schiena. Ma magari si trattava soltanto della sua immaginazione. A tutti, in fondo, le cose appaiono sempre come ci si aspetta che appaiano. I suoi occhi quella sera erano più verdi degli smeraldi più belli che avesse mai immaginato nelle sue poesie e brillavano nell'oscurità come un paio di lampare incantate. Anche i suoi capelli sembravano di un rosso più acceso, come se una fiamma fosse avvampata nelle loro stesse fibre, ma anche questa era solo un’impressione. La scarsità di luce rendeva impossibile individuarsi con certezza quella sera.
Senza dire una parola, Niccolò scivolò al suo fianco. Da vicino i suoi occhi sembravano lucidi, come se avesse smesso di piangere da poco.
«Sono giorni e notti che continui a chiamarmi…» esordì lei, in un sussurro. Il ragazzo non si sentì di negarlo. Sapeva che, pur non avendo mai esplicitamente espresso il desiderio del suo ritorno, lei era in grado di sentire il richiamo che veniva dal suo cuore.
«Dovresti avere paura di me, temermi… Soprattutto adesso che conosci la mia vera natura…»
Niccolò restò in silenzio.
«Da quando il mio potere su di te è diventato tale da poter vincere persino la tua ragione? Sei stato così forte da invocarmi e ora non hai né la forza di sconfiggermi né quella di piegarmi al tuo volere. Eppure, tu non sei un ingenuo e se ti privi di questo potere è soltanto per tua stessa volontà.»
Gli occhi di Erozia e del suo giovane amico si fissarono per qualche secondo gli uni negli altri. Fu sempre lei a interrompere il silenzio.
«Conosci già la risposta alla domanda che stai per pormi, eppure non avrai pace finché non sarò io a dartene conferma. Parla, cosa mi vuoi chiedere?»
Niccolò parve esitare. Nella sua mente, aveva già riformulato più volte la sua domanda, prima di rivolgersi alla creatura che gli stava accanto: «Un demone può… amare?»
«No. I demoni nascono dal male e ne sono incarnazione. Sentimenti come l'amore ne intaccherebbero l'essenza di creature pure. Solo le creature di mezzo o d'ombra come voi uomini sono capaci di provare sentimenti contrastanti al medesimo tempo.»
Niccolò si alzò in piedi, mosse qualche passo incerto e andò a sedersi accanto alla finestra della soffitta. Dal cielo la luna lo osservava, pallida e lontana, mentre lui si perdeva ormai nella malinconica follia dei suoi pensieri.
Una mano piccola e leggera gli si posò sulla spalla.
«Sai cosa sono io, Niccolò?» lo incalzò Erozia, seppur con delicatezza.
«Un demone.» rispose lui, asciutto.
«Questo lo so. Ma più specificatamente? Ti sarai fatto un'idea.»
«Una Succubus, credo. L'incarnazione dei miei desideri. La proiezione fisica e psicologica dei miei bisogni di affetto, di comprensione, di avventura… di amore.»
«Be’, non ci sei andato affatto lontano. E avrai anche capito che è in questo che sta la differenza tra me e quegli altri… come me, ecco. Seppur fallace, io sono la proiezione di un bisogno di amore e non posso farti del male, se non quello che mi è imposto dalla mia natura stessa. Ma questo, mio Niccolò, è il male che ti compi da solo nel non decretare la mia distruzione. Non posso recarti dolore volontariamente, ma sono comunque portatrice di tutta la sofferenza dei desideri voluttuosi e irrealizzabili. Questo lo capisci, vero?»
Il ragazzo continuava a guardare fuori dalla finestra, apparentemente immerso nei propri pensieri, ma sicuro di non aver mai prestato attenzione alle parole della ragazza come in quel momento.
Tutto ciò non aveva alcun senso. Perché lo stava avvisando del pericolo che correva? Se non poteva amarlo, ciò voleva dire almeno che non gli volesse del male?
Erozia si pose dinanzi a lui, con la luce della notte che seguiva la sua silhouette da ragazzina ancora acerba. Il suo corpo era a pochi centimetri da quello di Niccolò, permettendo a entrambi di percepire l'attrazione e la tensione che si andava creando, imponente e delicata, tra di loro. La sua ultima frase fu un sussurro: «Finché ci sarò io, tu non potrai amare nessun'altra, Niccolò. Questo lo capisci, vero?»
Senza dire niente, i corpi dei due amanti si strinsero vicini nella notte, come nelle cantilene malinconiche di qualche vecchio pescatore. Con le mani si cercavano ansiosamente, come se avessero paura di perdersi ancora. I loro occhi, fissi gli uni negli altri, si chiusero e in un flebile sospiro le labbra si incontrarono in languidi baci.
Un nuovo sussurro e lei scivolò via nella notte, come un'ombra o come il sorriso confuso e ferito di un amante abbandonato.
«Vedi, piccola mia, il mio problema è che ho incontrato troppe persone che si sono proposte come mete, punti di passaggio o luoghi di pellegrinaggio per i miei pensieri. Ma immagino che non sia questo ciò di cui avessi bisogno.»
I suoi capelli - corti, leggeri e un po' indisponenti come lei - mi si erano accoccolati sulla spalla, nascondendo quegli occhietti vispi che sapevano intrecciarsi meravigliosamente a ogni mia piccola debolezza.
«Quello di cui avevo bisogno era un compagno, qualcuno che sapesse stare al mio fianco dopo ogni chilometro al vento, qualcuno che condividesse i pericoli e le scoperte, le insidie e le vittorie.»
«Avranno avuto paura.»
Mi guardò, con uno di quegli sguardi che avevano già in sé decretato la mia sconfitta. D'improvviso, tutto era più chiaro e lineare. Avevano avuto paura, doveva avere ragione.
«Be', non sarebbe stato un problema. Sai tutta quella storia che i viaggiatori non hanno mai paura? Be', è una cazzata. I viaggiatori hanno paura. Sempre e costantemente.
Quando ogni giorno è un'avventura la routine scompare, ogni azione - anche la più piccola - è una scoperta e non sai mai cosa ti riserveranno gli istanti successivi. La sicurezza nei propri mezzi c'è, è ovvio. Ma c'è anche la consapevolezza della propria limitatezza di fronte all'infinita maestosità del Fato.
E allora ecco che tutto il Futuro è un buco nero, un orizzonte verso il quale guardare con un atteggiamento di curioso terrore, pronti a morire soltanto in un profondo atto di vita.»
Erano belle parole per uno che a stento aveva messo il naso fuori dalla propria città. Poi lei mi guardò, e nei miei occhi vide i posti che visitavo ogni giorno di notte. E io compresi di aver trovato ciò che cercavo da sempre.
La luce di un vecchio lampione sfrigolava nel silenzio della notte di quella cupa stradina di città. Due ragazzi avevano deciso di scampare allo stress incessante della recita sociale truccando le regole del gioco, muovendo le pedine a modo loro.
«Non ci sono molte stelle in cielo stasera, eh?»
Non era sempre facile trovare le parole giuste da usare, ma le orecchie degli esseri umani sono ormai così chiuse, così disabituate all’armonioso silenzio dell’Universo, che restare zitti sembrava una prospettiva imbarazzante, quasi fuori luogo.
«Ci sono tutte, invece. Il fatto che noi non siamo capaci di vederne non vuol dire che siano scomparse.»
«Ecco, vedi? Devi sempre fare il pignolo su tutto.»
I due ragazzi restavano stesi per terra, gli occhi puntati verso il cielo, come si fa spesso in questi casi. Le orecchie erano attente, pronte; quasi come se il terreno si fosse fatto portatore di verità dimenticate dall’uomo e fosse stato sul punto di rivelargliele da un momento all’altro.
«Non si tratta di pignoleria, c’è una bella differenza!»
Le braccia dei due erano riverse ai loro fianchi, un po’ troppo lontane per toccarsi. Le mani si tenevano strette soltanto col pensiero.
«Sei drammatico, come sempre.»
«È un vezzo di noi autori. Dovresti saperlo bene, tu.»
«Lo so, infatti.»
Provare ad assaporare l’odore della serata era sorprendentemente difficile. L’olfatto tradisce, gli odori si scordano, specie quando tutto il resto è troppo importante.
«Ogni tanto penso a come dovesse essere il cielo decine, centinaia di anni fa. Immagino i nostri antenati e le chiome smeraldee della Via Lattea che vegliano sul loro operato. E poi ci siamo noi, coi nostri cieli così vuoti...»
«Abbiamo sbagliato qualcosa.»
Di guardarsi negli occhi non se ne parlava neanche. Era successo poche volte da quando si conoscevano. Lui aveva conosciuto le anime di molte persone e non temeva più di tanto le loro contraddizioni, lei non riusciva a vedere quasi più niente. Entrambi temevano il proprio, di vuoto, e alla fine era sempre lei la prima a distogliere lo sguardo.
«Già. Il fatto è che, come al solito, abbiamo chiesto troppo. Abbiamo costruito strade, lampioni, città. Ci siamo imprigionati nelle nostre proprie catene e, per forgiarle, abbiamo rubato la luce alle stelle.»
«Dovresti davvero smetterla di credere di far colpo su di me con queste frasi a effetto.»
Aveva un tono molto serio e il calore di chi dice una bugia.
«Non si tratta di semplici frasi a effetto. La nostra aria è satura di una luce artificiale, che obbedisce al nostro comando e ci impedisce di vedere tutto il resto. Le meraviglie del selvaggio, del naturale, della potenza al di fuori della nostra volontà…»
«Parli così soltanto perché consideri la tecnologia una cosa normale e la natura una realtà quasi ignota. Se le cose fossero al contrario, saresti affascinato più dalla luce artificiale che dal monotono spettacolo delle stelle.»
«Forse. Non lo escludo. Tuttavia non credo. C’è qualcosa nella natura, in questo universo in cui noi viviamo, che rende tremendamente affascinante tutto ciò che non è stato da noi esseri umani direttamente concepito. Ogni creatura, ogni evento, ogni fenomeno è così ‘diverso’, così ‘meraviglioso’, così ‘giusto’ all’interno del teatro della vita da farci dubitare persino della nostra realtà, all’interno della maggiore perfezione universale. Mi segui?»
«Più o meno. Domattina probabilmente non seguirai neanche più tu il filo di questi deliri notturni, lo sai?»
Sorrisero e incrociarono l’uno lo sguardo dell’altra per un attimo. Era passato un mese, un mese esatto da quando un simile scontro di occhiate li aveva fregati. Lo sapevano entrambi. Lo ricordavano, lo ricordavano anche adesso che sembravano così lontani.
«Ancora poche ore e l’aria si tingerà di rosa. È incredibile quanto poco duri questa notte, che pure sembra così immensa e profonda.»
«Le albe mi spezzano il cuore, lo sai.»
«Lo so. Ne ho paura anch’io, e non per l’ombra dei ricordi che pure ti si dipingerà in faccia come una maschera. A quella sono abituato.
È che la luce riscalda, ma se è troppo forte dissolve. E i miei demoni più oscuri, che tanto a lungo aspetto durante il tiepido giorno, non sopravvivono alla luce del Sole. Cosa succederebbe se scomparissero e ci trovassimo vuoti? Se il tempo passasse, le stagioni si susseguissero e noi continuassimo a trovarci rinchiusi, imprigionati in un eterno presente?»
«È per questo che sei andato via, vero? È per questo che siamo fuggiti…»
«La nostra alba arriverà, dissolverà le ombre e forse apriremo gli occhi e saremo ancora in tempo per scoprire chi siamo.»
«E fino ad allora?»
«Fino ad allora le stelle sono lì e, per quanto ciechi noi possiamo essere, loro continuano ad esistere, a guardarci, a sorriderci e a scaldarci.»
Si voltarono e si guardarono di nuovo, appoggiati sui gomiti e su qualche speranza infranta, e riuscirono a stento a trattenere un altro sorriso. Ristettero così per qualche secondo, poi la voce nacque da sola chissà dove, le labbra si mossero all’unisono:
«Ora, però, svegliamoci davvero.»