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*🌚 #SoleNero 🌚*
Poi tuo nipote dice guarda zia ho fatto il sole nero e tu già lo vedi impellicciato e pittato che corre per la piana!! #ilbellodifarelazia #lamiavitaèdifferente #larpmoments #solenero
“Sole Nero”
Video created by Francesco Colin
COLIN Francesco
Master MIM – 2015/2017
Università Ca’ Foscari
Sole Nero
Fatema Mernissi, Fatna El Bouih, Abdellatif Zrikem, Aziz El Ouadie, Nour-eddine Saoudi
Il libro è composto da una raccolta di quattro brevi e diverse narrazioni, accompagnate da un’introduzione che ha lo scopo di dare armonia a quattro voci che cantano in nome di uno stesso popolo, nello stesso buio periodo storico – gli anni di piombo del Marocco. La raccolta è stata composta da racconti in lingua araba, che sono stati solo successivamente tradotti in italiano.
L’introduzione è ad opera di Fatema Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina, che ha militato per la gran parte della sua vita per la promozione delle relazioni culturali tra i paesi del Mediterraneo e per dare voce al popolo marocchino. Gli altri autori - Fatna El Bouih, Abdellatif Zrikem, Aziz El Ouadie e Nour-eddine Saoudi –, seppur tutti con le loro specificità, condividono un duro passato da detenuti politici che hanno sofferto profondamente per quello in cui credevano e che ora si stanno impegnando per raccontarlo al Marocco e ai marocchini del giorno d’oggi. Questi autori hanno deciso di lavorare attivamente perché fosse scritta una pagina della storia del loro paese che rimanga nella memoria del suo popolo indelebilmente, in lingua araba.
“Cosa posso fare per curare questa ferita se non scrivere?”
Il primo momento del libro è un memoriale di Fatna El Bouih, dove la narratrice racconta la sua esperienza di detenuta politica, dalla cattura improvvisa e nei momenti chiave di quei cinque anni che ha passato come prigioniera politica. Tutta la ricostruzione è estremamente vivida e ripassa in dettaglio sia i momenti più difficili che quelli pieni delle emozioni più gioiose e, in particolare, si concentra sull’esperienza personale dell’autrice nei vari istituti dove è stata detenuta. Dalle torture subite nelle prigioni clandestine al paradossalmente ‘più piacevole’ tempo passato nelle carceri ordinarie, dai momenti in cui la costanza dell’autrice è sembrata vacillare ai momenti in cui traeva la maggior forza per resistere, questa prima storia racconta con incredibile durezza del modo in cui una studentessa ha passato quegli anni che dovevano essere per lei un fiore da celebrare. La particolarità e la forza di questa narrazione stanno nella descrizione di come questi anni studiati per piegare l’animo dell’autrice e di tanti altri detenuti politici sono stati in realtà ciò che ha permesso di far trovar loro la forza di resistere a tutti i soprusi che hanno subito in prigione e di dar loro la forza, non solo di sopravvivere all’esperienza, ma effettivamente di rinascere dopo la vita in prigione. “[…] non avevo nessuna intenzione di apparire debole perché non volevo tradire la forza della donna che era in me” dice l’autrice, sottolineando che la ragione per la quale lei e alcuni dei suoi compagni e compagne sono riusciti a resistere ad un tale periodo di ingiustizie e torture è stata proprio perché non volevano tradire ciò in cui credevano, ciò che loro erano veramente.
“Soprattutto ci ritornammo perché le nostre difficili riunioni ci liberavano dallo spettro del vuoto e dal male che viene dal chiudersi in sé stessi.”
Nel secondo momento del libro l’autore Abdellatif Zrikem descrive attraverso vari racconti la sua esperienza all’interno delle varie istituzioni detentive in cui si è trovato, e lo fa in maniera più velata, a tratti metaforica, senza però privare il lettore di alcuni particolari che riportano l’esperienza carceraria in primo piano. In questi racconti, l’autore non si concentra tanto sulla sua esperienza personale quanto sulla sua percezione di ciò che lo circonda, e di ciò che l’ambente circostante gli fa provare. Sembra quasi che nell’incapacità di poter vivere le libertà, le curiosità e le fantasie della vita da uomo libero, l’autore viva ciò che lo circonda come una grande proiezione di quella che potrebbe essere la sua vita fuori dal carcere. A più riprese, tuttavia l’autore sembra tradirsi, facendo riferimenti casuali ma precisi, parlando di momenti veri della vita in carcere e rompendo momentaneamente lo stato quasi idilliaco costruito attorno e dentro le sue grandi metafore. I momenti della vita vera sembrano articolarsi attorno a queste grandi interpretazioni e grandi sogni dell’autore, che però non fanno a meno di scontrarsi, ripetutamente, con la sua realtà.
“Aneddoti e battute sono il sale della vita. / E la vita come il cibo / senza sale non avrebbe gusto”
Il terzo momento del libro, scritto dall’autore Aziz El Ouadie, si presenta come una raccolta di aneddoti e battute che, nel raccontarti la vita di un detenuto politico, non riescono a non strapparti un mezzo sorriso. L’elemento cruciale qui è che la serie di aneddoti non prescinde dal raccontare una storia, dal testimoniare, e anzi ti sorprende quando meno te l’aspetti nel darti una visione chiara, precisa e di estrema durezza di quale sia la vita all’interno di quelle prigioni, in quegli anni. Questi aneddoti si rivelano come un’arma stupefacente di trasmissione di sensazioni, messaggi e immagini in un modo che colpisce il lettore in maniera incredibilmente efficace e, soprattutto, inaspettata.
“Ma non abbiamo forse il dovere di proteggere coloro che agiranno in futuro?”
Nour-eddine Saoudi si lancia, in quest’ultimo momento del racconto, in una ricostruzione storica di rara bellezza. L’analisi è sintetica e lucidissima e la decisione di metterla dopo tutti i racconti fa ripiombare il lettore nel mondo vero e apre gli occhi sulla misura in quanto tutto quello appena letto sia vero, attuale e che ciò debba essere raccontato. Una ricostruzione di questo tipo e fatta in questo modo situa perfettamente il lettore nel contesto geo-politico della situazione e sottolinea nuovamente l’importanza della narrazione degli elementi storici che fanno da contesto a ciò che viene letto sopra.
“La porta è sempre aperta.”
“La porta è sempre aperta” è un verso dell’ultimo aneddoto del terzo momento del libro che rappresenta perfettamente tutte le sensazioni di un lettore che fa il suo primo passo in questo mondo nuovo. La prigione per tutte queste persone rappresenta uno spazio che non è spazio e un tempo che non è tempo. La loro testimonianza diretta ci dimostra come una persona si debba rapportare a questo spazio nuovo (“quello che non c’è è il prigioniero / dice il proverbio: / “chi entra sparisce / chi esce rinasce”) che non riesce ad essere metabolizzato e razionalizzato come spazio e, allo stesso tempo, si debba rapportare ad un tempo che non passa mai e deve assolutamente essere occupato.
Ogni autore si riscopre una persona nuova e diversa durante e alla fine dell’esperienza della prigione, che viene gestita e metabolizzata in modi radicalmente diversi, ma tutti uniti nell’elemento della resistenza e della fede nei valori per i quali stanno vivendo quelle esperienze tanto brutali. Quello che in realtà succede, è che dopo aver letto questo libro anche il lettore compie un percorso e si trova diverso – anche solo un po’ – da come quando l’ha iniziato, celebrando l’altra rinascita: la liberazione del lettore attraverso la conoscenza di queste storie e la rinnovata voglia di battersi per quello in cui si crede.
Perché, in fondo, la porta è sempre aperta…