L’ultimo anno delle elementari si tenne a scuola un torneo letterario, per cui nel corso dei mesi le maestre diedero da leggere ad una giuria selezionata di bambini indaco (fra cui ovviamente anch’io) una discreta serie di libri di narrativa, comprendenti opere dall’indiscutibile valore quali Il bambino sottovuoto della Nöstlinger (adorabile), L’occhio del lupo di Pennac, La nonna sul melo, il curioso Cara Susie caro Paul dell’onnipresente Nöstlinger, Il mistero del cane di Mario Lodi, Mio nonno domatore di leoni, un altro libro della Nöstlinger su cui mi fissai credendolo il libro della mia vita ma che non riuscii mai a leggere e tanti altri titoli che adesso non ricordo. Alla fine dell’anno emersero dalla selezione solo tre titoli, che si sarebbero giocati la gloriosa assegnazione del primo premio nella finalissima di maggio, stavolta a suffragio bimbuniversale. A contendersi l’ambita vittoria L’occhio del lupo del mio odiato Pennac, Il mistero del cane e un altro libro che non ricordo. Le sezioni si divisero allora in tre diverse fazioni che avrebbero concorso con uno dei tre libri, supportandone la candidatura e organizzandone quindi la presentazione per la cerimonia di chiusura. Il libro da noi scelto fu L’occhio del lupo. Si preparò perciò una scenetta in cui alcuni miei compagni avrebbero interpretato i momenti trailer del libro. Io fui estromesso dal cast, perché destinato (così mi si disse) a più alte prove. Ripercorrendo la mia storia, s’incorre ad un tratto in una fulgida per quanto breve e inspiegabile carriera che mi vede puntualmente scelto dall’asilo fino alle medie quale presentatore d’un dato evento, nomina per cui in molti ritennero lusinghiero affibbiarmi il soprannome Pippo Baudo. Non ero un conduttore totalmente imparziale, provenendo da una frangia violenta del partito prolupo, ma quella sera, coadiuvato da una graziosa assistente e da una spalla maschile che non ricordo (e qui si noti quanto fossi già bimbo serio, sebbene lei fosse mia cugina), avrei dovuto controllare i miei ardori settari, limitandomi a presentare i tre libri per poi annunciare a voce alta e ferma i risultati dell’estrazione in diretta. Poiché la democrazia, anche tra decenni, com’è giusto, prescinde dai bambini indaco che pure avevano portato i tre libri in finale, ebbi quella sera la prima lezione politica della mia vita, proclamando infine con voce stentorea la vittoria dello sfavoritissimo mistero del cane. Non c’erano stati sondaggi illusori quel mese, ma l’azzannante ricordo delle cartellate assestate ai procane durante le nostre zuffe nell’intervallo, mi tentò a strozzargli in gola l’urlo festante e ululare diabolicamente ribelle: “L’occhio del lupo!” così ribaltando tutto all’ultimo voto, gettando in aria le manifestazioni di volontà di quei bambini normali, come nivei coriandoli. Affrettato da giubilanti latrati, invece, dissi solo: Il mistero del cane. Un tantino mogio magari, ma sempre fedele al mio ruolo serio di piccolo Pippo già impostato nei giusti canoni della società. Il vero scopo di questo post è però collegato a ciò che successe in seguito. Dopo la premiazione infatti gli organizzatori del concorso lasciarono alla scuola qualche copia d’un libro che, subito nelle mie mani, mi conquistò il sogno. In quanto piccolo Pippo indaco, mattatore della serata, fu concesso a me e ai miei due umili assistenti di portarne a casa una copia ciascuno, purché promettessimo di restituirle alla scuola il giorno successivo. Quando fui finalmente solo al buio della mia camera, iniziai a sfogliarne febbrilmente le pagine, presto comprendendo d’esser di fronte a qualcosa mai visto, e che sembrava per me sfiorar allora la magia. Era un libro interattivo, cui ogni avventuriero avrebbe potuto dirigere liberamente la storia ad ogni nuova lettura. Lo rilessi un’infinità di volte quella notte, scoprendo ad ogni immersione nuove pagine e avventure precedentemente sfuggitemi. La mattina dopo m’avviai a scuola con la morte nel cuore. Non ci fu verso di corrompere qualcuno affinché mi lasciasse tenere quel libro. Egli era stato mio, l’avevo posseduto, per un’intera notte, e mi toccava ora condividerlo con un’intera scuola. Non appena millecinquecento luride dita di bambini normali lo assalirono sporche di lattemmoccio, mi voltai sdegnato e non lo vidi mai più.