La Sicilia, con la sua posizione strategica nel cuore del Mar Mediterraneo, è sempre stata una terra ambita e contesa.
Grazie alla sua fertilità, alla varietà dei suoi paesaggi e alla sua centralità commerciale, l’isola ha attirato popoli e civiltà di ogni epoca, ciascuna delle quali ha lasciato un segno indelebile sulla sua storia. Sin dai primi insediamenti umani, la Sicilia è stata un crocevia di culture, scambi, conflitti e alleanze.
La sua storia è un lungo intreccio di invasioni e colonizzazioni che hanno trasformato il suo volto, e tra questi passaggi storici, la colonizzazione greca, iniziata nell’VIII secolo a.C., rappresenta senza dubbio uno degli eventi più significativi.
Tuttavia, è fondamentale non ridurre la storia della Sicilia alla sola colonizzazione greca. La consapevolezza del primato della componente ellenica, talvolta accompagnata da una forma di mitizzazione, ha rischiato di oscurare il ruolo fondamentale delle popolazioni non greche, che avevano abitato l’isola molto prima dell’arrivo degli Ellenici. In particolare, le civiltà fenicio-puniche ed elime, che presero piede nell'area occidentale della Sicilia, esercitarono un’influenza decisiva sulla sua evoluzione culturale e politica. La Sicilia non fu quindi solo un terreno di conquista per i Greci, ma un luogo in cui più anime si confrontarono, si scontrarono, ma anche si mescolarono, dando vita a un crogiolo di tradizioni, lingue e culture diverse.
Gli abitanti più antichi della Sicilia, come i Sicani, i Siculi e gli Elimi, hanno segnato le prime fasi della storia dell’isola, ma fu con l’arrivo dei Fenici che la Sicilia conobbe un vero e proprio sviluppo urbano e commerciale. I Fenici, popolo di abili commercianti e navigatori, già dal XII secolo a.C. iniziarono a espandersi nel Mediterraneo occidentale, creando colonie e scali commerciali lungo le coste dell'Africa settentrionale, della Spagna e della Sicilia. Le prime tracce della presenza fenicia in Sicilia sono archeologicamente databili almeno al IX secolo a.C., con stazioni commerciali a Mozia, Panormo e Solunto. Il loro arrivo segnò l’inizio di una lunga e proficua attività commerciale nell’isola, che si estese a partire dai porti e dagli approdi lungo la costa, favorendo scambi con i Siculi e altre popolazioni locali.
La testimonianza di Diodoro Siculo, uno degli storici più importanti del mondo antico, ci aiuta a comprendere l’estensione di questa influenza. Diodoro descrive come i Fenici, fin dai tempi più remoti, fossero impegnati in viaggi per mare, dando vita a numerose colonie in Libia e in Europa. Secondo lui, furono proprio i Fenici a scoprire molte delle terre che oggi fanno parte della Sicilia e delle isole circostanti. Diodoro, nella sua "Bibliotheca historica" (V, 35-38), evidenzia la precoce attività marittima fenicia e il loro ruolo di mediatori culturali. A partire dall’XI secolo a.C., i Fenici intensificarono i loro scambi con la Sicilia, stabilendo una rete commerciale che si estendeva lungo le coste nord-occidentali dell’isola. Durante i primi periodi della loro presenza, la loro influenza si limitava principalmente alla creazione di scali commerciali in zone strategiche, come le isole e i promontori al largo della costa. Questi avamposti erano cruciali per i traffici commerciali, ma non esercitavano un vero e proprio controllo politico sull’isola.
Tuttavia, con l’arrivo dei Greci nell’VIII secolo a.C., la situazione cambiò radicalmente. La Sicilia settentrionale, e in particolare la zona che va da Palermo a Marsala, divenne teatro di una feroce competizione tra Fenici e Greci. I Fenici, che inizialmente avevano prosperato grazie al loro predominio commerciale, si trovarono a dover affrontare la crescente concorrenza dei mercanti greci, che erano abili non solo nel commercio, ma anche nella navigazione e nell’arte della guerra. La competizione per il controllo delle risorse e dei mercati costrinse i Fenici a ritirarsi dalle zone costiere, abbandonando le loro basi commerciali per spostarsi verso l’interno dell’isola. Da questo momento, le loro postazioni si trasformarono in veri e propri avamposti militari, come testimoniano le fonti storiche. Mozia, Solunto, Panormo (oggi Palermo) e Lilibeo (oggi Marsala) divennero centri vitali per i Fenici, che si allearono con gli Elimi, popolazione che abitava la parte occidentale della Sicilia, sperando di contrastare l’avanzata greca.
Il passo successivo, come conferma Tucidide nelle sue “Storie”, fu la creazione di un dominio militare e politico che segnò la fine della fase puramente commerciale della colonizzazione fenicia. Tucidide scrive che i Fenici, una volta conquistate le coste e le isole vicine, si ritirarono verso Mozia, Solunto e Panormo, confederandosi con gli Elimi, sperando di ottenere il loro sostegno contro i Greci. Questa testimonianza (Tucidide, "Storie", VI, 2-6) è tra le più importanti per comprendere l’assetto geopolitico della Sicilia tra VIII e V secolo a.C. La Sicilia, infatti, non era solo una zona di transito per il commercio, ma divenne un vero e proprio terreno di confronto tra le grandi potenze mediterranee.
Il dominio greco sull’isola, che divenne sempre più forte con il passare del tempo, non riuscì però a cancellare le tracce delle civiltà precedenti. Le città fondate dai Fenici e dagli Elimi continuarono a essere attive, e la presenza fenicia in Sicilia rimase visibile anche durante il periodo della dominazione greca. In molti casi, infatti, i Fenici non furono del tutto soppiantati dai Greci, ma si adattarono alle nuove realtà politiche e culturali, vivendo una sorta di coabitazione forzata ma anche produttiva.
In definitiva, la Sicilia è stata, fin dalle sue origini, un crocevia di popoli e culture. Le civiltà fenicie, greche, puniche e elime si sono intersecate, arricchendo l’isola di un patrimonio unico, che ancora oggi si può ammirare attraverso i siti archeologici, le tradizioni culturali e le storie che continuano a essere raccontate. La storia della Sicilia non è quindi solo una storia di dominazioni, ma di incontri, scambi, trasformazioni. Ogni popolo che ha abitato l’isola ha lasciato una traccia importante, contribuendo a creare un mosaico culturale che è alla base della sua identità.
In conclusione, l’isola non è mai stata solo un territorio conquistato da un singolo popolo, ma un laboratorio di culture e civiltà che, pur nelle differenze e nei conflitti, hanno costruito insieme il volto della Sicilia che conosciamo oggi. E la storia di questi popoli non si limita alle vicende antiche, ma continua a influenzare la cultura, la lingua e le tradizioni siciliane fino ai giorni nostri, dimostrando come l’isola abbia saputo assimilare e trasformare le diverse influenze che ha ricevuto nel corso dei millenni.
---------------------------
Bibliografia
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, libro V.
Tucidide, Storie, libro VI.
E. Lepore, La Sicilia antica, Napoli: Liguori, 1971.
M. Gras, La Sicilia fenicia e punica, Roma-Bari: Laterza, 1985.
G. Pugliese Carratelli (a cura di), La Sicilia antica, Milano: Garzanti, 1989.
S. Moscati, I Fenici nel Mediterraneo, Torino: Einaudi, 1999.
C. Ampolo, Grecia e Sicilia: storia e cultura delle colonie greche d’Occidente, Pisa: ETS, 2012.
J. Boardman, The Greeks Overseas: Their Early Colonies and Trade, London: Thames & Hudson, 2016.
oggi parliamo di un episodio centrale nella storia del Mezzogiorno: la Congiura dei Baroni (1485-87). Un conflitto interno che segnò in profondità il Regno di Napoli, scavando un solco tra monarchia e nobiltà feudale, ma anche tra città e campagna, tra potere centrale e antichi privilegi.
Ferrante d’Aragona, sovrano determinato ma di origini bastarde, vide nella congiura un’occasione per colpire duramente i baroni che si ritenevano “pari” al re. Dopo una momentanea riconciliazione con la mediazione pontificia, Ferrante consumò la sua vendetta con un gesto teatrale: fece arrestare i congiurati a Castel Nuovo, durante un matrimonio di corte. Una scena che rimanda più a una tragedia antica che a una cronaca dinastica.
Dietro questa pagina di sangue c’è il tramonto di un ordine feudale medievale che si ostinava a sopravvivere contro ogni necessità di riforma. Fu l’inizio di una lunga frattura: Napoli crebbe a dismisura, ma isolata dal suo territorio; le campagne si spopolarono; le strade, che potevano unire, furono considerate un pericolo e lasciate all’abbandono. Tutto questo contribuì a quella “questione meridionale” che ancora oggi non ha avuto piena risoluzione.
hoy abordamos uno de los episodios más decisivos en la historia del Reino de Nápoles: la Conspiración de los Barones (1485-87). Un conflicto interno que marcó para siempre el destino del sur de Italia, quebrando el equilibrio entre la nobleza feudal y la monarquía, y dejando heridas que aún hoy laten en el cuerpo social meridional.
Ferrante de Aragón, monarca de carácter enérgico y origen ilegítimo, supo aprovechar la revuelta baronial para consolidar su poder. Tras una paz aparente mediada por el Papa, desencadenó una venganza planificada: invitó a los barones a una boda en Castel Nuovo y, cuando estuvieron todos reunidos, los mandó arrestar. Una escena más propia del teatro clásico que de la política renacentista.
Esta sangrienta página marcó el inicio del fin de un orden feudal incapaz de renovarse. Nápoles creció sin medida, desconectada de su hinterland; el campo se despobló; las vías de comunicación fueron abandonadas, consideradas un riesgo ante posibles invasiones. Así se incubó lo que más tarde se llamaría “la cuestión meridional”, un problema aún sin cerrar del todo.
"Questa pagina non ha scopo di lucro, diffonde la Cultura Napoletana e Meridionale nel Mondo"
-----HISTORIA DEL SUD SIRACUSA-----
IL REGNO DI HYBLON NEL CUORE DEGLI IBLEI
"Pantalica e la Storia dell'Uomo"
a cura di #NunzianteRusciano
Incipit: Il nome del sito preistorico di Pantalicaderiva dal greco antico πάνταλίθος = tutto pietra, luogo di pietre (in seguito Pantalitos, Pantalita, Pantalica), oppure dall’arabo Buntarigah=luogo di grotte (da qui Puntariga, Pantarica, Pantalica) per la presenza di molteplici grotte naturali e artificiali. Nel 2005 il sito è stato dichiarato, insieme con la città di Siracusa, Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO sorge a 425 metri s.l.m., nell’alta valle di uno dei più noti fiumi storici della Sicilia sudorientale, l’Anapo, esattamente nel punto d’incontro fra questo ed il torrente Calcinara.
L’insediamento è, infatti, posto sullo sperone roccioso che sovrasta la confluenza fra i due corsi d’acqua ed è quindi naturalmente difeso per tutti i lati da ripide pareti rocciose. Solamente sul lato occidentale, una piccola sella depressa detta “di Filiporto”, collega il pianoro, sul quale vi è l’insediamento preistorico, al Piano delle Mandre e al resto del territorio. Su questo sito, quasi inaccessibile, nel corso del XIII secolo a.C., cominciava a costituirsi il più cospicuo stanziamento umano della Sicilia orientale che protrasse la sua vita fino all’affermasi dell’epoca storica.
Forse a seguito delle lontane minacce peninsulari, innescate dai Siculi, l’insediamento di Pantalica si sarebbe munito di un palazzo fortificato, l’Anaktoron, ispirato, progettato e realizzato secondo moduli ed unità di misura di tipo egeo e collegato con alcuni edifici del sito costiero di Thapsos. Questo edificio, l’unico finora scavato, si trova sulla spianata centrale del lato meridionale del pianoro. Datato al XIII-XII secolo a.C., per le caratteristiche e per la sua posizione centrale, è stato definito Anaktoron, il palazzo fortificato del principe (del wanax miceneo), nella suggestiva ipotesi che lo vede sede del leggendario re siculo Hyblon, edificio che rivela nella sua pianta e nelle tecniche costruttive evidenti ascendenze micenee e viene sovente interpretato come sede ed epicentro del potere. Trattasi di un edificio a pianta rettangolare costituito da unità modulari quadrilatere che si articolano variando le proprie dimensioni ed aggregandosi armonicamente; l’asse è in direzione N-O/S-E ed è lungo m 37.50 e largo m 11.50.
La sua parte meridionale, essendo posta su un leggero pendio, risulta costituita da un muro megalitico avente la probabile funzione di contrafforte. Ma tengo a precisare che secondo altri studiosi, la diversa tecnica costruttiva si spiegherebbe con la sua aggiunta in una fase successiva. Il resto dei muri è invece costituito da blocchetti di medie dimensioni che poggiano sulla roccia appositamente spianata. Il vano meridionale A, costituito dal suddetto muro megalitico, era collegato con l’esterno mediante due accessi contrapposti. Presso il suo muro orientale gli scavatori notarono un cumulo di cenere e carboni che racchiudeva cinque matrici di arenaria per la fusione di oggetti in bronzo; il riempimento risultò ricco di ceramica, ossa, frammenti ed oggetti bronzei da rifinire. Il vano B è un lungo corridoio con apertura ad est verso l’esterno, fiancheggiata da sottili avancorpi. I rimanenti sei vani (C-H) sono fra loro simili, quadrati e racchiusi da muretti a doppio paramento. In sintesi, l’Anaktoron era un edificio a pianta semplice costituito da unità modulari quadrilatere che si articolavano ed aggregavano tra loro, secondo un piano preordinato.
Il ritrovamento delle matrici di fusione e dell’atelier del metallurgo, nella casa del “principe”, è una riprova del fatto che la ricchezza era accentrata e che i mezzi di produzione erano direttamente controllati dal “palazzo”. Oltre questo interessante edificio, null’altro o quasi di architettonicamente rilevante esiste a Pantalica. Escludendo, ovviamente, le grandiose necropoli. Il sito di Pantalica conserva, infatti, grandi ed impressionanti necropoli con tombe a grotticelle artificiali che costellano le sue immense vallate rupestri – a Nord, a Nord-Ovest, alla Cavetta, a Sud, a Filiporto –, circa 5000 tombe scavate sulle alte e bianche pareti rocciose, raro esempio di opera umana che si accompagna e si fonde con il solenne spettacolo della natura, pervasa dal misterioso senso dell’oltretomba.
In genere si tratta di tombe a grotticella artificiale con cella a pianta circolare e piccolo dromos, contenenti più di una inumazione. Abbiamo anche tombe elitarie a camerone rettangolare, scavate nella roccia della necropoli Nord Ovest e a camera multipla, pluricellulare, circoscritte a Nord, dove è evidente l’influsso miceneo. Alle forme semplici di camerette a pianta ellittica o quadrangolare si associano realizzazioni “gentilizie” costituite da veri e propri cameroni attorno ai quali si aprono una serie di cellette dove viene posto il defunto con il suo corredo funerario, mentre nelle tombe a camerone vi è l’inumazione di quattro o cinque persone, famiglie elitarie con corredi ricchissimi. La tipologia funeraria della tholos è finora ignota nelle fitte necropoli di Pantalica, mentre è ben documentata alla Montagna di Caltagirone e a Monte Dessueri.
Nel rituale funerario c’è sempre il banchetto funebre come anche la deposizione di oggetti di prestigio che attestavano un rango funerario. Gli inumati sono sempre distesi e non rannicchiati. Tale necropoli, sia nella manifattura delle tombe che nella diversità dei corredi, mostra chiari segni di una diversificazione sociale della popolazione. In particolare, come suddetto, si notano alcune celle più grandi a pianta rettangolare di derivazione micenea, talvolta con altre celle annesse, contenenti corredi più ricchi.
La ceramica della facies di Pantalica Nord è rappresentata da forme circoscritte intorno ad un gruppo di 22 vasi realizzati per la prima volta con il tornio, aventi superfici decorate nella tecnica a stralucido rosso di derivazione micenea, colore che conferisce particolare eleganza, accresciuta, peraltro, dall’imponenza di alcune forme vascolari recepite dal mondo miceneo – dove erano considerate di serie B –, come i grandi bacini globulari su alto piede. Tra le altre forme più documentate, compaiono le brocchette a corpo cuoriforme e quelle con versatoio a crivello, nonché l’askos con bottone-disco alla sommità, l’hydria quadriansata, la patera e la coppa su piede. Si tratta essenzialmente di prodotti di imitazione micenea. Infatti, vi è assenza di vasi di importazione micenea (ad eccezione forse della brocchetta della tomba 133 N, del Miceneo III C secondo il parere dell’archeologa Vagnetti).
Nella documentazione relativa all’attività metallurgica sono molti gli agganci particolari con il mondo egeo. Vi sono oggetti di prestigio realizzati in metalli nobili, recuperati all’interno delle tombe, come uno specchio bronzeo, anelli d’oro, fibule, orecchini aurei. Oggetti indicatori di stato, attestanti il rango della persona seppellita, sono altresì le armi, come la piccola daga a testa d’anatra o il coltellino con manico a testa d’oca e le spade. Queste ultime ed i pugnali sono di tipo locale e seguono i prototipi di tipo thapsiano. Le fibule, invece, ad arco semplice e di violino, sono probabilmente d’importazione, si assimilano infatti agli schemi italici ed egei della fase finale dell’età del bronzo e del sub miceneo.
In conclusione, l’aspetto culturale che nella tarda età del bronzo si diffonde in Sicilia è quello di Pantalica Nord. La sua diffusione copre soprattutto le aree interne della Sicilia sud-orientale, tanto da indurre l’archeologo Luigi Bernabò Brea a formulare la sua teoria dell’abbandono dei siti costieri dopo la fine della cultura di Thapsos. Ma le ultime ricerche in questo sito condotte dall’archeologo Giuseppe Voza, hanno dimostrato che la vita, invece di cessare, riceve un notevole impulso. Ciononostante, la teoria dell’abbandono non è comunque da rifiutare. È vero che la vita sulla costa non cessa, ma è anche vero che la cultura di Pantalica Nord non sembra avere forti contatti culturali con quella che prosegue nei siti costieri. La cultura e l’etnos thapsiani ebbero larga diffusione e grande fortuna soppiantando il retaggio castellucciano dell’antica età del bronzo.
Ma dove era finito il patrimonio culturale del complesso e ricco mondo castellucciano? Molto poco sembra pervenire alla cultura di Thapsos. Se retaggio castellucciano esiste in Sicilia, questo fu verosimilmente recepito dalla cultura di Pantalica Nord la quale sembra vivere uno stesso rapporto con il tipico paesaggio interno della zona sud-orientale dell’isola. La fiorente civiltà di cui aveva goduto l’isola nell’antica e media età del bronzo giunge bruscamente a fine intorno alla metà del XIII secolo a.C.. I rapporti pacifici e gli scambi commerciali che collegavano i popoli rivieraschi del Mediterraneo s’interrompono quasi del tutto. Inizia un’età di ostilità e di paura, provocata dall’arrivo di gente guerriera che costringe le popolazioni locali a rifugiarsi nell’entroterra, a cambiare il loro sistema di vita ed a trasformare le basi della loro economia.
Alcuni villaggi della cultura di Thapsos, costieri, piccoli e numerosi, scompaiono. Le genti si rifugiano sulle impervie montagne, in posizioni disagevoli, non rispondenti ad alcun criterio economico, ma scelte solamente in base a preoccupazioni di difesa. Nascono grandi villaggi come Pantalica, Cassibile, Monte Dessueri. L’accentramento delle popolazioni in vasti nuclei fa sì che le necropoli, pur se della medesima tipologia a grotticella artificiale, siano molto più ampie, più appariscenti di quelle del bronzo antico e medio, così, di fronte alle centinaia al massimo di tombe di Castelluccio, stanno ora le circa cinquemila di Pantalica.
Nella fase di Pantalica Nord si ha una rilevante concentrazione demografica in pochi grandi centri che sorgono sparsi in quello stesso territorio un tempo occupato dai villaggi castellucciani. Sembra quasi che la popolazione abbandoni la fertile fascia costiera e cerchi rifugio in impervie e disagevoli sedi montane, probabilmente scelte perché rispondenti ad esigenze di difesa, e e questa presunta difesa. Lo spostamento degli abitati dalla costa verso l’interno deve aver avuto luogo probabilmente nei primi decenni del XIII secolo a.C. Forse non è casuale la coincidenza di questa data, a cui si perviene attraverso la ricerca archeologica, con quella conservataci da una tradizione letteraria di tipo storico risalente ad Ellanico di Mitilene che indica il passaggio dei Siculi dalla penisola italiana in Sicilia come avvenuto tre generazioni prima della guerra di Troia, e cioè intorno al 1270 a.C.
Presumibilmente lo stato di guerra e di costante pericolo per gli abitanti, causato dall’invasione della Sicilia orientale da parte di genti straniere provenienti dalla penisola italiana, può aver determinato l’improvvisa flessione dell’importanza della civiltà costiera di Thapsos, e la radicale trasformazione della geografia antropica dell’isola, che ci sembrano chiaramente testimoniati dalla ricerca archeologica. Pantalica, durante la fase iniziale, mantenne legami con la costa, probabilmente ne mantenne il controllo fino ad un imprecisabile momento durante il qual s’innesca un meccanismo di separazione culturale che porterà i siti costieri ad acquisire successivamente i connotati della cultura di Cassibile. Con la successiva fase di Pantalica Sud, anche Pantalica si “peninsularizza”, cioè cade sotto l’area di controllo ausonio-siculo.
A questo punto, la tradizione e l’ethnos “sicano”resistettero solo in aree interne dell’agrigentino. Il sistema di potere, dato dalla solidità politico-organizzativa di Pantalica, durò ben sei secoli e fu spento dalla schiacciante potenza siracusana tra il 733 a.C. (fondazione di Siracusa) ed il 664 a.C. (fondazione della subcolonia siracusana di Akrai).
BIBLIOGRAFIA
R. M. Albanese Procelli, Sicani, Siculi, Elimi, Milano, Longanesi 2003.
L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Milano, 1958.
M.S. Cassano et alii, Paletnologia. Metodi e strumenti per l’analisi delle società preistoriche, Carocci.
S. Tusa, La Sicilia nella preistoria, Sellerio, Palermo 1992.
C. Voza, Guida di Siracusa e itinerari della provincia, Erre produzioni, 1994.
G. Voza, Nel segno dell’antico, Arnaldo Lombardi Editore, 1999.
"Questa pagina non ha scopo di lucro, diffonde la Cultura Napoletana e Meridionale nel Mondo"
-------------STORIA ANTICA-------------
I GRECI NEL SUD DELL'ITALIA E IN SICILIA
#aCuradell'Associazione
Alcuni tra gli esempi più illustri dell’eredità greco-antica nelle regioni meridionali del nostro Paese e in Sicilia, veri e propri musei a cielo aperto che arricchiscono la nostra memoria storica di incomparabile bellezza.
BASILICATA - Metaponto
L’area archeologica dell’antica città di Metaponto (VII sec. a.C.) comprende quattro edifici templari realizzati tra il VI e il V secolo a.C.: i templi dorici di Hera e di Apollo Licio (Tempio A e Tempio B), un sacello dedicato ad Athena e un tempio probabilmente intitolato ad Artemide, in stile ionico.
Nell’area archeologica si distingue inoltre il teatro, realizzato nel IV secolo in sostituzione di un edificio arcaico destinato alle assemblee cittadine (ekklesiastèrion).
CAMPANIA - Cuma
Fu una tra le prime città magnogreche a esser fondate sulla costa tirrenica alla fine dell’VIII secolo a.C. da parte di Euboici-calcidesi. Il sito archeologico, ubicato nei pressi dei comuni di Bacoli e Pozzuoli, offre oggi ai visitatori le vestigia dell’acropoli con i templi di Apollo e di Giove, il primo dei quali d’impianto greco. Il nome di Cuma è strettamente connesso a una delle figure profetiche più importanti dell’antichità: la Sibilla cumana, sacerdotessa di Apollo, che per la pratica delle sue attività divinatorie pare si stanziasse all’interno del cosiddetto Antro della Sibilla, oggi visitabile.
Elea-Velia
La città di Elea, fondata dai Focei nel VI secolo a.C. nei pressi di Capo Palinuro, mutò il suo nome in Velia allorquando i Romani, nell’88 a.C., la elessero municipium romanum. L’area archeologica conserva ancora molte testimonianze materiali del passato greco e romano dell’antica città: si menziona, in particolare, la cosiddetta Porta Rosa (IV secolo a.C.), un’arcata monumentale che collega i due principali nuclei urbanistici di Elea-Velia. Ricordiamo inoltre la città magnogreca per aver dato i natali, nel 515-10 a.C., a Parmenide, fondatore della scuola eleatica, frequentata, tra gli altri, dall’illustre discepolo Zenone.
Poseidonia-Paestum
Fondata nel VII secolo a.C., Poseidonia, colonia sibarita, mutò nome in Paiston in seguito alla conquista lucana del 420-10 a.C., poi in Paestum nel 273 a.C., sotto il dominio di Roma. Il sito è ancora in parte circondato dalla cinta muraria greca (IV secolo a.C.), e tra i vari edifici pubblici superstiti spiccano i resti degli imponenti templi dorici di Athena (500 a.C.), di Hera I (540 a.C.) e di Hera II (460 a.C.). Quest’ultimo, impropriamente detto di Poseidone, è dotato di un colonnato interno al naos disposto su due ordini sovrapposti.
CALABRIA - Capo Colonna
Il promontorio di Capo Colonna, un tempo chiamato Lacinion, ospitava il santuario intitolato a Hera Lacinia, di cui il grande tempio dorico oggi noto come Tempio A (V secolo a.C.) era l’edificio più importante. Tuttavia, complici il tempo e i sistematici smantellamenti del XVI secolo operati dagli spagnoli del viceré Pietro di Toledo (al fine di ricavare materiale edile per le fortificazioni di Crotone), del tempio non rimangono che una colonna e parte del basamento: da ciò l’appellativo del promontorio su cui si erge.
Locri Epizefiri
L’antica città deve il nome alla terra d’origine dei suoi fondatori, la Locride, regione della Grecia centrale. Già un secolo dopo la sua fondazione, avvenuta nel VII secolo a.C., Locri Epizefiri gettò a sua volta le fondamenta di due sub-colonie: Hipponion (Vibo Valentia) e Medma (Rosarno). Il ricco sito archeologico, non lontano dall’odierna Locri, presenta l’antico abitato, parte della relativa cinta muraria, le necropoli e notevoli testimonianze di edifici sacri, come il Tempio ionico di Marasà, realizzato da maestranze siracusane nel V secolo a.C. Di notevole fascino è inoltre un grande teatro, il cui impianto originale è datato al IV secolo a.C.
PUGLIA - Taranto
Antica (e unica) colonia spartana della Magna Grecia, Taras venne fondata nel 706 a.C.; di essa non rimangono che le vestigia di un unico grande tempio dorico dedicato a Poseidone, datato al primo VI secolo a.C., oggi in piazza Castello. Distruzioni e spoliazioni protrattesi nel tempo hanno reso difficile la ricostruzione virtuale dell’edificio sacro, di cui rimangono solamente due colonne di ordine dorico e parte del basamento. I fusti colonnari misurano circa 8 metri di altezza, per un diametro di 2,05. Probabilmente si tratta di un tempio esastilo, cioè con 6 colonne sulla fronte e, nel caso specifico del tempio tarantino di Poseidone, 13 sui lati lunghi. Per la scoperta di un rocchio di dimensioni minori, s’ipotizza la presenza di un colonnato interno alla cella disposto su due ordini sovrapposti, similmente a quanto attestato a Paestum nel cosiddetto tempio di Hera II o di Poseidone.
SICILIA - Agrigento
La cosiddetta Valle dei Templi, situata nel cuore del parco archeologico di Agrigento, è la preziosa eredità dell’antica Akragas, fondata nel 583 a.C. dalla città di Gela. Qui sorgono alcuni degli edifici sacri greci più belli e rappresentativi al mondo, tra cui i templi della Concordia e di Hera Lacinia, edificati nel V secolo a.C. Il colossale Olympeion, realizzato dopo la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Himera (480 a.C.), è tristemente ridotto a qualche rudere, anche perché sfruttato come cava durante il XVII secolo; di esso, tuttavia, rimangono due monumentali Telamoni, le enormi sculture – alte più di sette metri – utilizzate come strutture di sostegno.
Selinunte -
Antica colonia megarese siceliota sorta nel 650 a.C. tra Agrigento e Trapani, a Selinunte ritroviamo meravigliose vestigia dislocate tra l’acropoli e i colli circostanti, tra cui spiccano il dorico Tempio C, eretto sull’acropoli di Selinous nella prima metà del VI secolo a.C., e il Tempio E, o Tempio di Hera, costruito sulla collina a est dell’acropoli un secolo più tardi.
Tempio di Hera, Selinunte - Siracusa
Superpotenza del Mediterraneo occidentale, la corinzia Siracusa è stata fondata nel 734-33 a.C. sull’isolotto di Ortigia, per poi espandersi fino a contenere cinque quartieri-città. I templi più antichi furono edificati in Ortigia nei primi anni del VI secolo a.C.: il protodorico Tempio di Apollo, oggi in Piazza Pancali, e il Tempio di Zeus, nella zona Pantanelli, a sud-ovest dell’odierno abitato. Della seconda metà del VI secolo è l’Artemision, situato sull’isola di Ortigia, raro esempio di tempio in stile ionico in Italia. Al V secolo a.C. è invece datato il Tempio di Athena, oggi cattedrale cristiana dotata di una magnificente facciata barocca. Alcuni dei lasciti più importanti della città siceliota si trovano, inoltre, nel parco archeologico della Neapolis: il Teatro (eretto nel V secolo a.C.), le Latomie (le più antiche cave di pietra da taglio giunte sino a noi), la colossale Ara di Ierone (III a.C.) e alcune necropoli.
"Esta página no tiene fines de lucro, difunde la cultura napolitana y sureña en todo el mundo"
-----------HISTORIA ANTIGUA-----------
LOS GRIEGOS EN EL SUR DE ITALIA Y SICILIA
#EditadoPorL'Asociación
A continuación se muestran algunos de los ejemplos más ilustres del patrimonio griego antiguo en las regiones del sur de nuestro país y en Sicilia, verdaderos museos al aire libre que enriquecen nuestra memoria histórica con una belleza incomparable.
BASILICATA - Metaponto
La zona arqueológica de la antigua ciudad de Metaponto (siglo VII a.C.) incluye cuatro edificios templarios construidos entre los siglos VI y V a.C.: los templos dóricos de Hera y Apolo Licio (Templo A y Templo B), una capilla dedicada a Atenea (Templo C) y un templo probablemente dedicado a Artemisa (Templo D), de estilo jónico. En el conjunto arqueológico destaca también el teatro, construido en el siglo IV en sustitución de un edificio arcaico destinado a las asambleas de la ciudad (ekklesiastèrion).
CAMPANIA - Cuma
Fue una de las primeras ciudades de la Magna Grecia fundada en la costa del Tirreno a finales del siglo VIII a.C. por los eubeos-calcídeos. El sitio arqueológico, situado cerca de los municipios de Bacoli y Pozzuoli, ofrece hoy a los visitantes los restos de la acrópolis con los templos de Apolo y Júpiter, el primero de los cuales era griego. El nombre de Cuma está estrechamente relacionado con una de las figuras proféticas más importantes de la antigüedad: la Sibila de Cuma, sacerdotisa de Apolo, que al parecer se instaló en el interior de la llamada Cueva de la Sibila para la práctica de sus actividades adivinatorias, que hoy se puede visitar.
Elea-Velia
La ciudad de Elea, fundada por los focios en el siglo VI a.C. cerca de Capo Palinuro, cambió su nombre a Velia cuando los romanos, en el 88 a.C., lo eligieron municipium romanum. La zona arqueológica aún conserva numerosos testimonios materiales del pasado griego y romano de la antigua ciudad: se menciona, en particular, la llamada Porta Rosa (siglo IV a. C.), un arco monumental que conecta los dos principales centros urbanos de Elea-Velia. Recordamos también la ciudad de la Magna Grecia por haber visto nacer, en 515-10 a.C., a Parménides, fundador de la escuela eleática, a la que asistió, entre otros, el ilustre discípulo Zenón.
Poseidonia-Paestum
Fundada en el siglo VII a.C., Poseidonia, una colonia sibarita, cambió su nombre a Paiston tras la conquista lucaniana del 420 al 10 a.C., y luego a Paestum en el 273 a.C., bajo el dominio de Roma. El sitio todavía está parcialmente rodeado por las murallas de la ciudad griega (siglo IV a. C.), y entre los diversos edificios públicos supervivientes se encuentran los restos de los imponentes templos dóricos de Atenea (500 a. C.), Hera I (540 a. C.) y Hera II (460 a. C.). ). Este último, incorrectamente llamado de Poseidón, está dotado de una columnata en el interior de la naos dispuesta en dos órdenes superpuestos.
CALABRIA - Cabo Colonna
El promontorio de Capo Colonna, antiguamente llamado Lacinion, albergaba el santuario dedicado a Hera Lacinia, cuyo edificio más importante era el gran templo dórico ahora conocido como Templo A (siglo V a. C.). Sin embargo, gracias al tiempo y al desmantelamiento sistemático del siglo XVI llevado a cabo por los españoles del virrey Pietro di Toledo (con el fin de obtener material de construcción para las fortificaciones de Crotone), del templo sólo quedan una columna y parte de la base. : de ahí el nombre del promontorio en el que se encuentra.
Locri Epizephyri
La antigua ciudad debe su nombre a la tierra de origen de sus fundadores, Locris, una región del centro de Grecia. Ya un siglo después de su fundación, que tuvo lugar en el siglo VII a.C., Locri Epizefiri a su vez sentó las bases de dos subcolonias: Hipponion (Vibo Valentia) y Medma (Rosarno). El rico yacimiento arqueológico, no lejos de la actual Locri, muestra la antigua ciudad, parte de sus murallas, las necrópolis y notables testimonios de edificios sagrados, como el templo jónico de Marasà, construido por trabajadores siracusanos en el siglo V a.C. También tiene un gran encanto el gran teatro, cuyo diseño original data del siglo IV a.C.
APULIA - Tarento
Taras, antigua (y única) colonia espartana de la Magna Grecia, fue fundada en el 706 a.C.; de él lo único que queda son los vestigios de un único gran templo dórico dedicado a Poseidón, que data del primer siglo VI a. C., hoy en Piazza Castello. Las destrucciones y saqueos que se han prolongado en el tiempo han dificultado la reconstrucción virtual del edificio sagrado, del que sólo quedan dos columnas dóricas y parte de la base. Los fustes columnares miden aproximadamente 8 metros de altura, con un diámetro de 2,05. Probablemente se trate de un templo hexástilo, es decir, con 6 columnas en el frente y, en el caso concreto del templo de Poseidón en Tarento, 13 en los lados mayores. Debido al descubrimiento de una roca de menor tamaño, se plantea la hipótesis de la presencia de una columnata en el interior de la celda, dispuesta en dos órdenes superpuestos, similar a lo atestiguado en Paestum en el llamado templo de Hera II o de Poseidón.
SICILIA - Agrigento
El llamado Valle de los Templos, situado en el corazón del parque arqueológico de Agrigento, es el precioso legado de la antigua Akragas, fundada en el 583 a.C. de la ciudad de Gela. Aquí se encuentran algunos de los edificios sagrados griegos más bellos y representativos del mundo, incluidos los templos de Concordia y Hera Lacinia, construidos en el siglo V a.C. El colosal Olimpeion, construido tras la victoria sobre los cartagineses en la batalla de Himera (480 aC), está tristemente reducido a algunas ruinas, también porque fue utilizado como cantera durante el siglo XVII; De él, sin embargo, quedan dos Telamones monumentales, cuyas enormes esculturas, de más de siete metros de altura, sirven como estructuras de soporte.
Selinunte
Antigua colonia siciliana de Megaria fundada en el año 650 a.C. Entre Agrigento y Trapani, en Selinunte encontramos maravillosos vestigios situados entre la acrópolis y las colinas circundantes, entre los que destacan el Templo Dórico C, construido sobre la acrópolis de Selinous en la primera mitad del siglo VI a.C., y el Templo E, o Templo de Hera, construido en la colina al este de la acrópolis un siglo después.
Templo de Hera, Selinunte - Siracusa
Superpotencia del Mediterráneo occidental, la Siracusa corintia fue fundada en 734-33 a.C. en el islote de Ortigia, y luego se expandió para contener cinco distritos urbanos. Los templos más antiguos se construyeron en Ortigia a principios del siglo VI a.C.: el templo protodorico de Apolo, hoy en Piazza Pancali, y el templo de Zeus, en la zona de Pantanelli, al suroeste de la actual ciudad. La Artemision, ubicada en la isla de Ortigia, data de la segunda mitad del siglo VI, un raro ejemplo de templo de estilo jónico en Italia. Hasta el siglo V a.C. Está fechado el Templo de Atenea, hoy catedral cristiana con una magnífica fachada barroca. Algunos de los legados más importantes de la ciudad siciliana también se encuentran en el parque arqueológico de Neapolis: el Teatro (construido en el siglo V a.C.), la Latomie (las canteras de piedra tallada más antiguas que nos han llegado), el colosal Ara de Hieron (III aC) y algunas necrópolis.
"Esta página no tiene fines de lucro, difunde la Cultura Napolitana y sureña en todo el Mundo"
BELLUM NAPOLITANUM Y TRIUMPHUM PALEOPOLITANUM
por #NunzianteRusciano
Si aceptamos como correcta la narración de los hechos por parte de Livio, nos encontramos en la situación singular en la que los romanos declararon la guerra a Neápolis pero, cuando ganaron, celebraron su triunfo sobre Palepolis. Resumiendo los elementos a nuestra disposición:
Había una ciudad llamada Palepolis, no lejos de donde ahora está Neápolis, y las dos ciudades estaban habitadas por un solo pueblo;los feciales fueron enviados a Palepolis para pedir satisfacción; y cuando regresaron con una feroz respuesta de los griegos, una raza más valiente de palabra que de hecho, el pueblo impulsó una resolución del Senado y ordenó que se declarara la guerra a Palepolis; (los napolitanos) estaban infligiendo muchas heridas graves a sus amigos los campanos. El Senado romano, cuando los campanos protestaron repetidamente contra los napolitanos, votó a favor de enviar embajadores a estos últimos; los embajadores enviados por los Tarantini habían ido a los napolitanos, hombres de noble cuna que habían heredado lazos de hospitalidad con los napolitanos; también habían llegado otros, enviados por los nolanos, que eran sus vecinos y admiraban mucho a los griegos, para pedir a los napolitanos que, por el contrario, no se pactaran con los romanos ni con sus súbditos ni abandonaran su amistad con los samnitas; cuando la bola estuvo de acuerdo;
La decisión relativa a las embajadas se pospuso para otra sesión, durante la cual los samnitas más influyentes acudieron en gran número a Neápolis y, convenciendo a los jefes del Estado mediante algunos favores, persuadieron a la boulé para que lo dejara en manos del asamblea pública (ekklesia) la decisión sobre los mejores intereses del estado; además, cuando los napolitanos repelieran al ejército romano, no sólo recuperarían Cuma, que los campanos habían ocupado dos generaciones antes después de expulsar a los cumanos, sino que también devolverían sus posesiones a las de los cumanos que aún sobrevivieran; por estos motivos el Senado romano decidió enviar un ejército contra los napolitanos.
Las citas que acabamos de recoger proceden de Tito Livio y Dionisio de Halicarnaso, autores contemporáneos, y es tremendamente fácil distinguir un autor de otro: el paduano habla continuamente de Palepolis, mientras que el griego no duda en referirse a Neápolis. Observamos que muchos autores subrayan cómo Tito Livio es en realidad la única fuente que nos da el nombre de Palepolis.
Ya hemos destacado que la doble naturaleza de Neápolis es evidencia arqueológica, por lo que no podemos dudar de la palabra de Livio sobre el doble centro urbano. Sin embargo, sí podemos hacerlo respecto al nombre de la ciudad antigua, que según otros autores fue antiguamente Falero y más tarde Partenope. Este debe haber sido el nombre del núcleo más antiguo de Neapolis, el que se encuentra en Pizzofalcone y que domina el actual Castel dell'Ovo.
Otra prueba proviene de la acuñación: al final de su relato sobre el bellum napolitanum, Livio escribe: el tratado estipulado con Neápolis; de hecho, los griegos trasladaron allí su cuartel general frase que ha llevado a muchos autores a comentar que antes de la guerra el centro administrativo de Neápolis estaba en Palepolis, y que fue trasladado a Neápolis sólo después de la guerra con Roma.
Didracma napolitano del 380 a. C. Pero si así fuera, también encontraríamos huellas de ello en las monedas que, en cambio, desde los ejemplares más antiguos sólo muestran el nombre de Neápolis, donde se esperaría leer el nombre de la ciudad. polis principal, del lugar donde se centraliza el poder (esto independientemente de la ubicación física de la casa de moneda).
La moneda que hay al lado, por ejemplo, está fechada alrededor del 380 a. C. y la inscripción dice “NEOΠOΛITΗΣ” (NEOPOLITES). Pero hemos tenido tipos similares y con redacciones que hacen referencia a Neápolis desde el 450 a.C., casi la fecha de fundación de Neápolis.
Los numismáticos tienden a clasificar las monedas por tipo, ya que se utilizaba el mismo molde para acuñar todas las monedas procedentes de la misma ceca. Bueno, los tipos de monedas de Neápolis a menudo abarcan los años del asedio de Roma y están fechados entre el 350 y el 240 a. C., entre el 340 y el 300 a. C., incluso entre el 380 y el 300 a. C., como si los años del asedio no fueran un elemento de rompiendo para la producción de monedas. Sólo encontré una serie fechada entre el 340 y el 326 a. C., luego sustituida por otra fechada entre el 325 y el 310 a. C., pero en ningún caso el nombre de Neápolis aparece de la nada: la serie antigua ya lo tiene impreso.
Por lo tanto, podemos deducir que parte de la versión de Livio es invención y recibir ayuda de Dionisio de Halicarnaso cuando sea necesario.
¿Había entonces dos centros urbanos en Neápolis? Ciertamente, y la arqueología lo demuestra. De los dos, ¿cuál fue el núcleo más importante antes del bellum napolitanum? Neápolis, por el contrario, otros historiadores también nos cuentan que Partenope fue abandonada durante la guerra contra los etruscos, y luego se fundó Neápolis que, al tener una nueva estructura urbana, debió parecer inmediatamente más adecuada para albergar la administración. Además, Beloch, Capasso, Napoli y la evidencia arqueológica coinciden en identificar el ágora en Neápolis, datando mucho antes del asedio romano, y se sabe que la vida pública en las ciudades griegas se desarrollaba alrededor del ágora.
Nuestra conclusión es que Roma efectivamente declaró la guerra a Neápolis, vista como un solo cuerpo. Pero ¿por qué entonces Livio habría propuesto una reconstrucción tan abstrusa de los hechos? En primer lugar, escribió casi tres siglos después de los hechos narrados, luego intentó dar una ordenación lógica al material de que disponía, y cuando analicemos el avance del asedio romano veremos que las rarezas son muchas y tales que fácilmente conducen al error.
Pero como esta publicación ya es lo suficientemente larga, tendrás que esperar aún más para comprender cómo los romanos amenazaron a los napolitanos.
"Questa pagina non ha scopo di lucro, diffonde la Cultura Napoletana e Meridionale nel Mondo"
UOMINI ILLUSTRI DEL SUD
BERNARDO SILVANO
a cura di #NunzianteRusciano
Incipit: Geografo e umanista del Cinquecento, nacque ad Eboli intorno al 1465. Citato da molti studiosi di Geografia, portò importanti correzioni nelle longitudini e nelle latitudini della carta d’Italia e del Mondo allora conosciuto: il suo celebre mappamondo, con la rappresentazione delle nuove terre scoperte nel XV secolo, è conservato nella Biblioteca Americana Vetustissima di New York. Gli hanno inoltre reso omaggio Parigi, dedicandogli una via accanto alla Biblioteca Nazionale, dove sono conservate alcune delle sue maggiori opere, e Venezia dove pubblicò alcuni suoi capolavori. Nel 1570, fu incluso Dall’Ortelio nell’elenco dei cartografi e geografi nell’opera Theatrum Orbis Terrarum.
Questo illustre figlio di Eboli fino al secolo scorso era uno sconosciuto, perchè alcuni eminenti studiosi gli attribuirono il nome portoghese di Bernard De Silva, nato a Evora città del Portogallo anche perché essendo nativo di Eboli come lui stesso affermava alla fine dei suoi scritti e delle sue opere geografiche avevano confuso Eboliensis con Ebora città del Portogallo che alla conquista romana assunse il nome di Evora famosa anche per le stamperie attive fin dal XV sec.
Frettolosi Autori dei secoli scorsi sovrapponevano spesso nomi e toponimi, identificando personaggi o località con persone e luoghi lontani nel tempo e nello spazio, come è accaduto, per esempio, con Bruttii/Bretii, confondendo i Bruzi della Calabria con i Breti della Bretagna. Due sono, fino ad oggi, le opere conosciute di Bernardo Silvano e da lui stesso firmate: la più antica è un prezioso codice in quarto pergamenato a colori contenente le consuete 27 carte tolemaiche e il planisfero, ed è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi dove arrivò in seguito a una serie di passaggi dovuti ad avvenimenti bellici e politici. Questo manoscritto riccamente miniato è una riedizione della famosa Geografia di Tolomeo, ritenuto nell'antichità uno tra i più grandi saggi della storia, dotto in Astronomia, Astrologia e Geografia, vissuto a cavallo tra la fine del I e il II secolo d. C. Solo negli ultimi anni della sua vita Tolomeo scrisse questo importante testo che è ritenuto la Bibbia degli studi geografici, in cui profuse ricerche e notizie a lungo messe insieme. Riscoperto nel mondo occidentale agli inizi del XV secolo, l'Opera fu tradotta in latino dal fiorentino Jacopo Angelo de Scarperia. Quando Silvano completò il suo "Geografia", Colombo e Giovanni Caboto non avevano ancora fatto le loro scoperte, e il portoghese non aveva ancora raggiunto l'India. Ma forse l'Opera dell’ebolitano dovette essere tra quelle che Colombo avidamente ricercava e di cui si nutriva, per sviluppare e sostenere il suo pensiero; e poté essere particolarmente importante, se per la prima volta vi si trovano raffigurate latitudini e longitudini, disposte su un ampio piano in cui trovano la loro disposizione le terre conosciute, dalle isole identificate come le Canarie, fino al Baltico e all'Estremo Oriente.
La Biblioteca Nazionale di Francia conserva una copia dell'Opera chiamata anche Parisinus Latino 10764. Copia considerata un tesoro prezioso, un piccolo e singolare capolavoro di solo 267 x 145 mm., comprendente belle immagini allegoriche che rappresentano la geografia dei tre Continenti allora conosciuti. Rispetto agli altri Tolomei si presenta diverso perché le mappe dell’Africa non seguono le mappe dell’Europa ma quelle dell’Asia, diversificandosi da tutti gli altri testi; le tavole, con colori vivaci, si presentono con belle inquadrature che mettono in risalto l’eccellenza raggiunta dall’arte napoletana. Un lavoro in grado di confermare e consolidare la fama che l'Opera di Tolomeo ha conosciuto nei sec. XV e XVI, seguendo il successo enorme già conseguito nell'antichità, prima sotto forma di manoscritto (l’Astronomia di Tolomeo col titolo arabo di "Almagesto" nell’Occidente era conosciuta sin dal XII sec., perché tradotta in Latino dall’umanista Gerardo da Cremona); poi nelle vesti stampate.
Dopo la sua pubblicazione, l’opera acquisì rinomanza internazionale, la stessa che ebbero i personaggi che ne furono ispiratori e sostenitori della pubblicazione. Sovvenzionò infatti l’opera tolemaica il Duca di Atri, Matteo Andrea Acquaviva; vero uomo del Rinascimento, un altro soldato coraggioso e grande intellettuale alla stregua di Federico da Montefeltro; un uomo che avrebbe contribuito alla valorizzazione di Eboli e dei suoi feudi, delle potenzialità umane locali, già profonde nel campo dell'arte e del diritto. Rifiutando di seguire la moda italiana di quel tempo che favoriva artisti di studi fiorentini (chiamati da tutti i grandi signori rinascimentali) Matteo volle commissionare il lavoro ad un Artista di un centro considerato periferico, quale Bernardo Silvano da Eboli, pieno di idee e capacità nel disegnare e reinterpretare le mappe della Terra; idee e capacità che avrebbero avuto in quel felice periodo, i conterranei fratelli Gaurico, esperti di grido nell'interpretare e studiare le mappe del cielo. Andrea Matteo III d’Acquaviva è stato un figlio perfetto del Rinascimento, studioso, mecenate e uomo di gusto raffinato, come testimonia il nostro piccolo Tolomeo.
Bibliografo di grande cultura, politico di buon senso, egli volle un atlante facile da guardare e da consultare, che avrebbe potuto richiamare nella sua Corte studiosi e viaggiatori, producendo così non solo uno tra i migliori testi realizzati al di fuori delle botteghe fiorentine; ma anche un lavoro che avrebbe costituito un'opera di propaganda, destinata a far conoscere ed apprezzare le capacità, la ricchezza e le possibilità possedute e messe a disposizione da uno tra i più grandi signori del Regno. Qui tutto è fatto a mano, tutto appare ammirevole, e la firma in calce del Silvano si ritrova alla quarta mappa dell'Africa, dove si legge: "ex officina Bernardi Ebolite anno 1490"; mentre ancora sulla prima mappa dell’Africa si leggono impresse nelle due colonnine le sue iniziali B e S. Com'era giusto, e com'era necessario per gli intenti politici della committenza, Silvano dedicò il suo lavoro ai signori Andrea Matteo Acquaviva, terzo duca di Atri, e alla sua prima moglie, Isabella Piccolomini. Nome glorioso, quest'ultimo, destinato naturalmente ad avocare uno tra i più grandi Papi e geni dell'umanità: quel Pio II scrittore celebre nel mondo, e ideatore del Palazzo di Pienza come centro propulsore politico e spirituale di quella città ideale, vagheggiata come modello architettonico di ideale politico. E mentre la prima mappa rappresenta il mappamondo senza nessun titolo, sul frontone si imprimono le armi del Duca, di quest'uomo che conosceva sapeva il greco, che aveva tradotto Plutarco in latino, e che si serviva di una stamperia personale per produrre e diffondere le sue opere e la vasta produzione degli ‘ingegni’ che frequentavano il suo famoso cenacolo. Le sue collezioni purtroppo furono presumibilmente in parte confiscate e altre disperse durante le rappresaglie ordinate da Ferdinando I d'Aragona a spese dei baroni che si erano ribellarono contro di lui.
Così, il volumetto probabilmente entrò a far parte della grande raccolta libraria dei re aragonesi di Napoli, in seguito lo si trova nella biblioteca di Carlo VIII (1495), per finire nella costruenda Biblioteca Reale di Blois sotto Luigi XII, al nr. 1518 del catalogo di quella raccolta. Nel 1544 con tutto il materiale che componeva le collezioni reali, il libro fu trasferito alla Biblioteca Reale di Fontainebleau; il suo girovagare fini sotto il regno di Francesco I trovando la sua ultima dimora nella Biblioteca Nazionale di Francia. Oggi questo codice è considerato la copia più rara esistente della Geografia di Tolomeo, come affermò Henry Harrisse (1829 -1910) nel 1900. Oltre alle mappe il manoscritto comprende belle immagini allegoriche che rappresentano la geografia dei tre Continenti allora conosciuti. Le mappe, si presentono con belle inquadrature, dai colori vivaci, visualizzati con sontuose inquadrature ricordano lo stile di due artisti: un anonimo Maestro attivo nella bottega romana di Gaspare da Padova e Bartolomeo Sanvito, autore delle allegorie dei continenti e delle carte geografiche; e Cristoforo Majorana, autore dell’allegoria della Geografia e del ritratto a figura intera del Tolomeo. Gaspare da Padova e Bartolomeo Sanvito furono raccomandati all’Acquaviva da Andrea Mantegna come "familiares continui commensales" di Francesco Gonzaga da Mantova: due nomi che evocano il meglio del mondo rinascimentale e che confermano la levatura dell'ambiente culturale con cui erano in contatto l'Acquaviva e Silvano.
La prima allegoria dei Continenti si presenta su due cornici. Nella pagina di sinistra è mostrata Europa rapita sulle acque dal toro sotto le cui sembianze si nasconde Zeus, ed è raffigurato Nettuno con dei mostri nel mare; nella pagina a destra, il Continente asiatico appare con il ricordo delle sue grandezze sotto forma di una città con antiche rovine mentre un gruppo di donne trasportano cesti di fiori. Autore delle allegorie è il collaboratore anonimo di Cristoforo Majorana. Dopo la decima ed ultima tavola dell’Europa e la prima tavola dell’Asia troviamo l’allegoria a doppia pagina dipinta dal Majorana che raffigura a sinistra un personaggio femminile in sella ad un coccodrillo (anche il dio egizio Harpokrate era raffigurato mentre cavalcava il coccodrillo) con una frusta in mano, davanti a un paesaggio fluviale; sulla pagina a destra il fiume Indo, raffigurato come un vecchio sdraiato, che tiene in mano un vaso da cui scorre il fiume con cinque bocche e nell’altra mano un bastone (papiro). Dopo le dodici tavole dell’Asia, l’allegoria rappresenta l’Africa sempre dipinta su due pagine: una donna su un elefante porta in mano una palma su cui si muovono serpenti. Il contiene paesaggio leoni e struzzi. Perseo nel cielo impugna la testa insanguinata di Medusa e il gigante Atlante porta sulle spalle la sfera celeste su cui compaiono i segni zodiacali.
L’altra edizione dell'Opera venne pubblicata da Silvano a Venezia nel 1511, nella tipografia di Giacomo Peuci di Lecco; è in latino, impressa in bianco e nero, e si avvale della prefazione del poeta romagnolo Aurelio Augurelli, uomo di vastissima cultura appassionato studioso di opere geografiche. Per l'occasione egli compose trentasette versi nei quali invitava i futuri lettori ad avvicinarsi benevolmente all’opera, anche nel caso in cui vi avesse riscontrato errori, ed esortandoli a ringraziare Silvano per essere stato il primo ad intraprendere una nuova strada in una materia cosi difficile che altri non avevano mai avuto il coraggio di percorrere. Infatti l’ebolitano, con l’edizione veneziana aprì un capitolo nuovo nella storia dell'opera Tolomaica. Ben conosciuti erano già gli errori di un'opera ritenuta quasi infallibile come quella tolemaica, su cui la fantastoria avrebbe poi edificato costruzioni quasi romanzesche. E la possibilità che gli errori avessero riempito questo fondamento della cultura antica, viene scaricata dalle spalle dell'astronomo e geografo alessandrino, su quelle dei suoi interpreti, specialmente i più recenti. Per questo motivo, la stampa ripropone solo le 27 carte attribuite dalla tradizione a Tolomeo, limitandosi ad adattarle alle cornici delle carte nautiche, delle quali prende anche il sistema della colorazione. Per la prima volta le carte sono stampate su entrambe le facciate dei fogli, aggiungendo un mappamondo cordiforme che rappresenta le terre ignote a Tolomeo. Silvano dedica ancora una volta la riedizione della Geografia ad Andrea Matteo Acquaviva, di cui rinnova la propaganda, e di lui ricorda affettuosamente i nuovi titoli che sono venuti ad arricchire la corona di virtù: duca d’Atri, principe di Teramo, conte di Conversano, duca di Eboli (quest’ultimo titolo lo acquisì sposandosi in seconde nozze nel 1509, insieme a Caterina della Ratta e poi diventando il suo unico erede alla morte di lei, avvenuta nel 1511). Nella dedica si legge infatti: "Bernardus Silvanus Eboliensis: ad Illustrissimum Andream Mattheum Acquaevivum Adriae Ducem et cetera: ac Eboli
Dominum suum colendissimum". E nel ringraziare il suo mecenate così continua nello scritto, in segno di gratitudine: "… Non perché mio principe possessore di tanti feudi, non per il nome che porti e per le ricchezze possedute, perché ti occupi di letteratura, poesia e ti diletti di Geografia. Un principe è grande per la virtù d’animo e d’intelletto: tutto questo coltivasti, divenendo illustre non solo per vastità di dominio, ma per aver superato molti letterati; sia lungi ogni sospetto di adulazione. Quest’opera è dovuta a te che pazientemente mi esortasti, stimolando il mio ingegno, ed è giusto che sia tu a raccoglierne i frutti …" . Inoltre, in essa troviamo una carta geografica (la quarta Tav. dell’Africa) in cui si nota un’incisione in legno raffigurante un pappagallo con il becco e la coda stampati in rosso.
Si ritiene che sia stata usata per la prima volta la tecnica di dividere una figura animata in due legni per tirarla in due colori sia sul verso e sul recto dei singoli fogli. Scrive, in proposito, un’insigne studiosa, la professoressa Angela Codazzi: "Bernardo Silvano da Eboli, al quale si deve questa singolare edizione di Tolomeo, constatata la discrepanza fra le tavole tolemaiche e i dati desumibili dalle navigazioni moderne, ritenne di correggere quelle, costringendole entro la cornice delle carte nautiche”. Alle ventisette carte tradizionali occorre aggiungerne, secondo il Silvano, solo una, per delineare le terre ignote al tempo di Tolomeo; questa viene presentata, come detto, in proiezione cordiforme (…)” La serietà scientifica e l'aggiornamento del suo lavoro sono manifestati dal disegno del lembo orientale dell’Asia che ha nella figurazione cartografica lo stesso significato che nella prosa hanno i puntini sospensivi". Nella dedica Silvano afferma di aver rivisto il testo essendosi accorto delle diversità dei vari esemplari venutigli fra le mani ricordando l’aiuto fondamentale avuto nel suo lavoro dagli amici Pandolfo Cimano e Giovanni Cotta e, continua nel dire nella sua presentazione. "(…)Abbiamo voluto inoltre aggiungere di nostro la raffigurazione dell’intera terra abitabile, con l’indicazione di tutti quei luoghi rinvenuti a seguito delle recenti navigazioni che sono a noi noti. Ti accorgeresti che questa immagine non differisce in alcun modo dal disegno del mondo di Tolomeo. Tuttavia abbiam fatto che in quest’ultimo sono assenti le località sconosciute allo stesso Tolomeo (…) tuttavia abbiam fatto ciò mossi da questa ragione, perché quanti hanno posto sotto accusa Tolomeo si rendano conto di venire smentiti nella loro accusa, poiché le descrizioni tolemaiche sono conformi a quelle dei portolani del nostro tempo e al vero, fatta eccezione delle antiche cifre, che sono andate smarrite". Molte notizie su Bernardo Silvano le fornisce il grande umanista Roberto Coenalis che lo menziona nella sua Opera pubblicata a Parigi nel 1557. Dall’Ortelio, nel 1570, fu incluso nell’elenco dei cartografi e geografi nel volume “Theatrum Orbis Terrarum, Antwerp, MDLXX”. È poi ricordato da Harriss nella Biblioteca Americana Vetustissima, New York 1886. La Curcio Editore gli diede un giusto omaggio, nella pubblicazione: Grande Atlante Internazionale, allegando una tavola a colori del suo mappamondo, nel I° fascicolo con su impresso Bernardo Silvano da Eboli: Mappamondo moderno, 1511, con il commento, sul retro, della professoressa Angela Codazzi.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
1) Biblioteca Nazionale di Francia, mappe e piani di Dipartimento, GE DD-1008 (RES).
2) “Bernardo Silvano y su obra cartografica” Simonetta Conti Segunda Universidad de Napoles.
a) G. Brancaccio, in ‘Geografia, cartografia e storia del mezzogiorno’, Guida editore, 1991, pp.125-127, 324. - b) Almagià in ‘Studi storici di cartografia napoletana, pp. - 589-590-591; 910; - c) G. Guglielmi-Zazo in ‘Bernardo Silvano e la sua edizione della Geografia di Tolomeo, in Rivista Geografica Italiana, 1925, pp. 207-216. - d) La geographie du Moyen Age vol. II pp. 151, 156. - e) Blessich, La geografie alla corte aragonese pp. 41, 47. - f) Antiche carte geografiche 1 Bernardo Silvano da Eboli “Mappamondo moderno” (1511), Armando Curcio Editore.