Per chi se lo fosse dimenticato...
- Francesco Blangiardi
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Per chi se lo fosse dimenticato...
- Francesco Blangiardi
Pirati in un mare di bit!
Proprio come una volta, ma con un computer al posto della nave. Fonte: Wikipedia.
In questo blog abbiamo parlato dei file mp3, ed è indubbio quanto questo formato sia stato utile nel campo della distribuzione della musica. Già intorno all’anno 2000 ,infatti, chiunque aveva i mezzi per memorizzare musica all’interno del proprio computer trasferendola da CD o da internet: però questo fattore, unito alla diffusione di internet tra le masse, segnò l’inizio di un rapporto altalenante tra l’industrtia musicale e internet, e fu ciò che permise la nascita della pirateria.
Fu appunto in quel periodo che nacque il fenomeno del file sharing di contenuti musicali: per quanto all’inizio fosse un modo di condividere, tra gruppi ristretti di utenti, canzoni e registrazioni rare o altrimenti inaccessibili, col passare degli anni questa attività ha attirato l’attenzione delle case discografiche.
Mentre oggi vi sono diversi siti legali di condivisione di musica come Bandcamp e SoundCloud (che tratteremo più in dettaglio nel blog), ai tempi i siti di file sharing vennero infatti percepiti come “scomodi” agli occhi del mercato musicale, proprio perchè permettevano agli utenti di condividere e scaricare gratuitamente materiale coperto da copyright: un esempio famoso è proprio Napster, che fu uno dei primi siti di file sharing messi a disposizione delle masse, e anche il primo ad aver affrontato cause legali a causa della natura del sito stesso (che portarono alla sua momentanea chiusura nel 2001, due anni dopo il suo debutto sul web).
Il logo del sito. Oggi è ancora disponibile come servizio di streaming musicale. Fonte: Wikimedia commons.
Ovviamente, nonostante la chiusura del sito con i relativi risarcimenti da pagare alle case discografiche, i siti per la condivisione di file si moltiplicarono velocemente, e una larga fetta di questi diedero vita alla pirateria come la conosciamo oggi.
Logo di Kazaa, altro sito di file sharing nato dopo la chiusura di Napster. Immagine presa da Wikimedia Commons.
“Perché pagare per ascoltare musica se posso averla gratis? Perchè dovrei andare in un negozio per comprarla quando la posso avere con un semplice click stando seduto a casa mia? E poi lo fanno tutti, se si mettessero ad arrestare tutti quelli che scaricano musica da internet, non resterebbe più nessuno!”
Furono queste le idee che cominciarono a prendere piede nella community di internet e che si sentono spesso ancora oggi. Sono idee convenienti e alle quali è difficile non dare ascolto; il motivo per cui non si deve ricorrere alla pirateria, però, è molto semplice: se tutti scaricassimo illegalmente la musica invece di comprarla, allora impediremmo agli artisti di continuare a fare il proprio lavoro e, quindi, di creare nuove opere. La pirateria è prima di tutto un reato ai loro danni perchè dalla musica scaricata illegalmente non ricavano alcun provente e alcun riconoscimento, cosa che potrebbe potenzialmente negare loro il successo che gli è dovuto.
Al giorno d’oggi, qual’è l’entità del danno che la pirateria provoca all’industria musicale?
L’EUIPO, l’ufficio europeo per la proprietà intellettuale, ha dichiarato che solo nel 2014 è stata consumata illegalmente musica per un valore di circa 330 milioni di euro; ad ogni modo, sempre secondo l’EUIPO, l’ammontare delle mancate entrate dirette al settore discografico costituisce solo la metà di questa somma. Inoltre, è ovvio che non tutti i fruitori illeciti acquisterebbero la musica che consumano se non avessero la possibilità di scaricarla illegalmente.
Logo dell’EUIPO. L’ufficio si occupa anche della gestione di marchi e del design industriale per il mercato interno dell’Unione Europea. Fonte: Wikimedia Commons.
Forse è proprio per questi motivi che, negli ultimi anni, l’industria musicale ha alleviato le pressioni nei confronti della pirateria: è infatti impensabile riuscire a perseguire legalmente tutti gli utenti pirata del mondo, e anche riuscendoci, le vendite non aumenterebbero in modo abbastanza significativo.
Allora come si combatte la pirateria?
Per limitare i danni causati dalla pirateria, è molto più efficiente un approccio indiretto. È già da un po’ che il mercato spinge verso la vendita di musica completamente in formato digitale, e in modo particolare vuole promuoverne il consumo tramite streaming: tra i tanti vantaggi che questa modalità di vendita può offrire, vi è appunto la mediazione della piattaforma tra il consumatore e il prodotto. In parole povere, avendo “rimosso” la musica dai computer degli utenti, l’industria musicale ha ora modo di proteggere al meglio il proprio prodotto, di cui l’accesso è sempre più regolato dai server delle piattaforme di streaming.
Logo di Spotify. Immagine presa da Wikimedia Commons.
Ce lo ha già dimostrato Spotify, che dopo aver rilevato un’app pirata che aveva accesso al suo catalogo, è intervenuto chiudendo l’app e bloccando gli account illegali, come scritto da Bruno Ruffilli su “La Stampa”: fare i furbetti non è più tanto facile!