" Giunto quasi alla fine della sua vita, malatissimo, [Francesco d'Assisi] sapeva di non poter più rivedere quelle terre lontane verso cui si era mosso con tanto entusiasmo; la rinuncia non chiude interamente in negativo i suoi sogni di evangelizzazione ecumenica, perché porta a un ripensamento e a un diverso recupero di quel grandioso progetto. Non ci sono luoghi o interlocutori privilegiati: il presepio di Greccio spegne il bisogno del viaggio verso la Terrasanta e della sua difesa; non c'è bisogno di attraversare il mare per vibrare d'emozione né di imporre la fede, ritenuta la vera, con le armi e la violenza. Betlemme è ovunque, anche a Greccio, perché deve essere prima di tutto nei cuori: «Quasi nova Bethlehem de Graecio facta est», Greccio è divenuta una nuova Betlemme.
Tommaso [da Celano] insiste sulla gioia mai provata prima, né dai fedeli, né dal sacerdote, evidentemente incapace anche lui, prima della predica di Francesco, di intendere profondamente il mistero che sta celebrando. Di fronte alle carenze del clero, alla tiepidezza della fede dei cristiani, gli uni e gli altri immemori del sacrificio divino, il Bambino ha gli occhi chiusi, dorme di un sonno prossimo alla morte. Se gli infedeli non hanno conosciuto Cristo, i cristiani lo hanno dimenticato. "
Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d'Assisi, introduzione di Jacques Le Goff, Einaudi (collana ET Saggi n° 824), 2006⁶; pp. 113-114.
[Prima edizione: 1995]













