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Segni sul cuore, pensieri contaminati, parole opache. Macchie indelebili che danno la mano a ricordi che non bastano, che vanno oltre, che si perdono. C'è un uomo che resta seduto tra le macerie di quella che un momento prima era casa sua. Non si muove, aspetta qualcosa. Non riesce più a credere, a pensare. Aspetta e nient'altro. L'attesa di ciò che se n'è andato e non c'è più, l'illusione che gli venga restituito, che possa recuperarlo in qualche modo, il rifiuto di cederlo a ciò che era ieri, mentre la parola 'passato' non gli si adatta. È la chiamata di quell'uomo alla sua donna, che ormai vive nel presente, un presente lontano chilometri e chilometri e che quello stesso uomo cerca di attraversare con una semplice serie di squilli intermittenti, sentendo che di caldo non vi è più nulla, se non due voci deboli, sfinite, che reggono il peso di sentimenti ormai sfocati, posti tra quelle macerie, coperti di polvere. Entrambi scavano, spazzano e sperano. E aspettano ancora e poi corrono. Corrono verso qualcosa di troppo lontano e che si muove, lontano, come se non avesse più senso andar incontro a qualcosa che di possibile non ha quasi più nulla.
occhi azzurri,
capelli neri.
il sapore delle tue labbra,
rosa,
sulle mie,
sottili.
il rimorso ed il rimpianto
di un amore non vissuto.
non abbastanza, almeno.
a volte ti immagino, sai?
con i tuoi capelli neri e gli occhi azzurri.
guardarmi.
e mi manchi, a volte, sai?
e ti immagino ridere mentre mi guardi,
a letto,
su quel letto dove le nostre mani si sono amate per ore.
ricordo il mio sorriso nel baciarti,
la mia felicità sulle tue labbra.
e ci ricordo, sai?
la tua testa sulle mie gambe, il tuo maglione blu lungo sulle mani
la mia mano tra i tuoi capelli, a desiderare
ardentemente, con un bruciore all’anima nel farlo
di baciarti, di toccare le tue labbra.
e mi manchi di nuovo, a volte, sai?
ma tu no, tu non torni mai.
tu non puoi tornare mai.