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PIZZERIA UE'
#fotodipolitici - Francoforte, 16 aprile 2015, conferenza stampa post #Eurotower, sono passati esattamente 5 anni da questa indimenticabile contestazione. Il volto del presidente della Banca Centrale Europea Mario #Draghi, scolpito nelle nostre memorie, è la reazione alla delicata protesta di Josephine Witt, manifestante di #Blockupy, infiltrata a palazzo tra un lancio di coriandoli e l’altro. Il suo grido di battaglia sarà il seguente: “Stop alla dittatura #Bce!” - #Frankfurt #UnioneEuropea #Ue #fotodipoliticiTop https://www.instagram.com/p/B_DhT53lLrg/?igshid=1ub0sgev134sw
Bruxelles, lo stesso giorno: 3,9 miliardi per i droni, e le casse d'acqua finiscono nell'allegato delle plastiche vietate
Oggi la Commissione Europea ha avviato l'erogazione di 3,9 miliardi di euro a Kiev, prima tranche di un pacchetto da 6 miliardi destinato interamente all'acquisto di droni avanzati. Fa parte del prestito "Ukraine Support Loan" da 90 miliardi per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla sola difesa. Ursula von der Leyen ha parlato di "ingegnosità da sostenere". Nelle stesse ore, sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione, viene pubblicato il documento di orientamento sul Regolamento UE 2025/40 sugli imballaggi. Conferma nero su bianco che dal 1° gennaio 2030 le confezioni multipack in plastica — comprese le casse da sei bottiglie d'acqua minerale che si comprano al supermercato — finiranno nell'elenco dei materiali da eliminare dal mercato, equiparate alla plastica monouso. Mineracqua sta ancora trattando per ottenere un'esenzione, sostenendo che quell'involucro serve a trasportare il peso e proteggere le bottiglie durante il tragitto verso casa. Due atti normativi pubblicati nello stesso giorno dalla stessa istituzione raccontano la gerarchia reale delle priorità europee: la capacità industriale viene mobilitata in tempi rapidissimi quando l'obiettivo è il rifornimento bellico, mentre per la vita quotidiana dei cittadini si normano i centimetri di pellicola di un fardello d'acqua con un orizzonte di pianificazione pluriennale. Sono due testi pubblicati nelle stesse ventiquattr'ore: un esborso da miliardi gestito con urgenza operativa, e una regola sui consumi domestici che richiede quattro anni di transizione e tavoli di mediazione con le aziende del settore. La domanda è ovviamente: quale orizzonte temporale e quale scala di urgenza hanno davvero, alla base del loro decidere, queste persone — e perché coincidono sempre con l'espansione della propria competenza, mai con la sua riduzione? Colpisce che la stessa Commissione entri in dettagli così minuti come quello di normare cosa sia ammesso per avvolgere sei bottiglie di plastica. Non è un episodio isolato: dal 3 luglio 2024 è già in vigore in tutta l'Unione l'obbligo del tappo agganciato alla bottiglia — il cosiddetto tappo "solidale" — affinché non si disperda nell'ambiente. Si tratta della stessa logica regolatoria applicata a un oggetto di pochi grammi: una norma tecnica europea, uno standard di resistenza in Newton, un decreto di recepimento nazionale. Tre anni di apparato normativo per un tappo. Sei anni di transizione per un fardello di plastica. Giorni per miliardi di droni. Da un lato lo sforzo bellico viene istruito perché l'eventualità del conflitto resti concreta e finanziabile senza frizioni; dall'altro la stessa architettura burocratica continua a penetrare nei dettagli più minuti della vita quotidiana, in nome di un'ossessione dichiarata per la salute e l'ambiente che, a ben guardare, non risparmia nessun ambito: dal packaging alle abitudini alimentari, fino alle politiche sanitarie con cui si comincia a orientare, fin dalla nascita, la crescita delle nuove generazioni europee. Il sospetto è che la regolazione minuta del corpo e dei consumi non sia il fronte opposto alla mobilitazione bellica, ma la sua stessa logica applicata su un altro terreno — un potere che si esercita meglio quando è capillare e quotidiano piuttosto che quando deve giustificarsi pubblicamente sulle grandi scelte, come quella di finanziare un conflitto a debito per un'altra generazione.
⚡️EU sends Ukraine 3.9 billion euros for drones under major support loan. The payment is part of the initial 6-billion-euro ($7 billion) tranche dedicated to drone procurement under the 90-billion-euro ($103 billion) Ukraine Support Loan.https://t.co/bWVcT6OfBA
— The Kyiv Independent (@KyivIndependent) June 30, 2026
La guerra come orizzonte, la diplomazia come sospetto
Se la rapidità con cui si mobilitano risorse per i droni mostra chiaramente qual è l’urgenza percepita, altrettanto significativo è il clima politico che circonda qualsiasi tentativo di aprire un canale di dialogo con Mosca. Un recente viaggio a Mosca del deputato europeo lussemburghese Fernand Kartheiser, organizzato a titolo personale per discutere relazioni bilaterali e il conflitto in Ucraina, è bastato a far scattare la procedura di espulsione dal suo gruppo parlamentare, giudicando la visita come un superamento di una “linea rossa”. In parallelo, un incontro in videoconferenza fra alcuni eurodeputati e membri della Duma russa ha provocato richieste di sanzioni disciplinari e accuse di violazione dello spirito delle regole del Parlamento europeo, con l’argomento che qualsiasi contatto rischia di essere sfruttato dalla “propaganda del Cremlino”.euronews Il quadro viene completato da risoluzioni che denunciano gli sforzi “continui” di Mosca per minare la democrazia europea e parlano apertamente di parlamentari trasformati in “agenti di influenza”, sollecitando indagini interne, sanzioni e persino formazione obbligatoria in materia di sicurezza. In questo contesto, la diplomazia – cioè il semplice fatto di sedersi a un tavolo con l’avversario – viene sempre più assimilata a sospetto di collusione, mentre la corsa agli armamenti è descritta come unica risposta “responsabile”.
Card. Fernandez al Concistoro: la UE nella politica estera applica il doppio standard
Nella sala del Concistoro straordinario convocato da Leone XIV il 26 e 27 giugno 2026, a porte chiuse, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha pronunciato una frase che nessun cancelliere europeo avrebbe osato mettere a verbale. Se un Paese è considerato nemico — ha detto in sostanza il cardinale Víctor Manuel Fernández — viene condannato come antidemocratico e sanzionato; se è un alleato, la mancanza di libertà di espressione, di diritti umani e di democrazia viene semplicemente ignorata. È una diagnosi, non uno sfogo. E arriva dall'organismo che, sotto altro nome, fu per secoli il tribunale dottrinale della Chiesa e che Joseph Ratzinger guidò per ventiquattro anni. La notizia è filtrata prima attraverso la stampa di Bruxelles e poi ripresa in Italia: un discorso riservato, non un comunicato costruito per l'effetto mediatico. Ed è proprio questo a renderlo interessante.
Cosa ha detto il prefetto della Dottrina della fede sull'Europa
Il nucleo dell'intervento è l'accusa di applicazione selettiva del diritto internazionale. Fernández ha sostenuto che i governi decidono sanzioni, sostegno militare e condanne non in funzione di principi universali, ma sulla base della convenienza politica ed economica del momento. L'Unione Europea, ha aggiunto, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte a invasioni anche più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni. Il riferimento, mai esplicitato con i nomi propri ma trasparente, è al contrasto tra la reazione europea alla guerra russo-ucraina e quella riservata alle crisi mediorientali: il cardinale ha indicato le operazioni militari a Gaza e nel sud del Libano come sproporzionate rispetto agli obiettivi dichiarati, richiamando la devastazione di abitazioni e infrastrutture e il numero di vittime civili, in particolare bambini.
L'intervento non si è fermato alla denuncia giuridica. Fernández ha collocato il doppio standard dentro una cornice più ampia, quella che ha chiamato "cultura della potenza": la progressiva normalizzazione della guerra come strumento ordinario di governo delle crisi, la delegittimazione sistematica di chi esprime posizioni divergenti, la presentazione del ricorso alle armi come scelta inevitabile. È una riflessione che si salda al tentativo, avviato sotto questo pontificato, di rimettere in discussione l'antica dottrina della "guerra giusta". Non un pacifismo generico, dunque, ma la contestazione di un'intera grammatica con cui l'Occidente giustifica l'uso della forza. Quando parla il prefetto di quel Dicastero, non parla a titolo personale: parla l'istituzione, e dietro di essa il magistero pontificio. È la differenza tra un'opinione e un giudizio.
Il doppio standard europeo alla prova dei numeri
Un'accusa così netta va misurata sui fatti, altrimenti resta retorica. E i fatti, in questo caso, danno corpo alla tesi del cardinale con una precisione quasi imbarazzante. Sul fronte russo, l'Unione Europea ha costruito in poco più di quattro anni la più imponente architettura sanzionatoria della sua storia: il ventesimo pacchetto di misure restrittive contro Mosca è stato adottato dai Ventisette il 23 aprile 2026, portando a circa duemilasettecento il numero dei soggetti inseriti nelle liste e, per la prima volta, includendo un Paese terzo, il Kirghizistan. Le navi della cosiddetta "flotta ombra" a cui è negato l'accesso ai servizi europei hanno superato le seicentotrenta unità. Restrizioni finanziarie, energetiche, tecnologiche, commerciali: un meccanismo che si aggiorna con cadenza quasi trimestrale e che colpisce ogni possibile canale di elusione.
Sul fronte mediorientale il quadro è opposto, e proprio per questo istruttivo. Nel maggio 2025 Bruxelles ha avviato una revisione del rispetto, da parte di Israele, dell'articolo 2 dell'Accordo di associazione UE-Israele — la clausola che vincola le relazioni bilaterali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. La revisione condotta dal Servizio europeo per l'azione esterna è arrivata a una conclusione severa: Israele viola i diritti umani e il diritto internazionale a Gaza e in Cisgiordania. Eppure, a quella certificazione non è seguita alcuna conseguenza operativa. La sospensione, anche solo parziale, dell'accordo si è arenata sul muro dell'unanimità e delle maggioranze qualificate, con Italia, Germania e Ungheria tra i Paesi che hanno tenuto aperta la porta del dialogo. Amnesty International ha definito quella mancata decisione uno dei momenti più vergognosi nella storia dell'Unione.
Il contrasto è la vera notizia. Per la Russia, venti pacchetti di sanzioni in quattro anni e una macchina che non conosce sosta. Per un alleato la cui condotta la stessa Commissione ha giudicato in violazione del diritto, mesi di revisioni, consultazioni e appelli senza un solo atto vincolante. Non è un'omissione occasionale: è un pattern, ed è precisamente il pattern che il cardinale ha nominato.
La replica di Bruxelles e cosa rivela
La reazione dell'apparato europeo alle parole di Fernández conferma più di quanto smentisca. Il portavoce per gli Affari esteri della Commissione, Anouar El Anouni, ha respinto l'accusa con la formula di rito: l'Unione chiede il rispetto del diritto internazionale sempre e in ogni circostanza, condannando le violazioni ovunque si verifichino. La portavoce capo, Paula Pinho, ha liquidato la questione con un laconico "di norma non commentiamo i commenti". Due risposte che, lette insieme, disegnano la strategia difensiva: si riafferma il principio in astratto e si evita accuratamente il merito. Nessuno a Bruxelles ha spiegato perché la certificata violazione dell'articolo 2 da parte di Israele non abbia prodotto ciò che venti pacchetti hanno prodotto per Mosca. Difendere la procedura mentre si elude il fatto è la firma di ogni doppio standard.
Vale la pena registrare che non tutta l'Europa istituzionale ha reagito con la lingua di legno. Dai banchi della sinistra al Parlamento europeo è arrivato un sostegno esplicito alla diagnosi del cardinale, con il richiamo — di nuovo — alla sproporzione tra i venti pacchetti contro la Russia e l'impunità di fatto concessa a Tel Aviv, e con il rilievo che le esportazioni europee di armi verso Israele sono proseguite e che l'Accordo di associazione è rimasto in vigore. Quando la critica di un cardinale trova conferma nei rilievi di eurodeputati che partono da presupposti culturali del tutto diversi, significa che il dato è più solido dell'ideologia di chi lo osserva. È la convergenza degli indizi, non la loro provenienza, a fare la prova.
Dalla guerra giusta alla cultura della potenza: una lettura storica
Per capire la portata dell'iniziativa ecclesiale conviene collocarla nella storia lunga della dottrina cattolica sulla guerra. La categoria della "guerra giusta" nasce con Agostino d'Ippona e viene sistematizzata da Tommaso d'Aquino attorno a tre condizioni: l'autorità legittima, la causa giusta, la retta intenzione. Per secoli quella dottrina ha funzionato come freno e come criterio, non come licenza. Il tentativo avviato da Leone XIV di superarla non è, come qualcuno ha frettolosamente scritto, una resa pacifista: è la constatazione che nell'epoca delle guerre asimmetriche, dei droni economici capaci di minacciare portaerei da miliardi di dollari e della devastazione sistematica delle infrastrutture civili, le condizioni classiche della "giustizia" bellica sono diventate un guscio vuoto, invocato da chiunque per legittimare qualsiasi cosa.
È qui che la nozione di "cultura della potenza" evocata da Fernández acquista spessore. Non descrive un singolo conflitto, ma un clima: quello in cui la forza smette di essere l'estrema eccezione e diventa la soluzione ordinaria, il linguaggio stesso della politica internazionale. In questo clima il diritto non viene abolito, viene reso strumentale: si invoca quando serve a colpire l'avversario, si aggira quando peserebbe sull'amico. L'economista Jeffrey Sachs, che di globalismo non può certo essere accusato e che ha più volte portato le sue tesi anche in ambito vaticano, ha argomentato che gran parte della politica estera occidentale degli ultimi trent'anni è stata guidata non dalla difesa di principi universali ma dalla pura ricerca dell'egemonia, e che è stata proprio questa logica a moltiplicare i conflitti anziché prevenirli. La lettura del cardinale e quella dell'analista, per vie del tutto indipendenti, arrivano allo stesso punto.
C'è poi una memoria storica che i media mainstream tendono a rimuovere. L'Unione Europea nella sua forma attuale prende avvio nei primi anni Novanta, in un mondo che aveva appena visto crollare l'ordine bipolare. Chi ne studia la genesi economica osserva che l'architettura della moneta unica fu costruita su un impianto asimmetrico, calibrato sugli interessi dei Paesi in surplus e destinato a scaricare sui Paesi periferici l'onere dell'aggiustamento. L'economista Sergio Cesaratto ha documentato per anni come l'euro rifletta una logica sostanzialmente mercantilista, che comprime la domanda interna e trasferisce squilibri anziché risolverli. Un'Unione nata su un principio di asimmetria strutturale nell'economia non ha poi motivo di stupirsi se pratica l'asimmetria anche in politica estera. Le due cose non sono scollegate: sono il medesimo abito mentale applicato a materie diverse.
Perché l'iniziativa ecclesiale interpella l'Europa
Resta la domanda che davvero conta: perché un'esternazione pronunciata a porte chiuse in un Concistoro dovrebbe pesare più di mille dichiarazioni diplomatiche? La risposta sta nella natura di chi parla. La Chiesa è oggi una delle poche istituzioni che tiene insieme due dimensioni che il discorso pubblico europeo ha imparato a separare: la capacità di immaginare un ordine diverso da quello esistente e il realismo di chi guarda l'uomo e i suoi conflitti allo stadio in cui si trovano davvero, feriti e dominati dalla forza. Non è un caso che questa voce arrivi mentre l'Europa celebra il riarmo come garanzia di sopravvivenza e presenta la corsa alle armi come una necessità di fronte a "nemici alle porte". La critica di Fernández colpisce esattamente il punto di saldatura tra il doppio standard e l'agenda bellicista: entrambi poggiano sull'idea che la sicurezza si costruisca scegliendo di volta in volta quali principi applicare e a chi.
Il messaggio all'Europa è che, in un mondo di predatori, il continente può e deve scegliere di essere agente di pace in nome dei valori che dice di rappresentare — pena la perdita di ogni credibilità. La coerenza non è un lusso morale: è la condizione stessa dell'autorità. Un'Unione che certifica le violazioni di un alleato e non ne trae conseguenze, mentre moltiplica le sanzioni contro un nemico, non sta difendendo il diritto internazionale: lo sta consumando dall'interno, riducendolo a strumento tattico. E un diritto ridotto a tattica non protegge più nessuno, perché chiunque sa in anticipo che verrà applicato o sospeso a seconda della convenienza.
Un giudizio che chiede di essere raccolto
L'aspetto che trovo più significativo di questa vicenda non è la durezza delle parole, per quanto inusuale. È il fatto che una diagnosi tanto scomoda sia stata formulata dall'unica istituzione che non aveva alcun interesse geopolitico a formularla. La Chiesa non compete per pacchetti di sanzioni, non vende armi, non siede ai tavoli negoziali con una posta materiale da difendere. Proprio per questo il suo sguardo può registrare ciò che gli attori interessati hanno bisogno di non vedere. Il doppio standard non è un errore procedurale che si corregge con una circolare: è la spia di un sistema che ha smarrito il criterio universale e lo ha sostituito con il calcolo dell'utile. Riconoscerlo è il primo atto di realismo. Ignorarlo, come Bruxelles sta scegliendo di fare con il suo "non commentiamo i commenti", è la conferma involontaria che il cardinale aveva colto nel segno. Il resto — se questa voce troverà in Europa qualcuno disposto a raccoglierla, o se resterà l'ennesima verità detta e archiviata — non dipende più dalla Chiesa. Dipende da chi ha ancora la libertà di giudicare fuori dal pensiero unico.
Riferimenti
ANSA – Ue sul card. Fernandez, 'doppio standard? Noi sempre per il rispetto del diritto' (https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/06/29/ue-sul-card.-fernandez-doppio-standard-noi-sempre-per-il-rispetto-del_7a88aa4b-beba-4a6e-9b65-8d612515f520.html) Il Sussidiario – Card. Fernandez bacchetta Ue: "Doppio standard su guerra". La replica di Bruxelles (https://www.ilsussidiario.net/news/card-fernandez-bacchetta-ue-doppio-standard-su-guerra-la-replica-noi-sempre-per-rispetto-del-diritto/2977428/) InsideOver – Guerre e riarmo, il Vaticano non fa sconti all'Unione Europea (https://it.insideover.com/religioni/guerre-e-riarmo-il-vaticano-non-fa-sconti-allunione-europea.html) Consilium – Guerra della Russia contro l'Ucraina: sanzioni UE (ventesimo pacchetto, 23 aprile 2026) (https://www.consilium.europa.eu/it/policies/sanctions-against-russia/) ISPI – UE, sanzioni a Israele: too little too late? (revisione articolo 2, Accordo di associazione) (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ue-sanzioni-a-israele-too-little-too-late-217172)
Rutte, i 500 aerei e la difesa di crosetto: la narrazione tecnica che nasconde una implicita partecipazione
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it La frase è arrivata come una bomba mediatica: secondo Mark Rutte, dall’Italia sarebbero decollati 500 aerei statunitensi per partecipare alla campagna contro l’Iran. Nel giro di poche ore la politica italiana è esplosa: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto negando qualsiasi partecipazione a «operazioni cinetiche» e definendo i movimenti come «voli tecnici e logistici». Emerge però un’interpretazione molto più complessa: quella stessa catena logistica, se analizzata nei dettagli operativi, è funzionale ad attività di intelligence e supporto che rendono la distinzione tra logistico e operativo assai tenue. Il racconto di Rutte e l’effetto politico
Nel passaggio trascritto, Rutte sostiene che la sponda europea dell’Atlantico è stata attiva nella guerra contro l’Iran e afferma che «solo dall’Italia sarebbero decollati 500 aerei statunitensi per operazioni militari in Persia»; la frase ha un valore performativo: non solo descrive un fatto, ma assegna all’Italia un ruolo di primo piano nel teatro operativo. L’effetto è immediato: la comunicazione internazionale veicola l’immagine di un’Italia largamente coinvolta, e la politica interna si trova costretta a reagire per tutelare la legittimazione democratica del governo e delle Forze Armate.
La replica di Crosetto: parola per parola
Crosetto, come riportato dai media e nelle reazioni successive, articola la sua difesa su due punti fondamentali. Primo: l’Italia non ha autorizzato attività «cinetiche» d’attacco, cioè l’uso di basi italiane per il lancio di raid offensivi; secondo: le autorizzazioni concesse riguardano esclusivamente voli di natura tecnica e logistica, nell’ambito degli accordi concordati per l’uso delle basi. Il ministro offre inoltre la piena disponibilità a riferire in Aula e a depositare registri «volo per volo», mettendo l’accento sulla possibilità di controlli tecnici per dimostrare la correttezza delle procedure.
La mia lettura critica della difesa di Crosetto
Io resto scettico sulle controdeduzioni ministeriali per ragioni operative e semantiche. Dal punto di vista tecnico-militare la definizione di «volo logistico» copre un ampio spettro: trasferimenti, rifornimenti, rotazioni di asset e -- o rilevato direttamente dai canali di monitoraggio aereo (come flightradar) il fatto che droni tipo i Global Hawk partiti da Sigonella o asset di sorveglianza simili svolgono ricognizione su obiettivi in territorio iraniano; queste ricognizioni non sono il colpo finale, ma prima di tutto abilitano le azioni di altri attori che compiono l’azione cinetica. Questa catena opera così: retrovia logistica raccolta di intelligence >-- trasmissione dati ops >-- attacco condotto da terzi. Se si accetta questo schema operativo, la netta separazione tra «logistica» e «guerra» diventa retorica utile per il consumo interno, ma debole come argomento sostanziale.
Ambiguità tecnica e responsabilità politica
La retorica usata per giustificare la non partecipazione italiana alla campagna bellica ricorda quella adottata per l’Ucraina: l’Italia non «combatte» direttamente, ma fornisce strumenti, basi, capacità industriali o logistiche che di fatto sostengono il conflitto. Crosetto si appella a definizioni formali (cinetico vs logistico) e a procedure tecniche; il problema è che la politica estera si decide sulla base degli effetti reali, non delle etichette. Se i voli da Sigonella o altri hub italiani effettuano sorveglianza, rifornimento o movimenti che riducono il tempo di reazione di asset stranieri, allora l’effetto concreto è partecipazione attiva, anche se non fisica nel senso tradizionale.
Cumulazione, rotazioni e conteggio
E' comunque probabile che la cifra che l'Italia abbia fornito «500» voli può essere così stata costruita: conteggi cumulativi di movimenti aerei (rotazioni, trasferimenti, voli di rifornimento) su un arco temporale, questo non significa 500 caccia impiegati simultaneamente in strike. Questo tipo di conteggio, veicolato come cifra secca, ha un forte potere narrativo ma rischia di essere fuorviante: conta i movimenti che alimentano la macchina bellica ma non distingue l’effettivo uso operativo immediato. Crosetto chiede di disaggregare dati e di esaminare i registri «volo per volo»; è esattamente su questa disaggregazione che si gioca la verifica fattuale. Tuttavia, i registri, anche quando dimostrano la natura tecnica di molti voli, difficilmente smentirebbero l’effetto complessivo della logistica: la somma di molte missioni tecniche produce una capacità operativa.
Sigonella, Global Hawk e l’esempio operativo
In riferimento ai droni partiti da Sigonella, con particolare attenzione ai Global Hawk o piattaforme affini: questi aerei svolgono pattugliamento di intelligence, raccolgono dati elettro-ottici e radar e possono rilevare obiettivi a grande distanza, consegnando informazioni che guidano attacchi successivi. Anche se il ministero certifica che tali asset non hanno svolto funzioni «cinetiche» in senso diretto, la funzione informativa e abilitante di questi mezzi è indubbia; la differenza terminologica non azzera la responsabilità politica di fornire una retrovia che rende possibili effetti letali condotti da terzi. La partecipazione alla catena del valore bellico passa anche per queste capacità, e la distinzione «noi non spariamo, noi supportiamo» è una negazione plausibile utile solo ad uso interno.
Conseguenze pratiche: esposizione e legittimità
In definitiva, ciò che emerge dal rumore mediatico, è una conseguenza operativa chiara: se l’Italia fornisce basi, supporto logistico e piattaforme di intelligenza, rischia di essere considerata (e legittimamente) parte della catena operativa, con tutte le conseguenze diplomatiche e di rischio che ne derivano — inclusa la possibilità di ritorsioni o di essere considerata «retrovia legittima» da parte di avversari. E' chiaro che l’uso della parola «solo» davanti a «logistica» non è una difesa ontologica, è una linea comunicativa che mira a salvare consenso interno ma non neutralizza gli effetti strategici.
Perché Crosetto ha scelto la via tecnica
Crosetto segue la strada che ogni ministro della Difesa preferisce quando la pressione politica è alta: offre numeri, sedi di verifica e limiti normativi; questo è corretto in termini procedurali e contribuisce a ricondurre la disputa ai registri amministrativi. Ma la scelta di demandare la questione alla sfera tecnica produce anche un effetto: sposta il confronto dalla legittimità politica a un piano burocratico, dove il cittadino medio fatica a valutare la portata reale delle decisioni. In definitiva, sfrutta abilmente questa strategia come un modo per smorzare la polemica politica, non per risolvere la questione sostanziale della responsabilità nazionale nella catena operativa.
In cosa consisteranno le spiegazioni pubbliche
E' plausibile che la pubblicazione dei dati dei registri di volo se sarà fatta , sarà fatta in forma "compatibile con la sicurezza", probabilmente ci sarà una audizione parlamentare pubblica con esperti tecnici che spieghino la differenza tra ricognizione e attacco, e un bilancio delle autorizzazioni con date e tipi di asset coinvolti. Crosetto ha offerto la disponibilità all’Aula, ma resta da vedere se l’offerta porterà a dati che chiariscano la reale dimensione delle operazioni (rotazioni cumulative vs impieghi operativi simultanei) o se si concluderà nella sterile gara delle versioni politiche.
Scetticismo fattuale
A mio avviso il punto cruciale è questo: la difesa formale di Crosetto è coerente giuridicamente e proceduralmente, ma non dissolve l’ambiguità sostanziale. Quando piattaforme di sorveglianza partono dalle basi italiane e forniscono elementi utili a terze parti per eseguire strike, l’Italia contribuisce alla macchina bellica anche senza lanciare il primo missile; definire quei contributi come «non cinetici» è corretto solo se ci si ferma alla parola e non all’effetto. La negazione plausibile funziona da argine comunicativo, ma non è una soluzione di responsabilità democratica se non è accompagnata da trasparenza reale e da discussioni parlamentari che smontino pezzo per pezzo la narrativa costruita all’estero.
✅ L'inganno comincia prima del fatto
La considerazione finale non riguarda i fatti, ma il modo in cui ce li raccontano. Guardate come arriva una notizia: fa scandalo o accende la curiosità, eppure è confezionata per restare lontana da noi. La prendono sempre dall'angolo che nasconde la nostra parte in causa, mai mostrata nelle sue implicazioni concrete, mai messa davanti a un giudizio sul bene e sul male. Se ci pensate, lo schema Rutte contro Crosetto è perfetto: produce confusione — accuse e smentite — e con la confusione arriva la disaffezione, verso ciò che accade e verso la stessa comunicazione dei fatti. È un meccanismo che ho già raccontato parlando di come la guerra delle narrative svuoti il giudizio del cittadino.
Ognuno di noi è inondato di notizie davanti alle quali si scopre impotente. Non riusciamo a incidere, a far sì che le cose prendano un corso migliore e più pacifico. E così, lentamente, ci si distrae. Peggio: ci si allontana. Ci si rifugia negli ambiti dove i rapporti personali si possono ancora coltivare, dove ciascuno conserva una responsabilità diretta.
È proprio quella responsabilità che il potere non gradisce. La tollera finché resta circoscritta, finché non esce dal piccolo perimetro del privato.
Ciò che il potere non calcola, però, è che nell'uomo c'è qualcosa di irriducibile. Qualcosa che riemerge sempre, come una nostalgia di significato.
E allora, qualunque cosa tu faccia, anche sotto le bordate della disinformazione e delle narrazioni costruite, se c'è un ambito in cui ci stai sul serio, leale con la realtà fino in fondo, è lì che costruisci te stesso e, pezzo per pezzo, anche il mondo. A una condizione: che tutto diventi davvero esperienza tua, e non ciò che altri hanno deciso per te, o cronaca che ti scorre addosso.
L'unica cosa che possiamo fare, allora, è coltivare quell'ambito profondo che chiamo consapevolezza. In parte è compito nostro, in parte accade da sé, nel flusso del vivere; e per chi ha la fede, accade per la presenza di Cristo Redentore nella storia.
È qui che cambia il senso della parola libertà. Non è soltanto l'esito delle vicende, e nemmeno quella contraddizione che ci tocca vivere ogni giorno, dove il male sembra dettare l'andamento delle cose. La libertà è il modo in cui ogni vicenda viene vissuta. In fondo è la scoperta che l'ordine delle cose non lo do io, ma viene dalla realtà stessa: per questo chiede un riconoscimento, e si misura nell'istante in cui scegli una strada invece di un'altra.
Il passo ulteriore, più maturo, è aderire a qualcosa di più grande: riconoscere che la realtà non è un caso, ma una costruzione ordinata, un'armonia, un processo voluto. Un fatto.
Don Giussani, ne Il senso religioso, definiva la libertà come «la capacità di aderire all'essere». Accorgersi che l'uomo, dentro questa realtà, non è un estraneo ma il livello del creato che ha piena coscienza di sé: è qui che si aprono la sfida e l'avventura. Ed è solo da questa consapevolezza — non dalla reazione a caldo di una giornata di polemiche — che può nascere anche un impegno pubblico capace di valere qualcosa.
La generazione invisibile: NEET, disimpegno politico e il fallimento educativo che nessuno vuole nominare
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it Un giovane italiano su quattro, tra i 25 e i 29 anni, vive ancora con i genitori e non lavora. Esce dalla casa d'origine in media a trent'anni, quasi quattro più del coetaneo europeo, sette più di un tedesco. Non si informa di politica, non costruisce una famiglia, non immagina un futuro che non sia il prolungamento del presente. La domanda che nessuno pone è semplice: che cosa abbiamo smesso di trasmettergli? I numeri descrivono il fenomeno, non lo spiegano. Il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni è NEET — non studia, non lavora, non si forma — e questo ci colloca secondi in Europa dietro la sola Romania. Nel Mezzogiorno il dato sale al 25,8%, quasi il triplo del Nord. Tra le giovani donne meridionali sfiora un terzo dell'intera coorte. A questo si somma un altro ritiro, meno raccontato: il 60,2% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si informa mai di politica, nemmeno una volta a settimana. Si legge tutto questo con le categorie consuete: disoccupazione, precarietà, affitti. Categorie vere, e insufficienti. Perché un giovane esce dal lavoro e dalla vita pubblica quando ha smesso di credere che la propria azione conti qualcosa, e quella perdita non è un problema occupazionale. È un problema educativo. Lo conferma la stabilità del fenomeno: la quota di chi resta in famiglia tra i 18 e i 34 anni è oggi identica a quella del 2001. Vent'anni di politiche, e nulla è cambiato. Forse perché si è curato l'effetto e mai la radice.
Non sono pigri, sono fuori
«Bamboccioni», si disse una volta. La parola era sbagliata allora e lo è oggi. Questi ragazzi non sono accomodati: sono fuori. Fuori dal lavoro, fuori dalla vita pubblica, fuori da un'idea di futuro che li riguardi. I dati ufficiali sulla disoccupazione li nascondono, perché il tasso conta solo chi cerca attivamente un impiego. Chi non cerca e non studia scompare dalle statistiche celebrative sull'occupazione che cresce, e ricompare solo nei numeri sui NEET. L'Italia detiene il primato europeo dell'inattività giovanile: il 27,4% dei 15-29enni non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare, più del doppio della media UE. Non è disoccupazione. È un passo indietro dalla realtà. Si fa presto a chiamarlo pigrizia. Ma nessuno si ritira da tutto per comodità. Ci si ritira quando si è smesso di attendersi qualcosa dal reale — e questa è una ferita che nessun bonus rimargina.
La casa dei genitori come destino, non come tappa
Restare sotto il tetto dei genitori fino a trent'anni ha cause economiche evidenti: salari bassi, affitti proibitivi, lavoro che non arriva. Ridurre tutto a questo, però, fa perdere il punto. Chi rimane a lungo dentro il nucleo d'origine costruisce più tardi la propria autonomia adulta, e con essa quella civile. Il ritiro dall'indipendenza e il ritiro dalla partecipazione camminano appaiati perché nascono dallo stesso terreno. Un giovane diventa soggetto — capace di scelte, di rischio, di responsabilità verso la cosa comune — solo se qualcuno lo ha introdotto al fatto che la realtà è affidabile, che vale la pena spendersi in essa. Dove questa introduzione manca, resta la stanza in cui si è cresciuti, lo schermo, l'attesa di nulla. La permanenza prolungata in famiglia non è quindi soltanto un dato economico. È il sintomo visibile di una soggettività che fatica a nascere, perché nessuno l'ha chiamata fuori.
Che cos'è educare, davvero
A questo punto conviene fermarsi sulla domanda che la politica scolastica ha smesso di porsi: per che cosa si educa? Don Luigi Giussani definì l'educazione «introduzione alla realtà totale». L'editoriale di Tracce del giugno 2026 lo richiama con esattezza: una scoperta, una ricerca di significato, la capacità di addentrarsi nell'intimo della realtà e quindi di sé. «È un movimento che nasce da relazioni vere, da adulti che accompagnano, da contesti che custodiscono e rilanciano». Non l'accumulo di nozioni, non la costruzione di un profilo competitivo. Un processo di apertura che permette a ciascuno di orientarsi nel reale, riconoscere ciò che fa vivere, diventare pienamente se stessi. Da qui discende una conseguenza che riguarda direttamente quei numeri. L'educazione, proprio per il movimento che le è intrinseco, è anche un impegno sociale, un modo di costruire una convivenza diversa. «L'idea fondamentale di una educazione rivolta ai giovani», scriveva Giussani ne Il rischio educativo, «è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce una società; perciò il grande problema della società è innanzitutto educare i giovani — il contrario di quel che avviene adesso». Il contrario di quel che avviene adesso. La frase è di decenni fa e fotografa il presente. La nostra società non considera l'educazione il suo problema principale. La tratta come un settore tra gli altri, da efficientare e raccordare al fabbisogno produttivo. E una scuola concepita come addestramento alla funzione genera esattamente ciò che i dati mostrano: soggetti utili quando il mercato li richiede, invisibili quando non li richiede più.
Soli, iperconnessi, senza centro
Giussani aggiungeva un'osservazione che illumina il ritiro dei giovani: «Le capacità che sono in noi non solo non si sono fatte da sé, ma anche non si traducono in atto da sole. Ogni capacità umana deve essere provocata, sollecitata per mettersi in azione». L'umanità si attua solo nell'incontro con altri, nell'immanenza a una comunità. «Per educare un figlio ci vuole un villaggio», dice il proverbio africano ripreso da papa Francesco e fatto proprio da molte realtà educative. Quel villaggio si è dissolto. La generazione più connessa della storia è anche la più sola: l'iperconnessione produce ansia e insoddisfazione, e degenera nell'isolamento o nella violenza. Tracce lo dice senza giri di parole — viviamo in un tempo «sfilacciato, nichilista, privo di un centro di positività attrattiva che illumini tutta l'esistenza». E l'emergenza non riguarda solo i ragazzi: «riguarda i ragazzi come gli adulti, i quali faticano ad assumersi una responsabilità stabile e a comunicare un senso alla vita». Un giovane che non incontra adulti capaci di testimoniare che la realtà è conoscibile e degna d'impegno non si appassiona ad essa, politica compresa. Il disinteresse del 63% di chi non si informa non è cinismo. È la conseguenza di un incontro mancato.
Educazione. Ciò che non muore mai. Al Festival Milano Incontrami un dialogo tra lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia e Matteo Severgnini, rettore della scuola Regina Mundi https://t.co/QASvXuqQZ3 pic.twitter.com/nXMOMzu6bD
— Tracce (@Tracce_it) May 28, 2026
Il sapere che dimentica l'anima
Su questo, Leone XIV ha parole nette. Nella Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, firmata il 28 ottobre 2025 a sessant'anni dalla dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, il Pontefice parla apertamente di «emergenza educativa» e mette in guardia contro «un sapere che dimentica l'anima», che misura il successo sulle performance e non sulla crescita interiore. È la sintesi del nostro problema. Una scuola che valuta i giovani sulla loro occupabilità li abbandona nel momento in cui cessano di essere occupabili. Il Papa l'ha detto altrove con una frase che vale più di molte analisi: «nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l'educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta». Un sistema che ha rimosso queste dimensioni dall'orizzonte formativo non forma cuori liberi e coscienze deste. Forma profili. E i profili, quando il mercato non li richiede, diventano NEET. L'apatia che i dati registrano, allora, non è vuoto: è una domanda inascoltata. Lo stesso Leone XIV, parlando agli insegnanti di religione nell'aprile 2026, lo ha colto con precisione: i giovani, «anche se a volte sembrano apatici o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l'inquietudine» della ricerca di senso. Educare significa aiutarli a riconoscere «una voce che in realtà già risuona in loro».
La responsabilità dell'Europa
Qui si misura la corresponsabilità delle istituzioni europee. La Commissione, nel documento programmatico sull'Unione delle competenze del marzo 2025, ispirato ai rapporti Draghi e Letta, fissa come obiettivo la formazione di profili tecnici ad alta specializzazione per la competitività e la transizione digitale: almeno il 45% dei giovani fra 25 e 34 anni con un titolo superiore entro il 2030. L'orizzonte è interamente funzionale. Si parla di competenze, occupabilità, fabbisogno produttivo. Non si nomina mai la formazione della persona, il giudizio, la coscienza. La colpa dell'Europa non è di non fare: documenti, programmi e fondi abbondano. La colpa è più sottile e più grave. L'educazione non si decreta. Non la si adotta se non si è persuasi, se non si appartiene a una storia, se non ci si riconosce in un percorso. Un'istituzione che ha rimosso ogni idea di uomo dalla propria visione può finanziare la formazione, ma non può educare — perché educare è comunicare un significato, e di significati Bruxelles non dispone. Così la macchina produce ciò che sa produrre: una biforcazione. Da un lato una minoranza qualificata e mobile, integrata nelle reti europee — quella che accede al diploma congiunto, ai programmi Marie Skłodowska-Curie, alle università europee. Dall'altro una maggioranza con competenze ridotte, legata al territorio, esclusa dai processi che la riguardano. E lo stesso documento, nella parte valutativa del giugno 2025, ammette che un obiettivo è «in calo»: quello delle competenze di base. Si investe sulla punta tecnica e si lascia indietro tutto il resto.
Una contro-educazione che nessuno ha scelto
L'Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, diretto da Stefano Fontana, ha individuato da tempo questo punto cieco. Riprendendo l'allarme di Benedetto XVI sull'emergenza educativa — la Lettera alla diocesi di Roma del 2008, in cui osservava che la difficoltà a educare nasce dal non sapere più «chi educare e a cosa educare» — l'Osservatorio ha parlato del rischio di una «accondiscendenza passiva a una contro-educazione». L'espressione è esatta. Quando la scuola rinuncia a una visione dell'uomo, non resta neutra. Recepisce passivamente la visione dominante, quella che riduce la persona alla sua funzione e ne misura il valore sulla resa. Nessuno ha deliberato questo esito. È accaduto perché si è smesso di porre la domanda sul fine, e nel vuoto è entrata l'unica risposta a disposizione: il mercato. Romano Guardini, ne La fine dell'epoca moderna, aveva visto dove conduce la razionalità tecnica priva di fondamento antropologico: a un potere che non si legittima più davanti agli uomini, ma davanti alle proprie procedure. La scuola dell'occupabilità è quella profezia realizzata: un meccanismo che funziona perfettamente nei suoi parametri e ha smarrito la domanda su che cosa sia bene per la persona.
Una speranza che non è retorica
Resta l'altra metà del quadro, ed è quella che dà al discorso il suo giudizio ultimo. Lo formula Tracce meglio di qualsiasi analisi: «se il contesto è questo, esistono però persone, luoghi, esperienze condivise in cui i giovani — così come gli adulti che non li lasciano soli — rendono possibile il fiorire dell'umano, magari lontano dai riflettori della cronaca, ma non per questo in modo meno reale». Sono le realtà che custodiscono ciò che il sistema ha dismesso: la convinzione che educare sia un atto di speranza, e che attraverso i giovani si ricostruisca davvero una società. Non programmi, non riforme di curricolo. Adulti che accompagnano, contesti che custodiscono e rilanciano. È il contrario del ritiro che i dati fotografano, ed è anche l'unica cosa che lo inverte. Leone XIV ha chiesto a questi ragazzi di non accontentarsi del «vivacchiare», ma di tendere «verso l'alto», e di non lasciare che sia «un algoritmo a scrivere la propria storia». Guardare e documentare le esperienze in cui questo accade, conclude Tracce, «è dare voce a un principio di cambiamento effettivo». È l'unica risposta seria ai numeri da cui siamo partiti. Perché quando un giovane viene davvero introdotto alla realtà tutta intera, non fiorisce soltanto lui: è una speranza per tutti. Riferimenti ISTAT – La partecipazione politica in Italia – Anno 2024 (https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-partecipazione-politica-in-italia-anno-2024/) Openpolis / Con i Bambini – L'Italia resta il secondo Paese UE con più NEET (https://www.conibambini.org/osservatorio/litalia-resta-il-secondo-paese-ue-con-piu-neet/) Leone XIV – Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, 28 ottobre 2025 (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/october/documents/20251031-giubileo-educatori.html) Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa (https://vanthuanobservatory.com/) Tracce – Editoriale, n. 06, giugno 2026 (https://www.clonline.org/it/pubblicazioni/tracce/editoriali/2026-06-01-tracce-n-06-giugno-2026)
Ucraina, fase terminale: il fronte crolla e Londra rischia di diventare un bersaglio
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
La bandiera russa è stata issata sulla parte settentrionale di Konstantinovka. Lo ha confermato la TASS il 22 giugno, con immagini video che documentano il momento. Mentre i think tank occidentali — dal CSIS all'ISW — continuavano a produrre analisi ottimistiche, il regime di Kiev aveva già avviato l'evacuazione forzata degli abitanti di Slavyansk e Kramatorsk, le due città che segnerebbero, se perdute, la fine di ogni presenza ucraina organizzata nel Donbass.
NYT and Telegraph SURRENDER to the Truth, Report on Russian Siege of Konstantinovka and the Advance for the Final Donetsk Battle: The Kramatorsk-Slavyansk Fortress Belt
Link in the comment section. pic.twitter.com/CqVMlytfb4 — The Gateway Pundit (@gatewaypundit) June 23, 2026
Sul terreno, la situazione è quella di un crollo a cascata. Konstantinovka, caduta dopo settimane di combattimenti nel centro e nelle periferie, apre uno spazio operativo diretto verso Kramatorsk. Quest'ultima e Slavyansk formano un sistema difensivo unico, interdipendente: se la prima cede, la seconda rimane esposta sul fianco settentrionale. Come ha documentato il generale Denis Pushilin, capo della Repubblica Popolare di Donetsk, le truppe russe si stanno avvicinando a Kramatorsk attraverso Ray-Aleksandrovka, il varco orientale verso Slavyansk. Druzhkovka, terzo nodo del sistema, è già descritta come "una desolazione" dal New York Times del 22 giugno — uno dei pochi casi in cui la stampa anglosassone ha abbandonato il registro della resistenza trionfante.
Douglas MacGregor, ex colonnello dell'esercito americano e analista militare tra i più precisi in questo conflitto, ha sostenuto da mesi che il problema ucraino non è tattico ma strutturale: la carenza di riserve addestrate rende impossibile tappare due buchi contemporaneamente. L'analisi si è rivelata corretta. Il generale Syrsky, comandante delle forze armate ucraine, si trova davanti a una crisi classica di distribuzione delle forze: rinforzare Kramatorsk significa svuotare Slavyansk, e viceversa.
Superato questo agglomerato, per le forze russe si apre la steppa fino al Dnepr. Non ci sono più linee difensive significative. Non si tratta di un'ipotesi: è la valutazione degli stessi analisti militari ucraini, riportata con crescente franchezza anche da fonti interne a Kiev.
🇷🇺🇺🇦Russian Forces Continue Encircling Ukraine's Remaining Donbass Strongholds
▪️Despite claims across Western media Ukraine has "turned the tide," Russian forces continue their incremental advances including toward the most heavily fortified positions within the Donbass;… pic.twitter.com/asKV1mK7Lm — Brian Berletic (@BrianJBerletic) June 21, 2026
I negoziati non esistono più come strumento reale. Oggi, 23 giugno, Putin ha ribadito alla riunione di governo che qualsiasi soluzione dovrà basarsi sugli "accordi di Istanbul" del 2022 e sulle "realtà sul terreno" — cioè la cessione formale delle quattro regioni già rivendicate da Mosca. Il ministro Lavrov ha aggiunto che "tutte le speranze nell'Occidente come mediatore onesto sono fallite da tempo". In questo contesto, la traccia negoziale di Ankara — l'ultimo tentativo di riprendere un filo diplomatico — è formalmente morta.
Jeffrey Sachs, economista di Columbia University e tra le voci più lucide sul dossier ucraino, ha ripetuto in più occasioni che la responsabilità del collasso negoziale del 2022 ricade in misura determinante sull'asse angloamericano. Quella lettura, allora minoritaria, è oggi confermata dalla stessa fonte ucraina: David Arakhamia, capo della delegazione negoziale di Kiev nel 2022, ha dichiarato che fu Boris Johnson a convincere Zelensky ad abbandonare i colloqui di Istanbul. La storia ritorna, e lo fa in modo diretto.
Sul fronte aereo, la risposta di Kiev all'avanzata sul campo è stata l'escalation sui cieli di Mosca. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno, la difesa aerea russa ha abbattuto 301 droni ucraini ad ala fissa su un'ampia fascia di regioni — Belgorod, Bryansk, Kursk, Mosca e Crimea. Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha riferito di 70 droni abbattuti sull'area metropolitana in un solo giorno. Non è più un'operazione di disturbo: è una campagna sistematica, gestita con dottrina.
Londra alimenta questa campagna in modo dichiarato. Il ministro della Difesa britannico Dan Jarvis ha confermato la fornitura di 150.000 droni all'Ucraina entro la fine del 2026, per un valore superiore a 750 milioni di sterline, finanziato attraverso i rendimenti dei beni russi congelati. Il Regno Unito non è un osservatore esterno: è un cobelligerante funzionale, che produce e fornisce gli strumenti degli attacchi contro obiettivi civili e militari in territorio russo.
Mosca ha già risposto con un segnale esplicito. Ad aprile 2026, il ministero della Difesa russo ha pubblicato una lista di aziende europee — con nomi e indirizzi — accusate di produrre droni o componenti destinati all'Ucraina. Nella lista figurano stabilimenti nel Regno Unito, Germania, Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca e Italia. Dmitry Medvedev ha commentato senza ambiguità: quei siti andrebbero considerati "potenziali obiettivi militari". La Repubblica Ceca ha convocato l'ambasciatore russo. I governi europei hanno definito le dichiarazioni "intimidatorie". Ma intimidazione e avvertimento, nella logica della deterrenza estesa, sono la stessa cosa comunicata con intensità diversa.
Chi in Occidente si consola pensando che la pressione militare e la destabilizzazione interna potranno far cadere Putin e aprire la strada a un successore moderato vive in una fantasia politica senza fondamento empirico. Giacomo Gabellini, tra gli analisti italiani più attenti alle dinamiche di potere interne al sistema russo, ha documentato come la coesione del blocco dirigente di Mosca si sia rafforzata, non indebolita, sotto pressione esterna. La narrativa del "Putin fragile prossimo alla caduta" torna periodicamente da tre anni, sempre smentita dai fatti.
Ma il punto più rilevante è il profilo di chi, nell'ordine di successione, si troverebbe a gestire un'eventuale transizione. Medvedev non è un liberale in attesa di emergere: è l'uomo che definisce le fabbriche europee obiettivi militari su Telegram con tono colloquiale. Se il sistema russo dovesse produrre un successore nel breve periodo, non sarebbe più accomodante di Putin — probabilmente lo sarebbe di meno.
Scott Ritter, ex ispettore ONU per le armi e analista militare, ha sostenuto con precisione che la deterrenza nucleare russa ha subito una trasformazione qualitativa: non funziona più come freno interno al Cremlino, ma come strumento di comunicazione verso l'esterno. Tradotto: Mosca non teme le ritorsioni occidentali quanto le temeva nel 2022. Ogni attacco a obiettivi in territorio russo percepiti come co-finanziati e co-prodotti da potenze NATO abbassa ulteriormente la soglia di risposta.
Se gli attacchi su Mosca continueranno con questa intensità e questa frequenza, la possibilità che la Russia colpisca direttamente le strutture produttive britanniche non è più nella categoria delle ipotesi di scuola. È nella categoria degli scenari che i ministeri della difesa europei stanno già valutando nei documenti riservati — come dimostra, indirettamente, l'accelerazione nei piani di difesa civile in Germania, Svezia e Polonia.
Il paradosso è geometrico. L'Ucraina colpisce Mosca con droni britannici per provocare una reazione che attivi l'Articolo 5 della NATO. La NATO non può formalmente intervenire senza una dichiarazione di guerra che nessun governo europeo è disposto a firmare. La Russia può colpire le fabbriche britanniche senza che questo configuri tecnicamente un atto di guerra contro un paese NATO — perché quelle fabbriche producono armi per un paese terzo, non per difesa collettiva dell'Alleanza. La costruzione legale è sottile, ma è esattamente su quelle sottigliezze che si è sempre giocata la storia delle guerre per procura.
Alessandro Orsini, professore di sociologia del terrorismo alla LUISS, ha definito questo conflitto "una guerra senza uscita programmata" — nel senso che nessuno degli attori occidentali ha progettato un'exit strategy. L'obiettivo dichiarato era indebolire la Russia; l'obiettivo reale, come in ogni war dividend, era riarmare il continente e ridefinire le gerarchie industriali della difesa. Il costo umano e geopolitico di questa scelta ricade sull'Ucraina, che paga con il territorio, e sull'Europa, che si avvicina a un confronto diretto che non ha né la volontà né la capacità di sostenere.
I nodi vengono al pettine tutti insieme, e non per caso. Konstantinovka cade mentre Londra spedisce 150.000 droni. Slavyansk si prepara all'evacuazione mentre i negoziati di Istanbul vengono evocati come fantasma. Medvedev pubblica indirizzi di fabbriche europee mentre i ministri occidentali parlano di escalation "controllata". Non è un caso di segnali deboli: è un sistema che comunica con una coerenza che solo chi non vuole vedere riesce a ignorare.
Riferimenti
Pravda Italia – Il 95% di Kostantinovka è stato liberato, la città può considerarsi presa (https://italy.news-pravda.com/russia/2026/06/22/468410.html) L'Antidiplomatico – Ucraina, l'ombra del fronte: i russi avanzano a Konstantinovka (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ucraina_lombra_del_fronte_mentre_kiev_chiede_aiuti_per_la_svolta_i_russi_avanzano_a_konstantinovka/39602_67535/) La Prealpina/ANSA – Putin: negoziati sulla base degli accordi di Istanbul e se Kiev cede i territori (https://www.prealpina.it/pages/putin-negoziati-sulla-base-degli-accordi-di-istanbul-e-se-kiev-cede-i-territori-416945.html) Today.it – Russia pubblica lista fabbriche in Italia ed Europa che producono droni per l'Ucraina (https://www.today.it/mondo/lista-fabbriche-droni-italia-ucraina-europa-guerra-russia.html) RSI – Escalation del conflitto: attacchi incrociati con droni e bombardamenti (https://www.rsi.ch/info/mondo/Escalation-del-conflitto-attacchi-incrociati-con-droni-e-bombardamenti--3838187.html)
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Lavra in fiamme: bruciano il santuario più caro a Mosca, e la colpa è già scritta
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Ogni volta che un'assise occidentale si prepara a varare pacchetti di sostegno o ad accelerare un percorso di adesione, sul terreno qualcuno alza la voce con i mezzi che ha. Kiev lo fa colpendo nel cuore energetico dell'avversario, per dimostrare ai propri finanziatori di meritare nuove forniture. Mosca lo fa con una delle sue ondate aeree più pesanti sulla capitale ucraina, per ricordare ai partecipanti del vertice che nessuna garanzia esterna devierà la sua determinazione.
Zelensky ha letto il copione alla perfezione. Dopo l'incendio alla Cattedrale della Dormizione della Kyiv-Pechersk Lavra ha chiesto pubblicamente una risposta "decisiva e significativa" dal G7 riunito a Évian: più pressione sull'aggressore, più difesa aerea, in particolare contro i missili balistici. Dopo il colpo alla raffineria moscovita ha rivendicato il "giusto risarcimento", mostrando il video del drone che esplode sull'impianto e parlando della portata raggiunta dalle armi a lungo raggio ucraine.
🇷🇺 Ukrainian air defence is being blamed by local residents for the fire at the Pechersk Lavra.
Russia has no interest in striking one of the most sacred sites in Orthodox Christianity. The Kiev regime, however, has spent years waging a campaign to expel the Moscow Patriarchate… pic.twitter.com/YkfdUwEAfW — DD Geopolitics (@DD_Geopolitics) June 14, 2026
A Évian, la pace evocata e la guerra finanziata
Mentre Kiev e Mosca si parlano col fuoco, al G7 ad Évian gli alleati hanno passato la giornata a rimettere l'Ucraina in cima all'agenda di Donald Trump. Il presidente americano è arrivato in Francia con la testa altrove: l'intesa appena annunciata con l'Iran per chiudere il conflitto mediorientale ha oscurato, nelle ultime settimane, la guerra avviata da Mosca nel febbraio 2022. Nessun bilaterale Trump-Zelensky in programma, l'Ucraina assente dalla lista delle priorità americane per il summit.
Questo slittamento spiega l'ansia di Kiev. Washington tende progressivamente a derubricare la questione est-europea a problema di gestione sussidiaria, da delegare in termini di costi e stabilizzazione alle cancellerie dell'Unione. E un'Europa che eredita il fardello senza controllarne i tempi è un'Europa che continua a recitare un copione già visto: pace invocata sul palco, guerra finanziata nei bilanci.
La diffidenza russa verso ogni formula occidentale non nasce nel 2022. Affonda nella gestione degli Accordi di Minsk, e nelle ammissioni successive di Angela Merkel e François Hollande, che riconobbero come quella tregua avesse anche consentito a Kiev di rafforzarsi militarmente. Da allora Mosca pretende garanzie scritte e immediate, e legge ogni tavolo accompagnato da nuove sanzioni e nuove forniture come una leva coercitiva travestita da negoziato. Studiosi come John Mearsheimer e Glenn Diesen descrivono da anni questo conflitto come una guerra per procura, funzionale a logorare la Russia per poi contenere altre potenze. Che si condivida o meno la lettura, resta un fatto politico: senza affrontare quel precedente di sfiducia, nessun negoziato parte con credibilità.
Ho documentato a febbraio, raccontando la Conferenza di Monaco, la coerenza profonda di quel copione (Monaco 2026: la pace evocata, la guerra finanziata). Macron, Merz e il fronte atlantico convergono da mesi su un'unica formula: la Russia deve essere fermata, logorata, portata al punto di cedere. Non una pace negoziata, ma una pace ottenuta per attrito. La parola "pace" sopravvive nei discorsi; la struttura finanziaria, fatta di pacchetti di armi e di prestiti, racconta una mobilitazione di lungo periodo.
Lo stesso meccanismo si rivela nell'architettura europea della difesa. Il piano ReArm Europe mobilita fino a ottocento miliardi tra deroghe al Patto di Stabilità, prestiti e acquisti congiunti, mentre una parte delle risorse viene dirottata persino dai fondi di coesione nati per ridurre le disuguaglianze tra le regioni (Rearm Europe: la grande rapina da 800 miliardi). Quando un continente si riorganizza attorno alla produzione bellica come nuovo modello di sviluppo, e lo fa col linguaggio dei milestone e delle capability gap ( traguardi e punti di controllo intermedi in un progetto), la guerra ha cessato di essere una tragedia da chiudere ed è diventata un comparto da scalare (Il Tecnocratismo come Nuova Egemonia Occidentale).
La cattedrale, la giurisdizione e una scomoda verità ecclesiale
Il rogo del tetto della Dormizione è reale: circa ottocento metri quadri di copertura in fiamme, travi crollate, l'acqua dei pompieri colata all'interno sugli affreschi. Su questo non c'è nulla da discutere. La discussione comincia su due punti che le cronache occidentali hanno saltato a piè pari: chi ha causato l'incendio, e con quale intenzione.
Conviene anche essere precisi su che cosa sia bruciato. La cattedrale che vediamo non è l'edificio dell'XI secolo: l'originale venne distrutto nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale e in circostanze tuttora discusse dagli storici, e l'attuale Dormizione è una ricostruzione completata alla fine degli anni Novanta. Il valore spirituale del luogo resta intatto, ma il «santuario millenario raso al suolo dai russi» dei titoli è, alla lettera, una struttura rialzata venticinque anni fa sulle rovine di un conflitto precedente.
Kiev parla di colpo diretto di un drone russo Shahed, e i suoi servizi hanno esibito frammenti recuperati sul posto. Mosca nega di aver colpito il monastero e attribuisce il danno alla caduta di un missile intercettore Patriot di fabbricazione americana. La stessa Reuters annota di non poter verificare in modo indipendente. Quella notte centinaia di droni e decine di missili hanno solcato il cielo della capitale, abbattuti in gran parte dalla contraerea, con rottami incandescenti piovuti su mercati, palazzi e linee elettriche in tutta la città. Stabilire la causa fisica di un singolo incendio, in un simile scenario, richiederebbe una perizia, non un comunicato.
Resta poi la questione decisiva, che nessun frammento può risolvere: l'intenzione. Anche ammesso che a innescare le fiamme sia stato un vettore russo, "colpito durante un attacco" non equivale a "bersaglio deliberato". La Lavra delle Grotte è il santuario più venerato dell'ortodossia di tradizione russa, e custodisce nelle sue catacombe le reliquie di decine di santi cari tanto alla Chiesa russa quanto a quella ucraina. Immaginare che Mosca abbia scelto di incendiare il proprio cuore spirituale, alla vigilia del G7, per regalare a Zelensky la più potente delle immagini, attribuisce al Cremlino un autolesionismo simbolico che nessuna logica strategica sostiene.
A rendere la narrazione ancora più fragile è il contesto che si è preferito non ricordare. Fino al 2023 la Lavra Superiore e Inferiore era affidata alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca. È stato il governo di Kiev a revocarne unilateralmente la concessione, a sfrattare i monaci, a porre agli arresti domiciliari l'abate, il metropolita Pavlo, e a consegnare il complesso alla nuova Chiesa ortodossa d'Ucraina. Quella Chiesa nasce dall'autocefalia concessa nel 2019 dal Patriarcato di Costantinopoli, atto che larga parte del mondo ortodosso, Mosca in testa, tuttora non riconosce.
A condannare il "crimine russo contro il cristianesimo" sono stati così il metropolita Epifanio, capo proprio della Chiesa autocefala anti-Mosca, e i ministri ucraini. Il santuario dato alle fiamme era già stato tolto con la forza alla comunità legata a Mosca e affidato ai suoi avversari ecclesiali. La fotografia del presidente ucraino sul tetto annerito è perfetta per le agenzie; la storia di come quel tetto fosse finito sotto quel controllo, molto meno.
Quando bruciò Notre-Dame, nel 2019, il mondo intero si commosse e in poche settimane affluirono centinaia di milioni. La diplomazia francese, col ministro Barrot, ha subito rispolverato quel paragone per la Dormizione. Resta sospesa la stessa sensibilità verso le decine di chiese e monasteri cancellati in Siria, in Iraq, nel Caucaso negli ultimi vent'anni, e verso l'esodo dei cristiani d'Oriente di cui ho scritto a parte (L'Algoritmo della Morte: la riduzione dell'umano a dato misurabile). Alcune pietre sacre meritano conferenze stampa, altre restano una riga in un rapporto. La selettività dell'indignazione non è un'eccezione: è una struttura.
Non sostengo che il drone l'abbia lanciato Kiev, non so se si è trattato di un missile di difesa aerea Patriot, se un drone russo che è stato deviato o cos'altro: dico solo che la versione del "sacrilegio deliberato" è la meno probabile tra quelle disponibili, è la meno verificata, ed è esattamente quella di cui il vertice di Évian aveva bisogno. Quando una notizia serve così perfettamente a chi la diffonde, l'analista non la nega per partito preso, ma smette di prenderla per oro colato.
Il sacro come ostaggio della propaganda
Resta l'immagine da cui sono partito, con un significato diverso da quello dei titoli. Il tetto annerito della Dormizione non misura soltanto un danno a un patrimonio dell'umanità: misura quanto in basso sia caduto il rispetto per il sacro, ridotto a munizione retorica. Una guerra che trasforma una cattedrale in argomento da vertice ha già profanato quel luogo prima ancora delle fiamme.
Il vertice dei Sette si chiuderà con un comunicato, qualche annuncio di nuovi aiuti, la promessa di mantenere la pressione. Kiev brucerà ancora, Mosca brucerà ancora. La domanda che lascio aperta non riguarda chi prevarrà sul campo, ma chi siamo diventati noi che guardiamo: una comunità che ha imparato a vedere in ogni chiesa in fiamme soltanto un argomento da spendere.
Riferimenti
The Moscow Times – Ukrainian Drone Attacks Spark Fires at Moscow Refinery and Krasnodar Region Fuel Depot (https://www.themoscowtimes.com/2026/06/16/ukrainian-drone-attacks-spark-fires-at-moscow-refinery-and-krasnodar-region-fuel-depot-a93023)
Reuters / U.S. News – Moscow Oil Refinery Damaged in Ukrainian Drone Attack; Tatneft Caps Fuel Purchases (https://www.usnews.com/news/world/articles/2026-06-16/moscow-oil-refinery-damaged-in-ukrainian-drone-attack-mayor-says)
Reuters / U.S. News – Ukraine Weighs Damage to Historic Cathedral After Strike: Russia Denies Hitting the Monastery, Blames a Patriot Missile; Reuters Could Not Verify (https://www.usnews.com/news/world/articles/2026-06-15/ukraine-weighs-damage-to-historic-cathedral-after-russian-strike-causes-blaze)
Free Press Journal – Dormition Cathedral, Kyiv Pechersk Lavra: Jurisdiction Dispute, 2019 Autocephaly and the 2023 Eviction of the UOC-MP (https://www.freepressjournal.in/world/dormition-cathedral-kyiv-pechersk-lavra-heres-all-you-need-to-know-about-the-unesco-world-heritage-site-damaged-in-ukraine)
NPR – G7 Allies Scramble to Put Ukraine Back Atop Trump's Agenda as War Drags On (https://www.npr.org/2026/06/16/g-s1-128325/g7-leaders-summit)
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