Germania fuori dal Consiglio di Sicurezza ONU: le crepe dell'Occidente tra NATO, Ucraina e marginalità europea
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Centoquattro voti. È il numero con cui, il 3 giugno, la Germania è uscita sconfitta dalla corsa per un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, superata dal Portogallo (134) e dall'Austria (131) per i due posti riservati al gruppo dell'Europa occidentale. Non è una sfumatura procedurale.
In parole povere, significa che la Germania ha subito una pesante sconfitta diplomatica all'ONU.
Ha cercato di farsi eleggere in un organismo molto importante, ma gli altri paesi del mondo hanno preferito votare per il Portogallo e per l'Austria, lasciandola a mani vuote.
È la prima volta che Berlino — sei mandati alle spalle, prima economia del continente, perno politico e militare dell'Unione — fallisce un'elezione di questo tipo. E il dato non vive isolato: arriva nelle stesse ore in cui il Segretario generale della NATO è a Kiev con l'intero Consiglio Nord Atlantico, in cui Germania, Francia e Regno Unito tornano a parlare di negoziati con Mosca, e in cui un rappresentante statunitense si rivede a San Pietroburgo dopo otto anni. Letti insieme, questi episodi raccontano qualcosa che la narrativa dominante tende a non comporre in figura: l'Occidente non si comporta più come un blocco unico, e le sue fratture stanno diventando visibili anche a chi le osserva da fuori.
Vediamo di vedere con ordine cosa è successo:
Tutti i paesi della NATO in visita a Kiev e il ritorno della formula adesione dell'Ucraina "irreversibile"
Il fatto, anzitutto. Il 3 giugno il Segretario generale Mark Rutte è arrivato a Kiev accompagnato dai rappresentanti dei 32 Paesi membri: è stata, per ammissione delle stesse fonti dell'Alleanza, la prima riunione del Consiglio NATO-Ucraina tenuta nella capitale ucraina. Una scelta che non ha nulla di ordinario. Quando si sposta l'intero organo decisionale di un'alleanza militare dentro un Paese in guerra, il messaggio è prima di tutto comunicativo: un segnale a Mosca, ma soprattutto — credo — un segnale interno, rivolto agli alleati che dubitano.
In quell'occasione è riemersa l'espressione che sembrava archiviata: il "percorso irreversibile" dell'Ucraina verso l'adesione. È formula nata al vertice di Washington del 2024, usata con cautela negli anni di Biden e progressivamente scomparsa dal lessico ufficiale con il cambio di amministrazione a Washington, dove l'accento si è spostato sui meccanismi bilaterali e sui finanziamenti europei piuttosto che sull'ingresso nell'Alleanza. Il suo ritorno, oggi, non è casuale.
Pochi giorni prima Mosca aveva annunciato attacchi "sistemici" contro Kiev e i suoi centri di potere, anche politici, e il 2 giugno aveva colpito la città in uno dei raid più duri della guerra. Eppure è in quel momento che il Segretario generale e i Paesi membri si sono riuniti nella capitale come mai prima. La NATO non è un osservatore esterno: sostiene Kiev in modo diretto, con intelligence satellitare, munizioni, sistemi d'arma e personale. Da una parte già coinvolta nel conflitto, di fronte a un avversario nucleare che minacciava i centri decisionali, ci si sarebbe attesi prudenza. Convocare lì il proprio vertice non è deterrenza: è provocazione, e una provocazione irresponsabile, perché apre la strada a un confronto ulteriore di cui pagherebbero il prezzo le persone.
Quando la forza sul campo non basta, si irrobustisce la postura dichiarativa. È un principio antico della diplomazia di potenza. La riattivazione della formula serve a due scopi convergenti: creare leva in vista di possibili trattative e compensare il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. Lo stesso Rutte, del resto, ha dovuto ammettere nelle stesse ore che sull'adesione piena "non c'è unanimità" tra gli alleati. La parola torna proprio mentre la cosa si allontana.
Non è una lettura isolata. Douglas MacGregor, ex colonnello dell'esercito statunitense, argomenta da tempo che esiste uno scarto crescente tra la retorica atlantica e la realtà del fronte, e che il linguaggio dell'irreversibilità rischia di produrre l'effetto contrario a quello dichiarato: irrigidire Mosca senza offrire alcuno strumento coercitivo reale. È il paradosso di una promessa che non si può mantenere e che, proprio per questo, alza la posta invece di abbassarla.
La dottrina della "necessità reciproca" e l'Ucraina come asset
Più rivelatrice ancora è stata la dichiarazione di Volodymyr Zelensky, nella conferenza stampa congiunta con Rutte: la NATO avrebbe bisogno dell'Ucraina quanto l'Ucraina ha bisogno della NATO, e persino la Russia — ha aggiunto — trarrebbe vantaggio dall'ingresso ucraino. È un capovolgimento narrativo che merita attenzione.
Per decenni l'allargamento dell'Alleanza è stato presentato come un processo a senso unico: Paesi che cercano protezione entrando in un sistema di sicurezza collettiva. Qui emerge un'idea diversa, e più cruda: l'Ucraina come asset strategico indispensabile. C'è un fondo di verità verificabile. Kiev è oggi il principale laboratorio europeo di guerra ad alta intensità, un bacino di esperienza operativa su droni e guerra elettronica che pochi eserciti NATO possiedono in forma diretta, e una linea avanzata di contenimento. Su questo non discuto.
Quando però si afferma che anche Mosca avrebbe bisogno di un'Ucraina nella NATO, il discorso scivola in una zona ambigua. La frase può essere letta come un messaggio implicito: un'Ucraina fuori dall'Alleanza sarebbe meno prevedibile, meno vincolata, potenzialmente più destabilizzante. In altre parole, l'integrazione atlantica viene presentata anche come strumento di controllo, non soltanto di difesa. È una logica che richiama quella usata durante la Guerra Fredda con alcuni Paesi periferici — integrare per stabilizzare — ma applicata a un conflitto in corso rischia di essere percepita da Mosca come provocazione diretta.
E qui mi fermo su un punto che riguarda non la geopolitica ma le persone. Definire un popolo "laboratorio" o "asset" è linguaggio intellegibile sul piano strategico, eppure dice molto sullo sguardo che lo produce. Una nazione non è un dispositivo. Quando la politica riduce comunità reali a variabili di un calcolo di potenza, smette di essere politica nel senso pieno e diventa amministrazione del consenso e della forza. È esattamente ciò che, da questo blog, mi ostino a non dare per scontato.
Interoperabilità militare: la vera linea rossa
Sul piano operativo, il nodo non è l'adesione formale — che resta lontana — ma il livello crescente di integrazione militare. L'offerta ucraina di addestrare Lettonia, Lituania, Estonia e Romania nella difesa contro i droni è un passaggio cruciale: non semplice cooperazione tecnica, ma trasferimento di know-how maturato in guerra reale. Da un lato rafforza le capacità difensive dell'Alleanza; dall'altro avvicina la NATO a una partecipazione indiretta al conflitto.
Mosca ha indicato ripetutamente questo tipo di dinamica come la propria linea rossa: non tanto l'ingresso sulla carta, quanto l'erosione progressiva della distanza operativa. Ed è qui che la memoria storica illumina il presente. Negli anni Novanta l'allargamento a Est fu vissuto dalla Russia come una minaccia nonostante le rassicurazioni occidentali — quelle stesse assicurazioni verbali sul "non un pollice verso oriente" la cui portata è ancora oggi contestata dagli storici. La differenza, oggi, è che l'integrazione avanza mentre una guerra è aperta.
È il punto su cui insistono analisti non allineati come Glenn Diesen, che da anni legge l'espansione atlantica nei termini classici del dilemma della sicurezza, e come Jeffrey Sachs, secondo cui buona parte della crisi affonda le radici in una dinamica di accerchiamento che l'Occidente si è rifiutato di riconoscere. Non occorre condividerne ogni conclusione per ammettere che ignorare le linee rosse dichiarate da una potenza nucleare non è realismo: è la sua negazione.
L'Europa tra negoziati e marginalità strategica
Parallelamente, secondo quanto riportato da Bloomberg, le tre maggiori economie europee — Germania, Francia e Regno Unito — stanno lavorando con Kiev a un piano per riportare la Russia al tavolo. L'obiettivo dichiarato è ottenere una cessazione delle ostilità prima dell'inverno. Tuttavia il metodo che i tre richiamano è la massima pressione: la pace con la forza.
Allora non sorprende che il portavoce del Cremlino ha fatto sapere che l'Europa non può essere mediatore, rimandando al canale aperto con gli Stati Uniti nei colloqui avviati in Alaska. Sul tavolo europeo si discutono perfino i nomi di un possibile negoziatore — sono circolati quelli di Angela Merkel, Mario Draghi, Alexander Stubb — mentre l'Alta rappresentante Kaja Kallas mette in guardia dall'accettare un candidato gradito a Mosca e la proposta russa di affidarsi a Gerhard Schröder viene respinta. È un teatro che racconta una sola cosa: l'Europa cerca di rientrare in un gioco di cui altri hanno già fissato le regole.
Il caso Germania come indicatore globale
Torno al dato d'apertura, perché ora è leggibile. La mancata elezione di Berlino non è un incidente diplomatico: è un indicatore. Lo stesso ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha ammesso che il sostegno tedesco a Israele potrebbe essere costato voti decisivi. Negli ambienti diplomatici si è osservato, inoltre, come il governo federale non abbia mai definito gli attacchi statunitensi e israeliani all'Iran come violazioni del diritto internazionale — una reticenza che parte del mondo non occidentale ha notato.
Hanno giocato anche fattori strutturali: la neutralità costituzionale dell'Austria, che la rende appetibile ai Paesi non allineati di Africa, Asia e America Latina; la reputazione di attore diplomatico equilibrato del Portogallo, che esprime sia il presidente del Consiglio europeo sia il Segretario generale dell'ONU. Ma il segnale di fondo è un altro: il Sud globale guarda l'Europa con categorie diverse da quelle interne all'Unione. L'effetto "cassa di risonanza" che funziona dentro i confini europei non si traduce in consenso internazionale.
È il punto su cui insiste, da una prospettiva eterodossa, l'economista Michael Hudson: il declino dell'influenza europea non è un evento improvviso, ma il risultato di una progressiva perdita di sovranità economica e politica, accelerata dalle crisi recenti. Si può discutere la cornice ideologica della sua lettura; è più difficile negarne l'evidenza empirica quando 104 voti la mettono nero su bianco.
Stati Uniti e Russia: il segnale di San Pietroburgo
Altro sviluppo da non sottovalutare: la presenza di un rappresentante dell'amministrazione statunitense al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, per la prima volta dall'incirca dal 2017. Il fatto è accertato. Meno lineare è il suo significato, e qui la distinzione tra fatto e interpretazione diventa decisiva.
Da un lato il Cremlino ha enfatizzato la presenza di Rodney Mims Cook, presidente della Commissione statunitense per le Belle Arti e nominato dall'amministrazione Trump, descrivendolo come capo di una delegazione ufficiale. Dall'altro il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato di "non essere a conoscenza" di alcuna delegazione ufficiale. Questa stessa contraddizione è la notizia: racconta un canale che si riapre nei fatti mentre Washington si riserva di negarlo nelle forme. Il forum, intanto, ha scelto come tema il "dialogo pragmatico" e ruota attorno al Sud globale, con l'Arabia Saudita ospite d'onore e il vicepresidente cinese in agenda.
Le interpretazioni possibili restano due, e le dichiaro per quello che sono — ipotesi: un primo segnale di riapertura dei canali economici e diplomatici, oppure una mossa tattica per preparare il terreno a futuri negoziati. La memoria storica suggerisce prudenza nel sopravvalutare l'evento ma anche nel liquidarlo: anche nei momenti di massima tensione, Washington e Mosca non hanno mai interrotto del tutto i canali di comunicazione. Durante la Guerra Fredda il dialogo riservato sopravvisse anche alle crisi più acute. La competizione strategica non esclude il coordinamento selettivo; lo richiede.
Una fase di transizione sistemica
Mettendo insieme i fili, il quadro è coerente. La NATO rafforza simbolicamente il legame con Kiev proprio mentre la sua presenza militare si assottiglia. L'Europa tenta di recuperare spazio negoziale e viene rimandata al mittente. Gli Stati Uniti mantengono una postura più flessibile e ambigua, al punto da contraddirsi al proprio interno. La Russia osserva e reagisce sulle linee rosse che ha dichiarato. E un nuovo governo a Budapest sblocca in poche settimane ciò che era fermo da un decennio: il 3 giugno l'Ungheria e l'Ucraina hanno raggiunto un'intesa complessiva sui diritti linguistici, educativi, culturali e politici della minoranza ungherese in Transcarpazia — circa centomila persone — sbloccando di fatto l'apertura del primo cluster dei negoziati di adesione di Kiev all'Unione Europea.
Ma il dato di fondo è uno solo: l'Occidente non è più un blocco monolitico. Le divergenze tra Stati Uniti ed Europa, tra Europa occidentale e orientale, tra istituzioni sovranazionali e governi nazionali, non sono più sotterranee. Questa frammentazione non implica un crollo imminente, ma rende la gestione delle crisi assai più complessa — e in un conflitto prolungato, complessità significa imprevedibilità.
Resta, sotto la cronaca, una domanda che mi pare la più seria di tutte. Un ordine costruito sull'amministrazione della forza e del consenso può reggere a lungo senza un fondamento che lo trascenda? La tradizione cui guardo risponde di no: la prudenza — virtù politica per eccellenza — non è calcolo cinico, ma capacità di ordinare i mezzi a un fine giusto, tenendo lo sguardo sulle conseguenze ultime per le persone in carne e ossa. Centoquattro voti non sono solo una sconfitta diplomatica tedesca. Sono il segnale che un modo di stare al mondo — quello che confonde la potenza con l'autorità e la comunicazione con la verità — comincia a non convincere più nemmeno chi lo osserva da lontano. Custodire la libertà di giudizio, in un tempo che spinge all'omologazione, resta il primo dovere di chi non vuole rinunciare a leggere la realtà per intero.
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Riferimenti
Euronews – Germany fails to gain seat on UN Security Council (https://www.euronews.com/my-europe/2026/06/03/germany-fails-to-gain-seat-on-un-security-council)
Georgia Today – Rutte in Kyiv reaffirms NATO support as Ukraine faces intensified Russian attacks (https://georgiatoday.ge/rutte-in-kyiv-reaffirms-nato-support-as-ukraine-faces-intensified-russian-attacks/)
Bloomberg / Ukrainska Pravda – Germany, France and the UK are developing plan to bring Putin into negotiations (https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/06/04/8037679/)
Reuters / Global Banking & Finance – Hungary, Ukraine reach crucial agreement on minority rights (https://www.globalbankingandfinance.com/hungary-ukraine-reach-crucial-agreement-minority-rights-pm/)
CNN – Trump's ballroom commissioner appears at Russia's top economic forum (https://www.cnn.com/2026/06/04/europe/russia-spief-trump-commissioner-owens-seagal-intl)

















