All’improvviso tornò lo smalto, non che fosse sparito, o forse per me lo era, ma diciamo che uscì da quella piccola ridotta estetica del tono corallo, che faceva molto pomeridiana a teatro e villeggiatura estiva nella casa al mare. Per me rimaneva stampato sulle unghie di quell’anziana amica di famiglia, che, grazie ad una storia d’amore con un principe romano, aveva ottenuto l’usufrutto di una porzione del palazzo nobiliare, un appartamento all’ultimo piano che si poteva raggiungere solo arrampicandosi su una barocchissima scala del Guercino. Nulla più di un elemento gozzaniano da anziana signora, ancora imbellettata, che arricchiva di tonalità accese la sua vecchiaia, in un misto di tragica eleganza e principio di imbalsamazione, era questo smalto.
Ma poi d’un tratto tornò, si riaffacciò sulla scena delle mani giovani, uscendo dal suo ruolo meramente ornamentale per diventare un tratto linguistico, un elemento comunicativo di status, di umore, di glamour, “per molte, ma non per tutte”, in ossequio all’equilibrismo femminile tra il non essere sole, ma non essere nemmeno travolte nel vortice dell’anonimato stampato, della moltitudine che annienta…in fondo l’individualismo standardizzato è la zona di conforto della donna contemporanea.
Suona, quindi, profetico il titolo di Benn “lo smalto sul nulla”, solo che l’accento, ora, va spostato dal nulla allo smalto, essendo quello il nuovo polo di attrazione in quanto il nulla è già introiettato.
Fu cosi allora che lo smalto invase lo spazio fisico al di là dell’unghia, uscendo dai necessaire delle signore, dai bagni e da tutti quei momenti di larvata femminilità preclusi all’occhio maschile, per aprirsi al mercato, farsi bottega: farsi nail bar. Dal mettersi lo smalto a farsi mettere lo smalto il passo è breve ma non insignificante, in qualche modo i nail bar sono l’equivalente di quello che erano i lustrascarpe per gli uomini 50-60 anni fa, senza però degradi malapartiani o lirismi plebei da neorealismo.
E fu cosi che lo spazio fisico invaso era il mio spazio fisico, almeno da quando sei mesi fa davanti alle mie finestre fu aperto proprio un nail bar. Dalla mia finestra non posso sfuggire alla vista di questa immensa scatola di vetro, una sorta di una quinta teatrale e gabbia trasparente da rettilario, in cui, in un ambiente igienizzante tra il bianco ed il betulla, una mezza dozzina di ragazze vestite in coordinato passano le giornate a dipingere unghie per 12 ore di fila. Il punto di vista è proprio quello di un palco a teatro, un’ineluttabile condanna alla visione di un qualcosa che oscilla tra una passerella ed una catena di montaggio fatta di donne smaltate che si genuflettono di fronte a questo nuovo dio liquido o meglio, a questo sangue transustanziato del dio del conformismo estetico.
Non mi rimane che guardare, allora, e domandarmi cosa ci sia dietro la scelta di mettersi in vetrina per una pratica estetica e penso alle donne in vetrina, a quelle donne dei quartieri a luci rosse nord europei. Le “mie” donne in vetrina, però, adescano altre donne in cerca del piacere mercenario di un po’ di cura di sé. Non posso che riflettere sul trionfo del dettaglio, la scomparsa della femminilità velata, per l’esibizione di una metafemminilità cosmetica che pare sempre più la ricerca di omologazione che non di seduzione. Non posso esimermi dal vedere tutta questa piccola impresa commerciale come una compiuta bottega della prostituzionalizzazione di massa, senza moralismi sia ben inteso, con buona pace delle cocotte e dei boudoires, delle cortigiane affabili e maestre di arti scomparse, in favore di donne meccaniche e pratiche, repliche smaltate e sradicate, allevate come polli da batteria per raggiungere la totale fungibilità erotico-sociale.
Le mani dunque non si giungono come per un preghiera, non si tendono per chiedere una stretta affettuosa o un’offerta caritatevole, ma si allineano per essere dipinte, condannandosi all’inutilità pur di dimostrarsi emancipate dal lavoro manuale domestico, dal mestiere di vivere muliebre, oramai ridotto ad un vissuto rimosso, ad uno spettro da ricacciare nella soffitta della psiche. La donna del nail bar non è né cocotte, né massaia, né amante, né moglie, né figlia, né madre, ma una merce esposta e sofisticata da un pennellino che ne benedice le parti terminali delle dita, oramai non più strumento di lavoro o difesa, ma vuoto cromatico da colmare: un nulla da laccare.
Le mani sulla città, dunque, perché le mani, innumerevoli mani di donne di ogni età, hanno preso la mia città, ossia quella prospettiva che si vede dalla finestra, quell’angolo di mondo che è lo spazio deputato alle riflessioni metafisiche e al voyeurismo hitchcockiano (ammesso che le due cose non siano due lati della stessa medaglia), hanno preso la città nel senso delle leggi estetiche che presidiano la città, c’è solo da chiedersi se tutto questo si potrà togliere con una passata di acetone o se sarà una condanna permanente o semipermanente.