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“i traslochi possono essere considerati forme necessarie di archiviazione”. questa frase l’ha scritta uno dei miei più cari amici, una delle persone che più ho amato in tutta la mia vita. traslocare è a modo suo una forma d’arte, come scrivere un libro, comporre una canzone o scattare una fotografia. è un modo di tagliarsi lo stomaco e buttare le budella su un tavolo, immergere le mani nel sangue e urlare fino a perdere la voce. quello che rimane è un silenzio assordante, un cassetto chiuso. vivere una casa, percorrere tutte le storie che va raccontando e poi un giorno chiudersi la porta alle spalle è un modo di rinnovarsi, di rinascere, di cambiare. ho vissuto in mille nazioni, in case grandi, piccole, piene di luce o senza finestre e per quante persone vi siano passate attraverso ne ricordo solo pochi volti, perlopiù femminili. tutto il resto sono momenti di solitudine ascoltando una canzone, fumando una sigaretta o semplicemente fissando il soffitto. raramente sono rimasto nello stesso posto per più di qualche settimana, o mese, ma non c’è una casa in cui non sia successo qualcosa di importante. ho cucinato tantissimo per le persone a cui ho voluto bene. in quelle cucine ho ascoltato tante storie e ne ho raccontate altrettante. davanti a un caffè o a una bottiglia di vino ho sentito le persone passarmi attraverso. nelle camere da letto ho scopato fino a farmi scoppiare il cuore, ho fatto l’amore, ho macchiato le coperte di sangue, sono svenuto, ho guardato fuori da centinaia di finestre, visto un milione di film, pianto, sussurrato, sudato, accarezzato, amato. in quei letti non sono mai stato disonesto. nemmeno una volta. mai. in quei soggiorni ho bevuto fino a cadere in ginocchio, ho fumato fino a vomitare l’anima, ho solcato il pavimento in una sinestesia musicale chiusa tra le cuffie fino a farmi sanguinare le orecchie. traslocare vuol dire anche mettere ordine in questo. non tutto può essere chiuso in una scatola, qualcosa deve essere buttato per lasciare spazio a quello che verrà. una volta non buttavo nulla, nemmeno gli scontrini. avevo cassetti pieni di cose che mi portavo dietro dall’infanzia. ero convinto che buttare un oggetto equivalesse a perderne la memoria, l’essenza. non è così. collezionavo, anche: libri, musica, film. mi sono sbarazzato di tutto, ho dovuto imparare a farlo. è stato un processo doloroso, ma ci si abitua. liberarsi delle cose ti lascia, di fatto, i ricordi importanti, quelli che non puoi appallottolare e gettare via. accumulare cose è un modo come un altro di riempire un vuoto mentale, disfarsene rende liberi. il mio primo trasloco l’ho fatto con una macchina, un viaggio solo. quelli successivi hanno richiesto più viaggi di interi camion. uno degli ultimi, quello che mi ha portato oltreoceano, l’ho fatto con uno zaino e poco altro. prima di partire ho sparso migliaia di fotografie; le ho stampate e le ho lasciate per strada, negli sportelli dei bancomat, nei parchi, le ho regalate a persone incontrate per caso, nei bar, all’aeroporto. le ho date a chiunque non me le abbia chieste. ho lasciato indietro tante cose ma non ho perso nulla. in trenta traslochi ho fatto a pezzi la mia vita per farla entrare in quegli scatoloni, quelli con sopra scritto “fragile”, ma alla fine ho gettato quasi tutto. separarsi da tutto ha richiesto uno sforzo totalizzante, quello che per anni mi sono portato sulle spalle, da solo. avrei voluto mettere via dietro a quella scritta, “fragile”, le persone e le relazioni, ma non ci sono riuscito. ho fatto male a un sacco di persone, quelle a cui ho voluto più bene. di loro mi rimangono le foto che non ho voluto scattare, quelle che sono rimaste impresse solo nella mia memoria. di memoria, quantomeno per i fatti, non ne ho. non ricordo molte cose che mi sono successe, a volte invece ne ricordo altre che non sono mai successe, ma non ho dimenticato nessuno. mai. ricordo tutti e mi mancano tutti. le persone che non ho portato con me mi hanno seguito comunque, anche se non lo sanno. ricordo il sole che entra dalle persiane a illuminare la curva di un collo, un orecchino caduto sul pavimento a scacchi, le tre di notte, la bottiglia di Johnnie Walker che mi fissa dal comodino. traslocare è una questione di sintoni. ho sentito il peso di tutti quegli scatoloni e di tutte quelle relazioni, quella dolorosa e a volte piacevole sensazione di essere schiacciati, in quei giorni in cui ho dovuto muovere la mia vita da un’altra parte, ricominciare. occorre controllare ogni stanza, assicurarsi che siano vuote, che non ci sia più nessun pensiero sospeso tra le pareti, mettersi in spalla l’ultima scatola e varcare la soglia di casa e rimanere senza più chiavi ad aprire porte che saranno varcate da qualcun altro. poi la leggerezza e il vuoto e un nodo in gola. chiudere una porta è molto più difficile che aprirla. chi occuperà quegli spazi che prima erano vissuti da noi? e se fossimo rimasti? a volte è necessario chiuderle, quelle porte, anche se fa male, per non rischiare di rimanere sepolti sotto il peso delle scelte che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare.
per quante cose sia stato in grado di buttare via, per quanto abbia abbandonato persone e luoghi, però, la mia ombra mi ha seguito dappertutto.
Roberto, per gli amici "vinx", oggi vive a New York.














